Il virus del soggettivismo: perché la verità esiste al di fuori della tua testa

Viviamo in un’epoca in cui una delle frasi apparentemente più innocue è diventata una delle frasi più pericolose dal punto di vista intellettuale e spirituale: «Questa è la tua verità».

L’espressione sembra benevola. Evita il conflitto. Trasmette l’impressione di rispettare l’altro. Sembra persino un segno di tolleranza. Ma quando diventa un principio filosofico, contiene un’affermazione di enorme portata: la verità non sarebbe qualcosa che scopriamo, ma qualcosa che ciascuno costruisce; non esisterebbe una realtà oggettiva che dobbiamo conoscere, ma tante «verità» quanti sono gli esseri umani; sarebbe vero ciò che ciascuno sente, pensa o interpreta.

È così che inizia il virus del soggettivismo.

Non si tratta semplicemente di una corrente filosofica che riguarda soltanto i professori universitari. Il soggettivismo è penetrato nella politica, nell’educazione, nelle relazioni personali, nei social network, nella morale, nella famiglia e, cosa particolarmente preoccupante, persino in alcuni ambienti religiosi.

«Io la vedo così».

«Per me Dio è…»

«La mia spiritualità mi dice…»

«Sento che è giusto».

«Ognuno ha la propria verità».

«Nessuno può dirmi ciò che è giusto».

«La cosa più importante è essere fedeli a se stessi».

Sono espressioni quotidiane nella nostra cultura. In determinati contesti, alcune possono avere un significato legittimo. Il problema nasce quando vengono utilizzate per negare che esista una realtà oggettiva, indipendente da noi, che dobbiamo conoscere.

Allora si pone una domanda alla quale non possiamo sfuggire:

E se la realtà non avesse alcun obbligo di adattarsi a ciò che pensiamo di essa?

La tradizione filosofica cattolica risponde con un’affermazione semplice, ma rivoluzionaria:

La verità non nasce dentro di noi. La verità si scopre.

E il realismo tomista ci offre uno degli strumenti intellettuali più solidi per comprendere perché sia così.


1. Il problema comincia quando confondiamo ciò che sentiamo con ciò che è

Immaginiamo che una persona guardi dalla finestra e dica:

«Sta piovendo».

Un’altra risponde:

«Io però sento che non sta piovendo».

Abbiamo forse due verità?

No.

Abbiamo una realtà e due affermazioni su quella realtà. Una sarà vera e l’altra falsa, indipendentemente da ciò che ciascuno sente.

Se effettivamente sta piovendo, la pioggia non dipende dall’opinione dell’osservatore.

La pioggia esiste al di fuori della sua testa.

Sembra evidente. Tuttavia, quando trasferiamo lo stesso principio all’ambito morale, antropologico o religioso, molti iniziano a pensare diversamente.

Una persona può dire:

«Per me il matrimonio significa questo».

Ma il matrimonio non diventa qualcos’altro semplicemente perché qualcuno ne ha una determinata concezione.

Qualcuno può affermare:

«Io credo che l’essere umano sia soltanto materia».

Ma l’esistenza di una realtà spirituale non dipende dal fatto che quella persona la riconosca.

Un altro può dire:

«Per me Dio non esiste».

Ma l’esistenza di Dio non viene annullata da questa negazione.

Qui incontriamo una distinzione fondamentale:

Avere un’opinione sulla realtà è una cosa; creare la realtà attraverso un’opinione è un’altra.

Il soggettivismo confonde le due cose.


2. Che cos’è realmente il soggettivismo?

Possiamo definire il soggettivismo, in modo semplice, come la tendenza a rendere la verità dipendente dall’esperienza, dalla coscienza, dalla percezione o dal giudizio del soggetto.

Il problema non consiste semplicemente nel riconoscere che la nostra percezione è limitata.

È evidente.

Non si tratta nemmeno di negare che ogni persona possieda la propria storia, sensibilità ed esperienza.

Anche questo è vero.

Il problema nasce quando passiamo da:

«Io percepisco la realtà in un determinato modo»

a:

«La realtà è ciò che io percepisco».

La prima affermazione riconosce i nostri limiti.

La seconda fa del soggetto il criterio della realtà.

Ed è proprio qui che emerge uno dei grandi problemi della cultura contemporanea: l’uomo è passato progressivamente dalla domanda:

«Che cosa è vero?»

alla domanda:

«Che cosa è vero per me?»

Il cambiamento tra queste due domande può sembrare piccolo.

Non lo è.

La prima domanda presuppone che esista una verità che dobbiamo scoprire.

La seconda presuppone che la verità possa cambiare a seconda di chi risponde.


3. «La mia verità» non è la stessa cosa della verità

C’è un’espressione che dobbiamo analizzare attentamente:

«La mia verità».

Può avere un significato legittimo quando significa:

«Questa è la mia esperienza personale».

Per esempio:

«La mia verità è che questa situazione mi ha ferito».

In questo caso parliamo di un’esperienza soggettiva reale.

L’espressione diventa problematica quando significa:

«La mia opinione determina ciò che è vero».

Perché allora non parliamo più di esperienza, ma di verità oggettiva.

Ed è qui che dobbiamo riscoprire una distinzione fondamentale:

Alcune cose sono soggettive, altre sono oggettive.

Il dolore che provo è soggettivo come esperienza personale.

Ma l’esistenza di una lesione fisica può essere una realtà oggettiva.

La mia paura è un’esperienza interiore.

Ma la questione se esista realmente al di fuori di me un pericolo è un’altra questione.

La mia opinione su una persona è soggettiva.

