La tua religione dipende da dove sei nato? Una fede per tutte le nazioni: perché la verità cattolica è universale e trascende la geografia

C’è una domanda che sembra semplice, quasi innocente, ma che racchiude una delle grandi sfide intellettuali e spirituali del nostro tempo:

Se fossi nato in Arabia Saudita, probabilmente saresti musulmano. Se fossi nato in India, forse indù. Se fossi nato in Thailandia, forse buddista. E se fossi nato in Spagna, Italia o Polonia, probabilmente saresti cristiano. Questo non dimostra forse che la nostra religione dipende semplicemente dal luogo in cui nasciamo?

L’argomento possiede una forza intuitiva. Tutti conosciamo persone che appartengono principalmente a una religione perché l’hanno ricevuta dalla famiglia, dal popolo o dalla cultura. La geografia sembra determinare la fede.

Ma qui compare una confusione fondamentale: spiegare sociologicamente perché una persona arriva a conoscere una determinata religione è una cosa; dimostrare che quella religione è vera è un’altra completamente diversa.

Nascere in un determinato luogo può influenzare profondamente ciò che conosciamo. Ma non determina necessariamente ciò che è vero.

Se la verità dipendesse dalla geografia, allora non esisterebbe alcuna verità universale. La matematica sarebbe diversa a seconda del continente; la natura umana cambierebbe quando attraversiamo una frontiera; e il bene e il male sarebbero soltanto convenzioni locali.

La fede cattolica, invece, parte da un’affermazione radicalmente diversa: Dio non appartiene a nessuna nazione, cultura o regione. Dio è il Creatore di tutti gli uomini. E Gesù Cristo non è venuto a fondare una religione nazionale, ma a salvare il genere umano.

Per questo la Chiesa è precisamente chiamata cattolica, cioè universale.

1. Il relativismo geografico: un’obiezione che sembra più forte di quanto sia realmente

L’argomento viene generalmente formulato così:

«Se fossi nato in un altro Paese, avresti un’altra religione. Pertanto, nessuna religione può pretendere di possedere la verità.»

Ma esaminiamo attentamente questo ragionamento.

È vero che il luogo in cui nasciamo influenza le nostre convinzioni. Ma che esso determini la verità di tali convinzioni è un’altra questione.

Immaginiamo un bambino nato in una famiglia che crede che la Terra sia piatta. Quel bambino probabilmente imparerà, almeno inizialmente, che la Terra è piatta. Ma il fatto di essere nato in quella famiglia non rende vera la convinzione che la Terra sia piatta.

Lo stesso vale per la religione.

La nascita spiega in larga misura come arriviamo ad aderire a una determinata convinzione, ma non risponde da sola alla domanda decisiva:

Questa convinzione è vera?

Confondere queste due domande costituisce un errore logico.

Il relativismo geografico trasforma un’osservazione sociologica — «la cultura influenza le nostre convinzioni» — in una conclusione metafisica — «pertanto nessuna convinzione religiosa può essere universalmente vera».

La prima affermazione è evidente.

La seconda non deriva dalla prima.

Ed è precisamente qui che comincia la questione religiosa.

2. La verità non cambia quando attraversiamo una frontiera

Supponiamo che una persona nasca a Madrid e un’altra a Tokyo.

Entrambe appartengono a culture diverse, parlano lingue diverse e possono aver ricevuto tradizioni religiose differenti.

Ma se esiste un Dio vero, Dio è lo stesso per entrambe.

Non esiste un «Dio spagnolo» e un «Dio giapponese».

Non esiste una verità per l’Europa e un’altra verità per l’Asia.

Non esiste una morale occidentale e un’altra morale orientale quando parliamo di principi morali realmente universali.

La verità, per definizione, non dipende dalle nostre coordinate geografiche.

Pertanto, la domanda fondamentale non dovrebbe essere:

«Dove sei nato?»

ma:

«Quale religione corrisponde veramente alla verità su Dio, sull’uomo e sulla salvezza?»

