Viviamo in un’epoca profondamente segnata dalla democrazia. Siamo abituati a eleggere rappresentanti, ad approvare leggi a maggioranza, a consultare opinioni e a ritenere che, in linea di principio, ogni questione possa essere sottoposta a una deliberazione collettiva.
Questo modo di organizzare la vita civile può avere la sua legittimità nell’ordine politico. Ma emerge un pericolo quando trasferiamo senza distinzioni questa logica nell’ambito della Rivelazione divina: la tentazione di pensare che anche la verità rivelata possa essere modificata, ridefinita o approvata a maggioranza di voti.
Ed è qui che emerge una questione decisiva per comprendere correttamente la sinodalità: la Chiesa ascolta, discerne, dialoga e cammina insieme, ma non è proprietaria della Rivelazione.
La fede cattolica non è nata da una votazione.
Il Credo non è stato approvato perché una maggioranza di cristiani ritenesse conveniente credere nella Trinità. La divinità di Cristo non dipende da un sondaggio. La realtà della Risurrezione non è sottoposta a consultazione popolare. L’indissolubilità del matrimonio, la realtà del peccato, la necessità della grazia, la dignità della vita umana o la natura sacramentale della Chiesa non sono questioni che possano essere risolte attraverso una semplice somma di opinioni.
La Chiesa riceve un Deposito della Fede che deve custodire, trasmettere, spiegare e difendere.
Il Catechismo insegna che i vescovi, in comunione con il Papa, hanno precisamente il dovere di annunciare il Vangelo fedelmente e con autorità, come autentici testimoni della fede apostolica e rivestiti dell’autorità di Cristo.
Questa affermazione è particolarmente importante nel nostro tempo perché esiste una crescente confusione tra l’ascolto del Popolo di Dio e l’attribuzione al Popolo di Dio della capacità di costituire la verità rivelata.
Sono due cose completamente diverse.
1. Cristo non ha fondato un’assemblea parlamentare
Per comprendere il ruolo della gerarchia dobbiamo partire da Cristo.
Gesù non ha semplicemente lasciato una raccolta di insegnamenti affinché le generazioni successive li reinterpretassero secondo le proprie necessità culturali. Ha fondato una Chiesa e ha affidato a uomini determinati una missione determinata.
A Pietro disse:
«Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18).
E aggiunse:
«A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16,19).
Qui non troviamo il modello di una comunità nella quale la dottrina venga decisa attraverso una votazione.
Troviamo una Chiesa edificata su Cristo, con una struttura apostolica e pastorale.
Gesù disse anche agli Apostoli:
«Chi ascolta voi ascolta me» (Lc 10,16).
E dopo la Risurrezione, quando li inviò, dichiarò:
«Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli […] insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20).
L’espressione è straordinariamente significativa: «tutto ciò che vi ho comandato».
Gli Apostoli non ricevettero l’autorizzazione a decidere quali comandamenti sarebbero rimasti validi secondo le preferenze di ogni epoca. Ricevettero il mandato di trasmettere ciò che avevano ricevuto.
Per questo la Chiesa non è proprietaria della Rivelazione. Ne è la depositaria.
2. Che cos’è esattamente il Deposito della Fede?
Il termine può sembrare astratto, ma l’idea è semplice.
Il Deposito della Fede è l’insieme di ciò che Dio ha rivelato per la nostra salvezza e che ha affidato alla Chiesa affinché lo conservi e lo trasmetta.
San Paolo usa precisamente il linguaggio del deposito quando esorta Timoteo:
«Custodisci il prezioso deposito che ti è stato affidato» (2 Tm 1,14).
E ancora:
«Custodisci ciò che ti è stato affidato» (1 Tm 6,20).
Non dice: «Modifica il deposito quando cambiano le circostanze».
Non dice: «Sottoponi il deposito a votazione».
Dice: «Custodiscilo».
La missione del Magistero nasce precisamente da questo.
Il Catechismo insegna che l’interpretazione autentica della Parola di Dio, scritta o trasmessa, è stata affidata al Magistero vivo della Chiesa, esercitato dai vescovi in comunione con il successore di Pietro. E aggiunge qualcosa di fondamentale: il Magistero non è al di sopra della Parola di Dio, ma è al suo servizio.
Questa distinzione è fondamentale.
Il Papa non è proprietario della verità.
Il vescovo non è proprietario della verità.
Un concilio non è proprietario della verità.
Una conferenza episcopale non è proprietaria della verità.