Ma la dignità oggettiva di quella persona non dipende dalla mia opinione.

La mia percezione di Dio può essere limitata.

Ma Dio non dipende dalla mia percezione.

Questo ci conduce direttamente al cuore del realismo.


4. Realismo: il mondo non comincia quando lo guardi

Il realismo filosofico afferma qualcosa di estremamente semplice:

La realtà esiste indipendentemente dal fatto che io la conosca.

Una montagna esisteva già prima che tu nascessi.

L’universo esisteva prima che tu avessi un’opinione su di esso.

I tuoi genitori esistevano prima che tu potessi comprendere chi fossero.

La legge morale non ha cominciato a esistere nel momento in cui hai scoperto che esiste.

Dio non ha cominciato a esistere quando hai iniziato a credere in Lui.

E Cristo non è diventato vero perché qualcuno ha deciso di seguirLo.

La realtà precede la nostra coscienza.

Noi entriamo in un mondo che già esiste.

Non siamo i suoi creatori intellettuali.

Siamo i suoi scopritori.

E questo ha enormi conseguenze spirituali:

La vita cristiana non consiste nell’inventare Dio, ma nell’incontrare Dio.


5. San Tommaso d’Aquino e la verità

Qui emerge la straordinaria profondità di san Tommaso d’Aquino.

Per il pensiero tomista, la verità è in una relazione fondamentale con l’essere.

La famosa definizione tomista della verità parla della «adaequatio intellectus et rei», cioè dell’adeguazione dell’intelletto alla realtà.

In parole semplici:

Conoscere la verità significa che il nostro pensiero corrisponde a ciò che le cose realmente sono.

Non rendiamo vera una cosa semplicemente credendo che sia vera.

Il nostro intelletto è vero quando conosce correttamente la realtà.

Se dico:

«Questo è un albero»

e realmente è un albero, allora il mio giudizio è vero.

Se dico:

«Questo è un cavallo»,

quando in realtà è un albero, allora il mio giudizio è falso.

L’oggetto non è cambiato.

È il mio intelletto che deve essere corretto.

Questa concezione apparentemente semplice rappresenta una vera e propria bomba intellettuale contro il soggettivismo.

Perché significa che la realtà possiede un’autorità sul nostro intelletto.

Non siamo noi a determinare arbitrariamente che cosa sia l’essere.

L’essere pone dei limiti al nostro pensiero.


6. L’intelletto umano è fatto per la verità

La tradizione cattolica non considera l’intelletto umano come un semplice strumento per produrre opinioni.

L’intelletto possiede una finalità:

conoscere la realtà.

San Tommaso insegna che l’intelletto umano è ordinato alla verità.

Per questo proviamo un profondo disagio quando scopriamo di aver vissuto nell’errore.

Ed è per questo che una conversione intellettuale può essere dolorosa.

Perché accettare la verità significa talvolta riconoscere:

«Mi sono sbagliato».

E questa frase diventa sempre più difficile in una cultura che trasforma l’identità personale in una sorta di fortezza inespugnabile.

Oggi molti preferiscono difendere un’opinione falsa piuttosto che riconoscere di essersi sbagliati.

Perché?

Perché hanno confuso due cose:

sbagliarsi e valere meno.

Ma non sono la stessa cosa.

Una persona può sbagliarsi e conservare comunque tutta la propria dignità.

Anzi, riconoscere un errore può essere una delle più nobili espressioni della ragione.


7. L’umiltà intellettuale è una virtù cristiana

Il cristianesimo non comincia dicendo:

«Hai già tutte le risposte».

Comincia dicendo:

«Cerca la verità».

L’uomo deve imparare.

Deve ascoltare.

Deve studiare.

Deve lasciarsi correggere.

Deve riconoscere i propri limiti.

Questo non è umiliante.

È umiltà.

L’umiltà intellettuale non significa pensare:

«Non posso conoscere nulla».

Significa riconoscere:

«Posso conoscere la verità, ma non sono il suo criterio assoluto».

Questa distinzione è fondamentale.

Il relativista dice infine:

«Non esiste una verità assoluta».

Il realista risponde:

«Il fatto che tu non possa comprendere pienamente una verità non significa che quella verità non esista».


8. «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi»

Il Vangelo di Giovanni contiene una delle affermazioni più profonde dell’intera storia dell’umanità:

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».

Cristo non dice:

«Inventerete la vostra verità».

Non dice:

«Ognuno avrà la propria verità».

Dice:

«Conoscerete la verità».

La verità appare qui come qualcosa che esiste e che può essere conosciuto.

E, inoltre, esiste una relazione diretta tra verità e libertà.

Questo è essenziale per comprendere la crisi attuale.

La cultura moderna ripete da decenni che la libertà consiste nel poter scegliere.

Il cristianesimo aggiunge però una domanda molto più profonda:

Che cosa deve essere scelto?

Perché una libertà separata dalla verità può facilmente diventare schiavitù.


9. La libertà ha bisogno della verità

Immaginiamo un uomo che decida di guidare un’automobile ignorando completamente le leggi della fisica.

Dice:

«Io non credo nella gravità».

Può sentirsi intellettualmente libero.

Ma se salta da un edificio, scoprirà che la realtà non negozia.

La gravità non rispetta le nostre opinioni.

Lo stesso vale per la realtà morale.

Una persona può dire:

«Non credo che determinati atti abbiano conseguenze».

Ma le conseguenze possono comunque verificarsi.

La libertà non significa poter fare tutto senza subire conseguenze.

La libertà significa poter scegliere il bene secondo la verità su noi stessi e sul mondo.