La Chiesa cattolica non afferma che il cristianesimo sia vero perché l’Europa è stata cristiana per secoli. Né perché la Spagna possiede una profonda tradizione cattolica, né perché i nostri genitori ci hanno fatto battezzare.

La Chiesa afferma qualcosa di molto più profondo:

Gesù Cristo è veramente Dio fatto uomo, è veramente morto e risorto e ha fondato una Chiesa destinata a tutti i popoli.

Se questo è vero, allora tale verità non è confinata alla Galilea, a Roma, alla Spagna o all’Europa.

3. Fin dall’inizio, Gesù Cristo supera i confini religiosi e nazionali

Questo appare con straordinaria chiarezza nel Vangelo.

Gesù è storicamente nato all’interno di un popolo particolare: Israele.

Parla una lingua particolare.

Vive in una cultura particolare.

Possiede una genealogia particolare.

La sua umanità è veramente inserita nella storia.

Ma proprio qui incontriamo uno dei grandi misteri del cristianesimo: il Figlio eterno di Dio entra in una storia particolare per offrire la salvezza universale.

Cristo non dice ai suoi Apostoli:

«Andate soltanto in Israele.»

Dopo la sua Risurrezione affida loro una missione completamente diversa:

«Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19).

L’espressione è decisiva: tutti i popoli.

Il cristianesimo non era destinato a rimanere una setta ebraica.

Fin dalla sua origine portava in sé una vocazione universale.

Il Catechismo spiega che la Chiesa è cattolica proprio perché Cristo è presente in essa e perché è stata da Lui inviata all’intero genere umano.

Ed è fondamentale per rispondere al relativismo geografico.

Se Gesù Cristo avesse fondato una religione esclusivamente legata a una nazione, potremmo parlare di una religione etnica.

Ma non lo fece.

4. La Pentecoste: quando Dio parla a tutti i popoli

Nella Lettera degli Atti degli Apostoli troviamo una scena particolarmente significativa.

A Pentecoste, uomini provenienti da popoli differenti ascoltano gli Apostoli proclamare le meraviglie di Dio.

Non viene loro chiesto di abbandonare la propria identità culturale.

Non viene loro chiesto di diventare culturalmente ebrei.

Ciò che ricevono è il Vangelo.

Qui scopriamo una caratteristica straordinaria della Chiesa: unità senza uniformità culturale.

La Chiesa può parlare spagnolo, latino, greco, arabo, copto, armeno, polacco o qualsiasi altra lingua.

Può essere presente in Africa, Europa, America, Asia o Oceania.

Può legittimamente integrare elementi culturali compatibili con la fede.

Ma la verità che proclama rimane la stessa.

Questo è precisamente ciò che significa cattolicità.

Il Catechismo insegna che la Chiesa è chiamata a radicarsi nella diversità degli ambienti culturali, sociali e umani, manifestandosi esteriormente in modi diversi senza perdere la propria unità.

La cultura cambia.

La lingua cambia.

L’architettura può cambiare.

La musica può cambiare.

Le usanze possono cambiare.

La Rivelazione di Dio non cambia.

5. Questo significa che tutte le religioni sono uguali?

Qui dobbiamo essere molto chiari.

Il fatto che esistano molte religioni non dimostra che siano tutte vere.

L’esistenza di molte spiegazioni a una domanda non significa che siano tutte ugualmente corrette.

Se cinque persone danno cinque risposte diverse a un problema matematico, non concludiamo che tutte e cinque le risposte siano vere.

Anche la ricerca di Dio richiede discernimento razionale e teologico.

Le religioni possono contenere elementi di verità, intuizioni morali, pratiche spirituali e persino una ricerca sincera di Dio.

Ma riconoscere elementi di verità nelle altre religioni non ci obbliga ad affermare che tutte le religioni insegnino esattamente la stessa verità.

La fede cattolica afferma che la pienezza della Rivelazione si trova in Gesù Cristo.

Per questo san Paolo può affermare:

«Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti» (Ef 4,5-6).

Non dice che esistono molte verità religiose contraddittorie.

Parla di una sola fede.