E neppure lo è l’insieme dei fedeli.
La verità appartiene a Dio.
La Chiesa è chiamata a servirla.
3. La gerarchia non è un’invenzione umana
Una delle confusioni contemporanee consiste nel presentare la gerarchia ecclesiale come se fosse semplicemente una struttura storica nata per ragioni amministrative.
Dal punto di vista cattolico, questo è insufficiente.
Cristo scelse gli Apostoli, affidò loro un’autorità e stabilì in essi un ministero destinato a continuare nella Chiesa.
Il Catechismo spiega che Cristo scelse gli Apostoli e li rese partecipi della sua missione e della sua autorità e che, dopo la sua Ascensione, continua a guidare la sua Chiesa attraverso i pastori che prolungano la sua opera. I vescovi sono i successori degli Apostoli.
Pertanto, la gerarchia non è semplicemente una burocrazia religiosa.
Un vescovo non è semplicemente un «gestore» di una comunità.
Un sacerdote non è soltanto un coordinatore di attività.
Il Papa non è semplicemente il presidente di un’associazione internazionale.
Esiste una realtà sacramentale e teologica molto più profonda.
Il ministero ordinato partecipa alla missione di Cristo e possiede una triplice dimensione: insegnare, santificare e governare.
Per questo l’autorità episcopale comporta una responsabilità particolarmente grave: custodire la fede ricevuta.
4. Ascoltare non significa sottoporre la verità a votazione
Qui troviamo il cuore del problema.
La sinodalità può e deve implicare l’ascolto.
La Chiesa deve ascoltare le esperienze dei fedeli.
Deve ascoltare le famiglie.
Deve ascoltare i giovani.
Deve ascoltare i sacerdoti.
Deve ascoltare coloro che soffrono.
Deve persino ascoltare le domande difficili e le obiezioni che possono aiutare a comprendere meglio determinate situazioni.
Ma ascoltare non significa necessariamente accettare.
E discernere non significa necessariamente approvare.
Una Chiesa che ascolta può dire:
«Comprendiamo la vostra sofferenza, ma questa dottrina non può essere modificata».
Può dire:
«Comprendiamo la vostra difficoltà, ma la verità rivelata non dipende dalla nostra difficoltà ad accettarla».
Può dire:
«La vostra esperienza merita un accompagnamento pastorale, ma un’esperienza individuale non può automaticamente diventare una nuova norma morale universale».
Questa distinzione è essenziale.
La pastorale deve partire dalla verità, non sostituirla.
5. Il pericolo di democratizzare il dogma
Immaginiamo per un momento che il dogma funzionasse democraticamente.
Supponiamo che una determinata dottrina riceva oggi il 51% dei voti e domani soltanto il 49%.
La verità sarebbe cambiata?
Ovviamente no.
La maggioranza può sbagliare.
Anche l’unanimità umana può sbagliare.
L’opinione pubblica può sbagliare.
Intere comunità possono cadere nell’errore.
La storia lo dimostra continuamente.
La verità rivelata possiede una natura diversa perché la sua origine non è l’opinione umana, ma Dio.
Per questo la dottrina cattolica distingue radicalmente tra il governo di una comunità politica e la custodia della Rivelazione.
In politica può esistere una maggioranza legittima.
Nella dottrina, la maggioranza non trasforma l’errore in verità.
Nella morale, la popolarità non trasforma un atto disordinato in un atto buono.
Nel dogma, una votazione non trasforma un’opinione umana in Rivelazione.
6. Neppure i concili «inventano» la verità
La storia della Chiesa offre un esempio magnifico.
I grandi concili ecumenici non si riunirono per decidere quale forma di cristianesimo preferisse la maggioranza.
Il Concilio di Nicea, per esempio, non «inventò» la divinità di Cristo.
La divinità di Cristo apparteneva già alla fede apostolica.
Il Concilio dovette difendere e formulare con precisione ciò che la Chiesa aveva ricevuto.
Lo stesso vale per altri grandi momenti dottrinali della storia della Chiesa.
La Chiesa sviluppa il proprio linguaggio, approfondisce la propria comprensione, risponde alle eresie, distingue i concetti e formula definizioni sempre più precise.
Ma un’autentica definizione dogmatica non crea una verità nuova.
Rende esplicita e protegge una verità ricevuta.
Questo spiega come la dottrina possa svilupparsi senza cambiare il proprio significato.