San Tommaso comprende la libertà a partire dall’intelletto e dal bene.

L’uomo vuole perché conosce.

E vuole veramente quando conosce un bene vero.

Per questo la menzogna non libera.

La menzogna conduce fuori strada.


10. Il soggettivismo promette libertà, ma può generare schiavitù

Qui incontriamo uno dei grandi paradossi del nostro tempo.

Ci viene detto:

«Sii te stesso».

Ma raramente ci viene chiesto:

«Chi sei veramente?»

Ci viene detto:

«Segui i tuoi sentimenti».

Ma quasi mai ci viene chiesto:

«I tuoi sentimenti sono orientati verso un bene vero?»

Ci viene detto:

«Fai ciò che ti rende felice».

Ma dovremmo chiederci:

«Che cos’è veramente la felicità?»

La cultura odierna spesso identifica la felicità con la soddisfazione.

La tradizione cristiana, invece, distingue tra il piacere momentaneo e il vero bene.

Non tutto ciò che desidero mi fa bene.

Non tutto ciò che mi fa stare bene è necessariamente buono.

Non tutto ciò che mi dà soddisfazione mi conduce necessariamente alla felicità.

E qui incontriamo una verità profondamente inquietante:

Anche i nostri desideri devono essere educati.


11. Non ogni sentimento è una rivelazione

Uno dei sintomi del soggettivismo contemporaneo è l’assolutizzazione dei sentimenti.

«Lo sento, quindi deve essere vero».

Ma non funziona così.

La paura può essere reale senza che ciò di cui abbiamo paura sia realmente pericoloso.

La gelosia può essere intensa senza che vi sia infedeltà.

La tristezza può essere profonda senza che la nostra interpretazione degli avvenimenti sia corretta.

La rabbia può essere legittima come emozione e tuttavia condurci a un giudizio ingiusto.

Il sentimento ci informa, ma non sempre giudica correttamente.

Per questo la tradizione cristiana non ha mai insegnato a distruggere le emozioni.

Le emozioni devono essere ordinate dalla ragione e perfezionate dalla grazia.

Non siamo macchine.

Ma non siamo neppure soltanto sentimenti.

Siamo persone dotate di intelletto, volontà, corpo e anima.


12. Il cuore può sbagliare

La Sacra Scrittura è straordinariamente realistica quando parla del cuore umano.

Il profeta Geremia dice:

«Niente è più ingannevole del cuore dell’uomo; è incurabile. Chi lo può conoscere?»

La Bibbia non ci insegna a diffidare di tutto ciò che sentiamo, ma a riconoscere che il nostro interiorità può essere ferita e disordinata.

Il peccato originale ha colpito l’uomo.

L’intelletto rimane capace di conoscere la verità, ma è indebolito.

La volontà rimane libera, ma è inclinata al male.

I desideri possono diventare disordinati.

La coscienza può essere deformata.

Per questo la vita spirituale non consiste semplicemente nel «guardarsi dentro» e presumere che tutto ciò che troviamo in noi venga da Dio.

Non ogni pensiero viene da Dio.

Non ogni desiderio viene da Dio.

Non ogni emozione è un’ispirazione dello Spirito Santo.

Non ogni esperienza interiore è una rivelazione.

Abbiamo bisogno del discernimento.


13. Il soggettivismo può penetrare anche nella vita religiosa

Questo punto merita particolare attenzione.

Esiste un soggettivismo secolare e può esistere anche un soggettivismo religioso.

Il primo dice:

«Io stabilisco ciò che è vero».

Il secondo può dire:

«Io stabilisco ciò che Dio vuole da me».

A prima vista sembrano diversi.

In realtà possono avere la stessa radice:

porre il soggetto al di sopra della realtà oggettiva.

Per esempio:

«Sento che Dio mi ha perdonato, quindi non ho bisogno di confessarmi».

Ma il sacramento della Penitenza non dipende dal nostro stato emotivo.

Un altro può affermare:

«Sento che questo insegnamento non ha più senso».

Ma una dottrina non smette di essere vera semplicemente perché ci appare difficile.

Un altro può dire:

«La mia coscienza mi dice che questo è buono».

Ma la coscienza non crea la legge morale.

La coscienza giudica il bene e il male.

E, per giudicare correttamente, deve essere formata.


14. La coscienza non è una fabbrica della verità

Questo è uno degli errori più importanti del nostro tempo.

Si sente dire:

«Io sono la mia coscienza».

Questa affermazione può essere corretta se significa:

«Devo agire secondo la mia coscienza rettamente formata».

Ma è falsa se significa:

«Ciò che io decido essere buono diventa automaticamente buono».

La coscienza non è un legislatore sovrano.

Non inventa la legge morale.

È il giudizio della ragione mediante il quale la persona riconosce la dimensione morale di un atto concreto.

Per questo esiste un serio dovere di formare la coscienza.

L’ignoranza volontaria non trasforma l’errore in verità.

La coscienza deve essere illuminata:

  • dalla Rivelazione;
  • dalla Sacra Scrittura;
  • dalla Tradizione;
  • dal Magistero della Chiesa;
  • dalla legge naturale;
  • dalla ragione rettamente formata;
  • dalla preghiera;
  • da un prudente accompagnamento spirituale.

Il cristiano non è chiamato a seguire ciecamente i propri impulsi.

È chiamato a cercare sinceramente il bene e la verità.


15. La legge naturale: una verità iscritta nella realtà umana

Il pensiero tomista offre qui uno strumento straordinario per comprendere il nostro tempo.

San Tommaso spiega che esiste una partecipazione della creatura razionale alla legge eterna di Dio: la legge naturale.