6. Ma allora, che cosa ne è di coloro che sono nati in luoghi dove non hanno mai conosciuto il Vangelo?

Questa è una delle domande più importanti e anche una delle più delicate.

Sarebbe profondamente ingiusto presentare la dottrina cattolica come se Dio condannasse automaticamente una persona semplicemente perché è nata in un Paese non cristiano.

La Chiesa insegna qualcosa di molto più articolato.

Il Catechismo insegna che coloro che, senza propria colpa, ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma cercano sinceramente Dio e si sforzano di compiere la sua volontà sotto l’influsso della grazia, possono conseguire la salvezza eterna.

Questo non significa che le religioni siano indifferenti.

Significa qualcosa di molto più bello:

Dio giudica l’uomo con perfetta giustizia e conosce le circostanze, le possibilità e la coscienza di ogni persona.

La salvezza viene sempre da Cristo.

Ma la misericordia di Dio non è limitata dalle frontiere geografiche.

La persona nata in un villaggio isolato, che non ha mai avuto una reale possibilità di conoscere il Vangelo, non si trova nella stessa situazione morale di colui che conosce la verità cristiana e la rifiuta deliberatamente.

Dio non è ingiusto.

7. L’universalità cattolica non significa imporre una cultura

Esiste qui un’altra confusione contemporanea.

Alcune persone identificano il cattolicesimo con una particolare civiltà europea.

Ma la Chiesa è molto più antica e molto più universale di qualsiasi progetto culturale particolare.

Il cattolicesimo non consiste nel trasformare tutti i popoli in europei.

Consiste nel condurre tutti i popoli a Cristo.

La differenza è enorme.

Per questo possiamo contemplare santi provenienti da contesti straordinariamente diversi: europei, africani, asiatici, americani e persone appartenenti a culture completamente differenti.

La santità non ha nazionalità.

Un santo africano non deve diventare culturalmente europeo per essere santo.

Un santo giapponese non deve smettere di essere giapponese.

Un cristiano orientale non smette di appartenere alla Chiesa conservando espressioni legittime della propria tradizione.

La Chiesa può accogliere tutto ciò che è vero, buono e compatibile con la fede.

Ma esiste anche un limite: la cultura non può diventare il criterio supremo della Rivelazione.

Non è la cultura a giudicare Cristo.

È Cristo che illumina e purifica tutte le culture.

8. La Chiesa non è una federazione di religioni nazionali

Questa questione è di capitale importanza.

Il cattolicesimo non consiste nel fatto che ogni popolo abbia «la propria versione» della fede.

Non esiste un cattolicesimo spagnolo essenzialmente diverso dal cattolicesimo giapponese.

Possono esistere differenze legittime di disciplina, spiritualità, devozione, lingua o rito.

Ma la fede ricevuta dagli Apostoli è una.

Il Catechismo sottolinea precisamente che le diverse Chiese particolari, con le loro legittime ricchezze liturgiche, spirituali e culturali, manifestano la cattolicità dell’unica Chiesa.

Questo spiega qualcosa che può talvolta sorprendere chi scopre il cattolicesimo tradizionale: la liturgia romana tradizionale, per esempio, può essere celebrata in contesti culturali molto differenti e tuttavia esprimere lo stesso sacrificio di Cristo.

L’universalità non richiede di eliminare ogni tradizione.

Al contrario.

La vera universalità permette a diverse tradizioni legittime di partecipare alla medesima fede.

9. Il grande paradosso: la Chiesa è universale proprio perché non dipende da alcuna cultura

Forse qui troviamo la risposta più profonda.

Una religione creata esclusivamente da una cultura difficilmente potrebbe pretendere di essere universale.

Il cattolicesimo, invece, nasce da un’affermazione straordinaria:

Dio è entrato nella storia.

Cristo appartiene veramente alla storia umana, ma non si riduce ad essa.

È ebreo secondo la sua umanità.

Ma è anche il Verbo eterno di Dio.

Per questo può essere riconosciuto da tutti i popoli.

Lo stesso Cristo che veniva adorato dai primi cristiani a Gerusalemme è il Cristo adorato oggi a Madrid, Manila, Nairobi, Città del Messico, Varsavia o Seul.