Lo sviluppo autentico è come contemplare una realtà da prospettive differenti: possiamo comprenderla meglio senza trasformarla in qualcos’altro.
7. E che dire del «senso della fede» dei fedeli?
Qui dobbiamo evitare un altro estremo.
Difendere la gerarchia non significa disprezzare il Popolo di Dio.
Ogni battezzato è chiamato alla santità e partecipa, secondo la propria condizione, alla missione di Cristo. Il Catechismo riconosce una vera uguaglianza nella dignità tra tutti i fedeli e afferma che ciascuno partecipa, secondo la propria vocazione, alla missione della Chiesa.
Inoltre, esiste il sensus fidei, il senso soprannaturale della fede.
Lo Spirito Santo agisce in tutta la Chiesa.
Ma questo non significa che ogni opinione individuale possa automaticamente essere presentata come una manifestazione dello Spirito Santo.
Il senso della fede non significa:
«Io penso questo, quindi lo Spirito Santo me lo ha rivelato».
E non significa neppure:
«La maggioranza dei cattolici considera accettabile questa condotta, quindi la Chiesa deve dichiararla moralmente buona».
Il senso della fede è profondamente legato alla vita di grazia, alla fedeltà al Vangelo, alla Tradizione apostolica e alla comunione con il Magistero.
Il Popolo di Dio non è contrapposto al Magistero come se fossero due poteri politici.
La Chiesa è un solo corpo.
8. La sinodalità autenticamente cattolica non elimina la gerarchia
La parola «sinodalità» deriva da una realtà antica della Chiesa: camminare insieme.
E camminare insieme è profondamente cattolico.
Ma camminare insieme non significa che tutti svolgano la stessa funzione.
In una famiglia, tutti possono partecipare alla vita familiare, ma non tutti esercitano la stessa responsabilità.
In un corpo, ogni membro è importante, ma non ogni membro svolge la stessa funzione.
San Paolo lo spiega chiaramente:
«Come infatti il corpo è uno e ha molte membra […] così anche Cristo» (1 Cor 12,12).
La Chiesa ha bisogno di una diversità di carismi, ministeri e responsabilità.
Pertanto, la sinodalità correttamente intesa non dovrebbe diventare una democratizzazione della struttura sacramentale della Chiesa.
La partecipazione non elimina l’autorità.
L’ascolto non elimina l’insegnamento.
Il dialogo non elimina la verità.
Il discernimento non elimina la Rivelazione.
9. Un vescovo non può limitarsi a essere il portavoce dell’opinione della propria diocesi
Questo punto ha enormi conseguenze pastorali.
Un vescovo non riceve la propria missione chiedendo continuamente:
«Che cosa vuole la mia diocesi che io insegni?»
La sua domanda fondamentale dovrebbe essere:
«Che cosa mi ha affidato Cristo e come devo trasmetterlo fedelmente?»
I vescovi hanno il dovere di insegnare autenticamente la fede e di governare pastoralmente le loro Chiese particolari, in comunione con il Papa e con tutta la Chiesa.
Questo richiede coraggio.
A volte un pastore dovrà insegnare qualcosa che non è popolare.
A volte dovrà ricordare una dottrina che mette a disagio.
A volte dovrà correggere una tendenza culturale.
A volte dovrà dire «no».
E quel «no» può essere precisamente un atto di carità pastorale.
Perché un medico non ama il malato quando gli dice soltanto ciò che desidera sentirsi dire.
Un padre non ama il proprio figlio quando non lo corregge mai.
E un pastore non ama il proprio gregge quando sacrifica la verità per evitare i conflitti.
10. La misericordia ha bisogno della verità
Una delle grandi tentazioni contemporanee consiste nell’oppore misericordia e verità.
Come se dire la verità fosse una mancanza di misericordia.
Come se difendere una norma morale oggettiva fosse una mancanza di compassione.
Ma il cristianesimo non ha mai inteso la misericordia come abolizione della verità.
Cristo perdona la donna peccatrice, ma le dice anche:
«Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11).
C’è misericordia.
Ma c’è anche conversione.
C’è accoglienza.
Ma c’è anche verità.
C’è perdono.
Ma c’è anche una chiamata a cambiare vita.
La pastorale cattolica deve mantenere entrambe le dimensioni.
Una pastorale senza verità finisce per diventare sentimentalismo.
La verità senza carità può diventare durezza.
Ma la soluzione non consiste nel sacrificare la verità.