La legge naturale non significa semplicemente «ciò che mi sembra naturale».

Significa che esiste un ordine oggettivo inscritto nella natura umana e riconoscibile dalla ragione.

Per questo determinati atti possono essere oggettivamente buoni o cattivi.

Non perché una società li approvi.

Non perché una maggioranza voti a favore.

Non perché una persona si senta a proprio agio con essi.

La morale non nasce dai sondaggi.

La verità morale non viene stabilita attraverso le maggioranze.

Una società intera può sbagliarsi.

Una maggioranza può approvare un’ingiustizia.

La storia lo dimostra.


16. Quando la maggioranza determina la verità, la verità smette di esistere

Questo è uno dei grandi pericoli del relativismo.

Se la verità dipende dalla maggioranza, una maggioranza potrebbe trasformare una menzogna in verità.

Ma questo è impossibile.

Immaginiamo un voto:

«È vero che due più due fa cinque?»

Anche se il cento per cento della popolazione votasse «sì», rimarrebbe falso.

La realtà non funziona democraticamente.

La democrazia può decidere chi governa.

Può stabilire determinate norme pratiche e intelligenti.

Può organizzare la convivenza.

Ma non può trasformare il male in bene e la menzogna in verità.

Per questo anche la democrazia ha bisogno di una verità morale che la preceda.

Senza di essa, la democrazia rischia di diventare la tirannia della maggioranza.


17. Relativismo morale e disgregazione della fiducia

Una società ha bisogno di verità condivise.

Deve credere che esistano determinate cose che non devono mai essere fatte.

Deve riconoscere la dignità dell’essere umano.

Deve proteggere l’innocente.

Deve rispettare la parola data.

Deve distinguere tra giustizia e ingiustizia.

Deve riconoscere che esistono doveri oggettivi.

Quando tutto diventa opinione, la fiducia comincia a scomparire.

Perché, se non esiste una verità oggettiva, perché qualcuno dovrebbe mantenere la parola data quando gli conviene romperla?

Se la morale è soltanto una costruzione personale, perché sacrificarsi per un altro?

Se la dignità umana dipende da una decisione sociale, che cosa impedisce a una società di cambiare i propri criteri?

Il cristianesimo risponde con chiarezza:

La dignità dell’uomo non proviene dallo Stato, né dalla maggioranza, né dall’opinione individuale.

Proviene da Dio.

L’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio.


18. L’uomo non si inventa da solo

Una delle grandi tendenze della cultura contemporanea consiste nel presentare l’identità come una costruzione completamente autonoma.

«Io sono ciò che decido di essere».

Il realismo cristiano, però, parte da un’altra direzione:

Prima che tu decida chi sei, sei già qualcuno.

Hai ricevuto una natura.

Hai ricevuto l’esistenza.

Hai ricevuto un corpo.

Hai ricevuto la ragione.

Hai ricevuto una volontà.

Sei nato dentro una storia.

Hai ricevuto una famiglia.

E soprattutto sei una creatura.

Questa parola è fondamentale:

creatura.

L’uomo moderno vuole essere l’autore assoluto di se stesso.

Il cristianesimo gli ricorda che non è Dio.

E, paradossalmente, riconoscere la nostra condizione di creature non diminuisce la nostra dignità.

La fonda.

Perché, se siamo stati creati da Dio, la nostra esistenza possiede un significato oggettivo.

Non dobbiamo inventare il nostro valore.

Lo abbiamo ricevuto.


19. Cristo non è venuto per confermare le nostre opinioni

Gesù Cristo non appare neppure nel Vangelo come un terapeuta il cui compito sia confermare tutto ciò che pensiamo.

Cristo chiama alla conversione.

Dice:

«Convertitevi e credete al Vangelo».

Convertirsi significa precisamente cambiare direzione.

Se fossi già perfettamente il criterio della verità, non avrei bisogno di convertirti.

Ma il cristianesimo afferma che posso sbagliarmi.

Posso essere disordinato.

Posso avere bisogno di essere corretto.

Posso avere bisogno del perdono.

Posso avere bisogno della grazia.

Il Vangelo non viene semplicemente a dirci:

«Tutto ciò che c’è dentro di te è buono».

Viene a dirci:

«Vieni, seguimi».

E seguire Cristo significa permettergli di trasformare il nostro intelletto, la nostra volontà, i nostri desideri e la nostra vita.


20. San Paolo contro la dittatura della mentalità dominante

San Paolo scrive ai Romani:

«Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto».

Questa espressione è straordinariamente attuale.

«Non conformatevi alla mentalità di questo secolo».

La cultura possiede un’enorme capacità di plasmare la nostra percezione della realtà.

Ciò che ieri sembrava assurdo può finire per sembrare normale.

Ciò che un tempo scandalizzava può finire per essere considerato irrilevante.

Ciò che un tempo era considerato virtù può finire per essere presentato come debolezza.

Per questo il cristiano ha bisogno di una mente formata.

Non basta avere buone intenzioni.

Dobbiamo imparare a pensare cristianamente.


21. I social network e la fabbricazione delle soggettività

I social network hanno moltiplicato questo problema.

Ogni utente vive all’interno di un ambiente digitale progettato per mostrargli contenuti conformi alle sue preferenze.

Gradualmente può nascere un’illusione pericolosa:

«Tutti la pensano come me».

Ma non è necessariamente così.

Forse l’algoritmo ha costruito una bolla intorno alla nostra percezione.

La persona comincia a confondere:

«Questo appare continuamente sul mio schermo»

con:

«Questa è la realtà».