La Chiesa non ha bisogno di inventare un nuovo Cristo per ogni cultura.

Cristo è sufficiente per tutti.

10. Il relativismo geografico può anche diventare una scusa

C’è qui qualcosa di importante sul piano pastorale che dobbiamo sottolineare.

Talvolta l’affermazione «se fossi nato altrove, avrei un’altra religione» non costituisce realmente una ricerca intellettuale.

Può diventare un modo per evitare la domanda.

Perché se accettiamo che la nostra cultura ci influenza, appare una responsabilità:

esaminare criticamente ciò che abbiamo ricevuto.

Questo vale tanto per un cattolico quanto per un musulmano, un ateo, un buddista o un agnostico.

Se abbiamo ricevuto dai nostri genitori una determinata visione del mondo, dobbiamo domandarci:

È vera?

La fede matura non consiste semplicemente nel ripetere ciò che abbiamo ricevuto.

Ma non consiste neppure nel rifiutarlo semplicemente perché lo abbiamo ricevuto.

Consiste nel cercare la verità.

Un cattolico tradizionale non dovrebbe avere paura di questa domanda.

Al contrario: dovrebbe approfittarne per approfondire la propria fede.

11. La Chiesa invita tutti, non soltanto coloro che sono nati cattolici

Qui troviamo una conseguenza spirituale importante.

Se la Chiesa fosse soltanto un’eredità culturale europea, la sua missione sarebbe terminata quando l’Europa ha iniziato a secolarizzarsi.

Ma la Chiesa non vive della geografia.

Vive di Cristo.

Per questo continua ad annunciare il Vangelo.

Il comandamento di Cristo rimane valido:

«Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15).

La Chiesa è missionaria per sua stessa natura. Il Catechismo ricorda che la sua missione trae origine dalla missione del Figlio e dello Spirito Santo e che Dio vuole che tutti gli uomini giungano alla conoscenza della verità.

Per questo il cristianesimo non può essere rinchiuso in una sorta di nazionalismo religioso.

La Chiesa non dice:

«Cristo è nostro perché è nato tra noi.»

Dice:

«Cristo è per tutti perché è il Salvatore di tutti.»

12. Che cosa implica questo per un cattolico del XXI secolo?

Questo ha conseguenze molto concrete.

Primo: non dobbiamo vergognarci di affermare la verità

In un’epoca dominata dal relativismo, può sembrare arrogante affermare che una religione è vera.

Ma l’umiltà non significa negare la verità.

Il cattolico non dice:

«Ho ragione perché sono superiore.»

Dice:

«Ho ricevuto una verità che non ho inventato.»

La fede non è un trofeo culturale.

È un dono.

Secondo: dobbiamo conoscere la nostra fede

Se vogliamo rispondere al relativismo, non basta ripetere delle formule.

Dobbiamo conoscere la Sacra Scrittura, il Catechismo, la Tradizione, i Padri della Chiesa, la storia del cristianesimo e le ragioni della credibilità della fede.

Una fede ignorante diventa facilmente vulnerabile.

Una fede ben formata può dialogare senza paura.

Terzo: dobbiamo distinguere evangelizzazione e imposizione

Evangelizzare non significa costringere.

La fede esige una risposta libera.

Cristo chiama, invita, converte e trasforma.

Il cristiano deve annunciare la verità con carità, pazienza e coerenza.

La forza del Vangelo non dipende dall’aggressività dell’evangelizzatore.

Quarto: dobbiamo vivere in modo coerente

La migliore risposta al relativismo non è soltanto un argomento.

È una vita trasformata.

Se la fede cattolica è vera, deve produrre santi.

Deve produrre matrimoni fedeli, famiglie solide, giovani casti, sacerdoti santi, lavoratori onesti, persone capaci di perdonare e cristiani capaci di soffrire senza disperare.

Una verità che non trasforma la vita finisce per diventare una teoria.

13. La tua religione dipende da dove sei nato?

In parte, la tua nascita può spiegare come sei arrivato a conoscere una determinata religione.