Consiste nel proclamare la verità con carità.
11. Neppure la morale può essere sottoposta ai sondaggi
La stessa questione si presenta nel campo morale.
La nostra epoca formula spesso le domande in questo modo:
«Che cosa pensa la società?»
«Che cosa pensa la maggioranza?»
«Che cosa considera normale la nostra generazione?»
«Che cosa pensano i giovani?»
Ma la domanda cristiana è diversa:
«Che cosa insegna Dio?»
La morale cristiana non dipende dalle tendenze sociali.
Se domani una società considerasse accettabile un determinato comportamento, anche se quel comportamento fosse oggettivamente contrario alla legge morale, esso non diventerebbe automaticamente buono.
E se una società rifiutasse una verità morale, quella verità non cesserebbe per questo di essere vera.
La Chiesa non ha l’autorità di dichiarare buono ciò che Dio ha rivelato come male.
Allo stesso modo, non ha l’autorità di dichiarare cattivo ciò che Dio ha stabilito come bene.
La sua autorità è ministeriale.
Custodisce ciò che ha ricevuto.
12. L’obbedienza cattolica non è obbedienza cieca
Anche questo punto richiede una precisazione.
Difendere l’autorità del Papa e dei vescovi non significa affermare che ogni parola pronunciata da qualsiasi membro della gerarchia sia automaticamente infallibile.
La Chiesa distingue attentamente tra i diversi livelli di insegnamento.
Il Catechismo afferma che l’infallibilità viene esercitata, tra gli altri casi, quando il Romano Pontefice o il collegio dei vescovi in comunione con lui proclamano, mediante un atto definitivo, una dottrina di fede o di morale, e anche quando esiste un insegnamento ordinario e universale proposto come definitivo.
Inoltre, anche quando un insegnamento non viene proposto in maniera definitiva, esiste un obbligo di ossequio religioso al Magistero autentico.
Pertanto, la posizione cattolica seria non è:
«Il Papa è sempre infallibile in tutto».
Questo sarebbe falso.
Ma non è neppure:
«Ogni cattolico può liberamente accettare o rifiutare qualsiasi insegnamento secondo la propria opinione personale».
Neppure questo corrisponde alla dottrina cattolica.
Il vero atteggiamento cattolico si trova tra questi due errori: fede, obbedienza, prudenza, studio e rispetto per la legittima autorità della Chiesa.
13. Il vero problema non è che la Chiesa ascolti troppo
Talvolta la sinodalità viene criticata come se ascoltare il Popolo di Dio fosse necessariamente pericoloso.
Non lo è.
La Chiesa ha sempre ascoltato.
Gli Apostoli ascoltarono le comunità.
I Padri della Chiesa dialogarono.
I concili discussero.
I teologi argomentarono.
I santi posero domande difficili.
La tradizione cattolica non è mai stata una tradizione di pensiero superficiale.
Il problema nasce quando l’ascolto viene confuso con la sovranità dottrinale.
La Chiesa può chiedere:
«Come vivete questo insegnamento?»
Ma questo non significa:
«Volete che questo insegnamento rimanga vero?»
Può chiedere:
«Quali difficoltà pastorali state sperimentando?»
Ma non:
«Quale dottrina volete che abbia la Chiesa?»
Il primo atteggiamento è pastorale.
Il secondo trasformerebbe la Rivelazione in un prodotto di consumo.
14. Che cosa significa questo per il cattolico comune?
Ciò comporta conseguenze molto concrete.
Primo: non dobbiamo costruire la nostra fede sulla base dei sondaggi.
Secondo: non dobbiamo trasformare i social network in un magistero parallelo.
Terzo: non dobbiamo pensare che un’opinione, per il fatto di essere ripetuta migliaia di volte, diventi per questo dottrina cattolica.
Quarto: dobbiamo conoscere il Catechismo e l’insegnamento ufficiale della Chiesa.
Quinto: dobbiamo imparare a distinguere tra un’opinione teologica, una disciplina pastorale, un insegnamento magisteriale e un dogma.
E sesto: dobbiamo pregare per i nostri pastori.
Perché difendere l’autorità della Chiesa non significa idealizzare ogni vescovo o ogni sacerdote.
I pastori rimangono uomini capaci di sbagliare nelle loro opinioni prudenziali, di commettere peccati e di agire male in determinate circostanze.
Ma Cristo non ha promesso che ogni pastore sarebbe stato personalmente perfetto.