Non è la stessa cosa.

I social network possono amplificare emozioni, indignazione, paura, tribalismo e polarizzazione.

E il soggettivismo trova lì un terreno straordinariamente fertile.

Perché?

Perché molte piattaforme premiano la reazione immediata.

La verità richiede pazienza.

L’indignazione è immediata.

La verità richiede studio.

Un’opinione può essere pubblicata in dieci secondi.

La verità richiede argomenti.


22. La cultura dell’opinione permanente

Non abbiamo mai avuto così tante possibilità di parlare.

Ma parlare molto non significa pensare bene.

Viviamo in un’epoca nella quale praticamente chiunque può esprimere immediatamente la propria opinione su:

  • teologia;
  • medicina;
  • storia;
  • filosofia;
  • politica;
  • morale;
  • scienza;
  • liturgia;
  • educazione;
  • psicologia.

Il problema non è che le persone abbiano opinioni.

Il problema consiste nel fatto che siamo arrivati a confondere avere un’opinione con possedere una conoscenza.

Un’opinione può essere soltanto un’impressione.

La conoscenza richiede ragioni.

Per questo il cristiano dovrebbe riscoprire una cultura dello studio.

Leggere.

Domandare.

Confrontare.

Ascoltare.

Consultare fonti affidabili.

Conoscere la Tradizione.

Studiare il Catechismo.

Leggere i Padri della Chiesa.

Conoscere san Tommaso d’Aquino.

Approfondire la Sacra Scrittura.

E soprattutto imparare a distinguere tra ciò che la Chiesa insegna e ciò che qualcuno su Internet afferma che la Chiesa insegni.


23. «Io penso» non è ancora un argomento sufficiente

Una delle espressioni più frequenti nelle discussioni odierne è:

«Io penso che…»

Bene.

Ma dopo dovrebbe arrivare un’altra domanda:

«Perché?»

Perché un’opinione ha bisogno di una base.

«Penso che la Chiesa si sbagli».

Perché?

«Penso che questa dottrina sia superata».

Perché?

«Penso che questo sia moralmente giusto».

Perché?

Pensare razionalmente non significa accumulare opinioni.

Significa fornire ragioni capaci di sostenerle.

E qui troviamo una grande armonia tra fede cattolica e ragione.

La Chiesa non ha paura della verità.

Perché ogni verità viene da Dio.


24. La fede cattolica non è soggettivismo religioso

La fede cristiana non significa:

«Sento che Dio esiste».

La fede è una risposta razionale e soprannaturale alla Rivelazione di Dio.

Dio ha parlato.

Dio si è rivelato.

Dio è entrato nella storia.

Dio ha stabilito un’alleanza.

Il Verbo si è fatto carne.

Cristo è morto ed è risorto.

Gli Apostoli hanno ricevuto una missione.

La Chiesa ha ricevuto il deposito della fede.

Pertanto il cristianesimo non è una spiritualità inventata individualmente.

È una realtà oggettiva.

La fede non consiste nel costruire un Dio personale secondo le proprie idee.

Consiste nell’accogliere il vero Dio che si è rivelato.


25. «Il mio Gesù» e il pericolo di creare un Cristo su misura

C’è un’espressione che può sembrare devota:

«Il mio Gesù».

Naturalmente Cristo deve essere amato personalmente.

La relazione con Lui deve essere profondamente personale.

Ma Cristo non può essere reinventato.

Non possiamo costruirci un Gesù che si limiti a confermare le nostre preferenze.

Un Gesù che non corregge mai.

Un Gesù che non chiede mai nulla.

Un Gesù che non parla mai del peccato.

Un Gesù che non parla mai del giudizio.

Un Gesù che non chiede mai sacrificio.

Un Gesù che approva assolutamente tutto.

Questo Gesù non è il Cristo del Vangelo.

Cristo ama il peccatore.

Ma proprio perché lo ama, lo chiama alla conversione.

L’amore cristiano e la verità non sono nemici.

L’amore senza verità diventa sentimentalismo.

La verità senza amore può diventare durezza.

Cristo unisce perfettamente entrambe.


26. La Chiesa non è proprietaria della verità, ma sua serva

Anche qui dobbiamo essere precisi.

La Chiesa non inventa la verità.

Non decide arbitrariamente che cosa sia vero.

La Chiesa ha ricevuto un deposito della fede.

La sua missione consiste quindi nel conservarlo, trasmetterlo, spiegarlo e difenderlo.

La Chiesa non può semplicemente cambiare il Vangelo perché cambiano le mode culturali.

Così come un museo non è proprietario di un’opera d’arte al punto da poterla modificare a piacimento, la Chiesa custodisce un tesoro che ha ricevuto.

San Paolo parla del Vangelo come di un bene che deve essere custodito.

La tradizione cattolica comprende la Rivelazione come qualcosa ricevuto da Dio e trasmesso dagli Apostoli.

Perciò il cristiano non domanda soltanto:

«Che cosa penso?»

Domanda anche:

«Che cosa ha ricevuto e insegnato la Chiesa?»


27. La Tradizione non significa vivere nel passato

Questo punto è particolarmente importante per i cattolici che amano la Tradizione.

Difendere il realismo non significa rifiutare tutto ciò che è moderno.

Non significa che tutto ciò che è antico sia automaticamente vero e tutto ciò che è nuovo sia automaticamente falso.

Il criterio è un altro:

È vero?

Un’idea può essere antica e falsa.

Un’idea può essere nuova e vera.

La Tradizione cattolica non è nostalgia.

È la trasmissione viva della fede ricevuta dagli Apostoli.