Ma non dimostra quale religione sia vera.

Il luogo in cui sei nato può aver condizionato le tue prime idee su Dio.

Ma non possiede alcuna autorità per decidere chi sia Dio.

La geografia spiega la nostra storia personale.

Non determina la realtà metafisica.

Ed è qui che risiede la grandezza del cattolicesimo:

La Chiesa non appartiene a una sola razza.

Non appartiene a un solo continente.

Non appartiene a una sola lingua.

Non appartiene a una sola epoca.

Non appartiene a una sola nazione.

Appartiene a Cristo.

E Cristo appartiene a tutti gli uomini.

Per questo la Chiesa può attraversare i secoli, gli imperi, le rivoluzioni, i cambiamenti culturali e le frontiere politiche senza cessare di proclamare lo stesso Vangelo.

Da Pentecoste fino ai nostri giorni, la Chiesa porta lo stesso annuncio fondamentale:

Gesù Cristo è il Signore.

14. Una fede universale perché un solo Dio ha creato tutti gli uomini

In definitiva, la risposta al relativismo geografico si trova nella stessa visione cristiana dell’uomo.

Se tutti proveniamo dallo stesso Creatore, se tutti siamo stati creati a immagine di Dio, se tutti abbiamo bisogno della redenzione e se Cristo è morto per tutti, allora è logico che il Vangelo sia destinato a tutti.

San Paolo lo esprime con straordinaria chiarezza:

«Non c’è più Giudeo né Greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio e femmina; perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).

Questo non elimina le legittime differenze tra i popoli.

Le integra in una realtà superiore.

La Chiesa non distrugge le nazioni.

Le riunisce in Cristo.

Non distrugge le culture.

Le purifica e le eleva quando contengono la verità e il bene.

Non distrugge le identità.

Le orienta verso un’identità più profonda: quella di figli di Dio.

Conclusione: la verità non ha passaporto

Viviamo in un’epoca nella quale si ripete continuamente che ciascuno possiede «la propria verità».

Ma la verità non può dipendere dalle nostre preferenze.

Né può dipendere dalle nostre coordinate geografiche.

Se Dio esiste, Dio è lo stesso per lo spagnolo e per il cinese, per l’africano e per l’americano, per il credente e per colui che sta ancora cercando.

Se Cristo è veramente il Figlio di Dio fatto uomo, allora non è «il Cristo dell’Occidente».

È il Cristo di tutti.

Per questo la Chiesa non può rinchiudersi in una sola cultura, né diventare una semplice reliquia della civiltà europea.

La sua vocazione è molto più grande.

È cattolica perché è universale.

Ed è universale perché ha ricevuto da Cristo una missione destinata a tutte le nazioni, tutti i popoli e tutti i tempi. Il Catechismo riassume questa cattolicità affermando che la Chiesa proclama la pienezza della fede, possiede la pienezza dei mezzi di salvezza ed è inviata a tutti i popoli.

Così, quando qualcuno domanda:

«Non apparterresti a un’altra religione se fossi nato altrove?»

possiamo rispondere serenamente:

«Probabilmente avrei ricevuto un’educazione religiosa diversa. Ma questo non dimostrerebbe che quella religione è vera. La verità non cambia quando attraversiamo una frontiera.»

La domanda decisiva non è sapere dove siamo nati.

È che cosa facciamo dopo aver incontrato la questione della verità.

Perché Dio non ha nazionalità.

Cristo non ha frontiere.

La salvezza non ha passaporto.

E la Chiesa, fedele al comandamento del suo Signore, continua a ripetere a tutti i popoli e a ogni generazione:

«Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19).

Questa è la vera universalità cattolica: un’unica fede, un unico Signore, un’unica Chiesa e un’unica verità offerta a tutti gli uomini.

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Pater noster, qui es in cælis: sanc­ti­ficétur nomen tuum; advéniat regnum tuum; fiat volúntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidiánum da nobis hódie; et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris; et ne nos indúcas in ten­ta­tiónem; sed líbera nos a malo. Amen.

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