Ha promesso qualcosa di molto più importante: che la sua Chiesa non sarebbe stata abbandonata.
«Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
15. La Chiesa non ha bisogno di una democrazia dottrinale; ha bisogno di santi
Forse questa è la conclusione pastorale più importante.
La grande crisi che la Chiesa attraversa oggi non sarà risolta semplicemente attraverso un maggior numero di riunioni.
Né attraverso un maggior numero di votazioni.
Né attraverso sondaggi.
Né attraverso campagne digitali.
Né attraverso guerre tra «progressisti» e «tradizionalisti».
La Chiesa ha bisogno di uomini e donne santi.
Ha bisogno di sacerdoti che amino profondamente Cristo.
Ha bisogno di vescovi con il coraggio di insegnare.
Ha bisogno di laici ben formati.
Ha bisogno di famiglie cristiane.
Ha bisogno di giovani che conoscano il Vangelo.
Ha bisogno di cattolici capaci di distinguere la voce di Cristo dal rumore dei social network.
E deve recuperare una convinzione elementare:
la verità non si fabbrica; si riceve.
Conclusione: camminare insieme, sì; votare sulla Rivelazione, no
La Chiesa può camminare sinodalmente.
Deve ascoltare.
Deve dialogare.
Deve discernere.
Deve accompagnare.
Deve cercare le migliori risposte pastorali alle sfide di ogni epoca.
Ma esiste un limite che non può oltrepassare:
la Chiesa non può diventare l’autrice di ciò che ha ricevuto come Rivelazione.
La sinodalità autenticamente cattolica non consiste nel sostituire il Magistero con un’assemblea deliberativa né nel trasformare la dottrina in un referendum permanente.
Cristo ha fondato una Chiesa.
Le ha dato una missione.
Ha costituito degli Apostoli.
Ha dato loro autorità.
Ha promesso loro l’assistenza dello Spirito Santo.
E ha affidato ai loro successori la responsabilità di custodire il deposito ricevuto.
Per questo l’autorità della gerarchia non deve essere intesa come un ostacolo alla sinodalità, ma come una garanzia che il camminare insieme non finisca per allontanarci da Cristo.
Perché camminare insieme non significa che tutti abbiano l’autorità di cambiare la strada.
La Chiesa non è chiamata a chiedere quale verità desideri la maggioranza.
È chiamata a chiedersi quale verità ha ricevuto dal suo Signore.
Non siamo noi a giudicare il Vangelo.
È il Vangelo che giudica la nostra epoca.
Non siamo noi a scegliere quali comandamenti di Cristo conservare.
Siamo noi a essere chiamati alla conversione e all’obbedienza.
E né il vescovo, né il sacerdote, né il teologo, né il laico, né il concilio, né il Papa possono disporre arbitrariamente della Rivelazione come se fosse una loro proprietà personale.
Il Magistero esiste precisamente per servirla.
La gerarchia esiste per custodirla.
I sacramenti esistono per comunicare la grazia di Cristo.
La Tradizione esiste per trasmettere ciò che è stato ricevuto.
E il Popolo di Dio esiste per vivere, celebrare, professare e annunciare questa fede.
Perciò, di fronte alla tentazione di democratizzare il dogma e trasformare la morale cristiana in una questione di maggioranze, il cattolico può ricordare con serenità le parole di san Paolo:
«Noi non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore» (2 Cor 4,5).
Qui sta la chiave.
Noi non annunciamo noi stessi.
Non annunciamo le nostre preferenze.
Non annunciamo le mode di una generazione.
Non annunciamo l’opinione della maggioranza.
Annunciamo Cristo.
E quando la Chiesa è veramente fedele alla sua missione, non cambia la verità per adattarla al mondo.
Fa qualcosa di molto più difficile e molto più bello:
aiuta il mondo a convertirsi alla verità.
La Chiesa può cambiare i propri metodi pastorali.
Può migliorare il proprio linguaggio.
Può studiare nuove realtà.
Può approfondire la propria comprensione.
Può ascoltare nuove domande.
Può trovare nuovi modi di evangelizzare.
Ma c’è una cosa che non può mai fare:
trasformare la Rivelazione di Dio in una questione sottoposta alle urne.
Perché la verità non trae la propria autorità dai nostri voti.
La verità possiede autorità perché viene da Dio.
E la missione della Chiesa non consiste nel decidere quale verità vuole avere.
Consiste nel rimanere fedele alla verità che il suo Signore le ha affidato.