E proprio perché la verità non dipende dalle mode, può attraversare i secoli.

Una verità non diventa vecchia perché sono trascorsi duemila anni.

Due più due continua a fare quattro.

E la verità su Dio non cambia perché cambia una generazione.


28. Il soggettivismo distrugge alla fine persino il dialogo

Qui troviamo un paradosso.

La cultura soggettivista afferma di voler essere tollerante.

Ma se ogni persona possiede «la propria verità», su quale base possiamo discutere insieme?

Se tu hai la tua verità e io ho la mia, che senso ha cercare di convincerti?

Nessuno.

Possiamo soltanto negoziare preferenze.

E così il dialogo razionale scompare.

Un vero dialogo presuppone una condizione:

Esiste una realtà che entrambi possiamo cercare di conoscere insieme.

Per questo il realismo è molto più favorevole al dialogo del relativismo.

Se la verità esiste, possiamo cercarla insieme.

Possiamo sbagliarci.

Possiamo correggerci reciprocamente.

Possiamo imparare.

Possiamo progredire.

Ma se la verità è soltanto una costruzione individuale, il dialogo diventa una lotta tra volontà.


29. La verità esige conversione

Qui arriviamo a un punto profondamente spirituale.

La verità non si limita a informarci.

La verità ci giudica.

Quando scopriamo una verità morale, non possiamo rimanere completamente neutrali.

Se riconosco che qualcosa è male e tuttavia lo compio consapevolmente, il problema non è più intellettuale.

È morale.

Per questo Cristo dice:

«Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».

Prima viene il rimanere nella sua parola.

Poi viene la conoscenza.

E infine la libertà.

La verità cristiana non è un oggetto da museo.

È una chiamata a vivere in modo diverso.


30. Il soggettivismo può diventare una giustificazione del peccato

Qui si trova uno dei motivi per cui il soggettivismo è spiritualmente pericoloso.

A volte non diciamo:

«Questo è buono perché è realmente buono».

Lo diciamo perché vogliamo giustificare ciò che abbiamo già deciso.

Prima desidero qualcosa.

Poi cerco una teoria che lo giustifichi.

Prima prendo una decisione.

Poi costruisco una spiegazione morale.

Prima pecco.

Poi cerco di dimostrare che il peccato non esiste.

L’intelletto può diventare così l’avvocato di una volontà disordinata.

San Tommaso ha compreso perfettamente il rapporto tra intelletto e volontà.

L’uomo può conoscere il bene e tuttavia scegliere il male.

Per questo non abbiamo bisogno soltanto di formazione intellettuale.

Abbiamo bisogno della conversione del cuore.


31. La verità può anche far male

Una cultura profondamente soggettivista tende a considerare intollerabile qualsiasi affermazione che provochi disagio.

Ma la verità può fare male.

Una diagnosi medica può fare male.

Scoprire di aver commesso un errore può fare male.

Scoprire di essere stati ingiusti può fare male.

Accettare di dover chiedere perdono può fare male.

Scoprire che un determinato comportamento è peccaminoso può fare male.

Ma il dolore della verità può essere risanatore.

Una ferita che il medico pulisce può inizialmente fare ancora più male.

Ma proprio perché vuole guarirla.

La verità cristiana non vuole distruggerci.

Vuole liberarci.


32. Verità e misericordia

Questo ci aiuta a comprendere meglio la vera misericordia.

La misericordia non significa:

«Non importa ciò che fai».

Significa:

«Ciò che hai fatto può essere grave, ma la grazia di Dio può rialzarti».

Negare il peccato non è misericordia.

Lasciare il peccatore chiuso nel suo peccato non lo è neppure.

La vera misericordia unisce:

Verità + amore + conversione + grazia.

Cristo non umilia il peccatore.

Ma non gli dice neppure che il suo peccato è irrilevante.

Gli offre una strada nuova.


33. La verità ha conseguenze per l’educazione

Una società che abbandona la verità finisce per trasformare l’educazione nella semplice trasmissione di preferenze.

Ma educare significa molto più che permettere a un bambino di «esprimersi».

Educare significa aiutarlo a scoprire la realtà.

Insegnargli a distinguere tra vero e falso.

Tra bene e male.

Tra giustizia e ingiustizia.

Tra realtà e apparenza.

Tra desiderio e bene.

Tra opinione e conoscenza.

Tra autorità legittima e manipolazione.

Una vera educazione umana deve formare l’intelletto e la volontà.

Non basta formare lavoratori efficienti.

Dobbiamo formare persone capaci di cercare la verità e vivere secondo essa.


34. La famiglia è la prima scuola del realismo

La famiglia possiede una missione straordinaria.

Fin dalla prima infanzia, il bambino impara che il mondo non ruota attorno ai suoi desideri.

Deve imparare che esistono limiti.

Che esistono tempi.

Che esistono doveri.

Che gli altri hanno diritti.

Che deve dire la verità.

Che deve chiedere perdono.

Che non può fare tutto ciò che vuole.

Che i suoi genitori possono correggerlo perché lo amano.

Tutto questo costituisce una prima scuola del realismo.

Se un bambino sente continuamente:

«Non importa ciò che fai, purché tu sia felice»,

può arrivare a comprendere che i suoi desideri sono il criterio ultimo del bene.

Ma l’educazione cristiana dice qualcosa di molto più bello:

«Impara ad amare ciò che è veramente buono».


35. La vita spirituale deve condurci fuori dall’«io»

Anche la preghiera può diventare soggettivista.

Esiste una forma di preghiera che ruota esclusivamente intorno a:

«Dammi».

«Fammi sentire bene».

«Fa’ che tutto avvenga come voglio».

«Conferma le mie decisioni».

La preghiera cristiana, invece, raggiunge il suo vertice quando impariamo a dire:

«Sia fatta la tua volontà».

Questa frase del Padre Nostro è una vera rivoluzione contro il soggettivismo.

Non dice:

«Sia fatta la mia volontà».

Dice:

«Sia fatta la tua volontà».

Perché Dio è la verità.

E la nostra libertà raggiunge la sua pienezza quando la nostra volontà si unisce al bene vero.


36. La Vergine Maria: l’antidoto al soggettivismo

La Vergine Maria rappresenta l’esatto contrario dello spirito soggettivista.

All’Annunciazione dell’angelo non risponde:

«Io ho la mia verità».

Non dice:

«Sento che questo non si adatta ai miei progetti».

Non cerca di imporre la propria interpretazione.

Dice:

«Ecco la serva del Signore: avvenga di me quello che hai detto».

Maria si apre a una verità che viene da Dio.

La sua grandezza consiste proprio nell’accogliere.

Accoglie una vocazione.

Accoglie una missione.

Accoglie la grazia.

Accoglie la Parola.

E per questo diventa Madre di Dio.

In Maria scopriamo una verità fondamentale:

La creatura raggiunge la propria grandezza non diventando Dio, ma affidandosi a Dio con fiducia.


37. San Giuseppe e l’obbedienza a una realtà che non può controllare

Anche san Giuseppe ci offre una meravigliosa lezione.

Quando scopre una situazione che non comprende, Dio interviene attraverso l’angelo.

Giuseppe non pretende di controllare completamente la realtà prima di obbedire.

Si fida.

Agisce.

Obbedisce.

La sua grandezza consiste anche nel riconoscere che la realtà non deve necessariamente sottomettersi ai suoi progetti.

L’uomo moderno vuole controllare.

Il cristiano impara a discernere.

L’uomo moderno dice:

«Il mio piano».

Il cristiano impara a dire:

«Signore, che cosa vuoi da me?»


38. L’antidoto: riscoprire l’amore per la verità

Come possiamo combattere il virus del soggettivismo?

Non basta criticare i relativisti.

Dobbiamo formare persone che amino la verità.

Primo: imparare a chiedere «È vero?»

Prima di condividere qualcosa sui social network.

Prima di indignarci.

Prima di accusare qualcuno.

Prima di giudicare.

Prima di accettare una dottrina.

Chiediamoci:

È vero?

Secondo: distinguere i fatti dalle opinioni

Non tutto ciò che circola su Internet possiede lo stesso valore.

Terzo: studiare

Un cattolico che vuole difendere la propria fede deve conoscerla.

Quarto: leggere le fonti primarie

La Sacra Scrittura.

Il Catechismo.

I Padri della Chiesa.

San Tommaso d’Aquino.

I documenti del Magistero.

Quinto: accettare la correzione

Non dobbiamo avere sempre ragione.

Dobbiamo amare la verità più del nostro orgoglio.


39. Un esercizio spirituale straordinariamente potente: dire «Mi sono sbagliato»

Esiste una piccola frase che può diventare una vera ascesi:

«Mi sono sbagliato».

Pronunciarla sinceramente distrugge l’orgoglio.

Ma libera anche.

Perché quando smetto di avere sempre bisogno di avere ragione, posso cominciare a imparare.

Il cristiano dovrebbe essere capace di dire:

«Non lo so».

«Devo studiare questo argomento».

«Forse mi sono sbagliato».

«Verificherò».

«Hai ragione».

«Perdonami».

Queste frasi non indeboliscono l’uomo.

Lo rendono intellettualmente umile.


40. La verità non è un’opinione espressa con maggiore sicurezza

Nell’epoca dei social network, una persona può esprimere un’opinione con enorme sicurezza.

Ma la certezza psicologica non dimostra la verità.

Qualcuno può essere completamente convinto e completamente in errore.

La verità non dipende dall’intensità con cui affermiamo qualcosa.

Dipende dal fatto che corrisponda o meno alla realtà.

Per questo dobbiamo imparare una disciplina interiore:

Non confondere la convinzione con la verità.

Posso essere convinto di qualcosa che è falso.

E posso scoprire una verità che inizialmente mi mette a disagio.


41. Il vero pensiero critico non significa dubitare di tutto

Oggi si parla molto di pensiero critico.

Ma pensare criticamente non significa sospettare di tutto.

Anche questo può diventare una forma di soggettivismo.

Il vero pensiero critico consiste nel:

  • analizzare;
  • distinguere;
  • confrontare;
  • porre domande;
  • cercare prove;
  • utilizzare la ragione;
  • riconoscere i ragionamenti fallaci;
  • consultare le fonti;
  • accettare le conclusioni anche quando ci dispiacciono.

L’obiettivo non è arrivare alla fine dicendo:

«Non si può conoscere nulla».

L’obiettivo è poter dire:

«Ora comprendo meglio ciò che realmente è».


42. Il realismo è una scuola di libertà

Il realismo tomista può sembrare, a prima vista, una questione astratta.

Non lo è.

Ha conseguenze concrete.

Se la verità esiste al di fuori della mia testa:

posso imparare.

Posso pentirmi.

Posso convertirmi.

Posso essere corretto.

Posso perdonare.

Posso chiedere perdono.

Posso scoprire che i miei desideri non sono sempre buoni.

Posso riconoscere che un altro ha ragione.

Posso scoprire Dio.

Posso abbandonare un’ideologia.

Posso cambiare la mia vita.

Per questo il realismo non è una prigione.

È una porta.

Perché, se la realtà esiste, posso uscire da me stesso.


43. Il grande problema del soggettivismo è che rinchiude l’uomo dentro se stesso

Forse l’intero problema può essere riassunto nel modo migliore così.

Il soggettivismo finisce per dire:

«Posso fidarmi soltanto della mia percezione».

Ma se tutto è dentro di me, come posso davvero uscire da me stesso?

Come posso conoscere veramente l’altro?

Come posso conoscere Dio?

Come posso scoprire una verità che mi contraddice?

Come posso accettare di essermi sbagliato?

Il realismo apre una finestra.

Mi dice:

Esiste un mondo al di fuori di me.

Esistono altre persone.

Esiste una realtà.

Esiste una natura.

Esiste un ordine morale.

Esiste una verità.

E infine esiste Dio.


44. La verità suprema non è un’idea: è una Persona

Qui il cristianesimo va persino oltre la filosofia.

La filosofia cerca la verità.

La Chiesa annuncia che la verità è venuta incontro a noi.

Cristo dice:

«Io sono la via, la verità e la vita».

Consideriamo la profondità di questa frase.

Cristo non dice semplicemente:

«Io insegno una verità».

Dice:

«Io sono la verità».

La verità cristiana non è una formula astratta.

È Cristo.

Per questo conoscere la verità significa, in definitiva, entrare in relazione con Lui.

La difesa del realismo tomista non è soltanto una battaglia intellettuale.

È anche una preparazione a comprendere il Vangelo.

Perché, se non esiste una verità oggettiva, la Rivelazione diventa semplicemente un’opinione religiosa tra le tante.

Ma se esiste una verità oggettiva, possiamo porci seriamente la domanda:

Chi è Gesù Cristo?

E se Egli è realmente colui che afferma di essere, allora tutta la nostra vita deve rispondere.


45. Il cristiano non ha «la sua verità»: ha ricevuto una verità

Questa affermazione può essere provocatoria:

Il cristiano non possiede una verità privata.

Ha ricevuto una verità.

Ha ricevuto un Vangelo.

Ha ricevuto una fede.

Ha ricevuto i sacramenti.

Ha ricevuto una Tradizione.

Ha ricevuto una missione.

E porta la responsabilità di custodire questo deposito della fede, senza deformarlo.

Questo non significa che tutti i cattolici comprendano perfettamente ogni cosa.

No.

Anche la Chiesa riconosce che la nostra comprensione può crescere e approfondirsi.

Ma esiste una differenza tra crescere nella comprensione di una verità e modificare la verità affinché corrisponda alle nostre preferenze.


46. Il mondo ha bisogno di cattolici capaci di dire: «Questo è vero»

In una società stanca del relativismo, il cristiano possiede una missione straordinaria.

Non può essere semplicemente qualcuno che dice:

«Rispetto tutte le opinioni».

Deve essere qualcuno capace di dire, con carità e umiltà:

«Questo è vero».

E anche:

«Questo è falso».

«Questo è bene».

«Questo è male».

«Questo conduce alla vita».

«Questo distrugge l’uomo».

Ma deve farlo senza arroganza.

Perché difendere la verità non significa considerarsi migliori degli altri.

La verità ci rende umili.

Perché?

Perché la verità non ci appartiene.

L’abbiamo ricevuta.


47. Verità e amore devono camminare insieme

Esiste una tentazione nella lotta contro il relativismo: diventare persone continuamente arrabbiate.

Sarebbe un errore.

Il cristiano non è chiamato a vincere discussioni.

È chiamato a conquistare anime per Cristo.

San Paolo insegna che dobbiamo vivere la verità nella carità.

La verità senza amore può diventare una pietra da scagliare contro l’altro.

L’amore senza verità può diventare una menzogna gentile.

Cristo ci insegna qualcosa di molto più difficile:

Amare l’altro al punto da non mentirgli e amarlo al punto da non umiliarlo.


48. Una guida pratica contro il soggettivismo nella vita quotidiana

Possiamo trasformare tutto ciò che abbiamo detto finora in un piccolo esame quotidiano della coscienza.

Prima di affermare qualcosa, chiediamoci:

1. Sto descrivendo un fatto o esprimendo un’opinione?

2. Quali ragioni ho per sostenerlo?

3. Sono disposto ad ammettere che potrei sbagliarmi?

4. Ho consultato fonti affidabili?

5. Sto confondendo ciò che sento con ciò che è?

6. Sto giustificando qualcosa che desidero fare?

7. Sto permettendo ai social network di plasmare la mia visione del mondo?

8. So realmente che cosa insegna la Chiesa su questa questione?

9. La mia coscienza è rettamente formata?

10. Cerco la verità o soltanto una conferma?

L’ultima domanda è particolarmente importante.

Perché spesso non cerchiamo la verità.

Cerchiamo qualcuno che ci dica che abbiamo già ragione.


49. L’esame spirituale della coscienza alla sera

Possiamo portare questa lotta persino nella nostra preghiera serale.

Prima di dormire, possiamo domandarci:

Oggi ho preferito la verità al mio orgoglio?

Ho riconosciuto un errore?

Ho giudicato qualcuno troppo rapidamente?

Ho confuso i miei sentimenti con la realtà?

Ho cercato veramente la volontà di Dio?

Ho permesso che un’opinione letta su Internet turbasse la mia pace?

Ho parlato di cose che in realtà non conosco?

Ho studiato oggi qualcosa che mi aiuti a conoscere meglio la mia fede?

Ho chiesto a Dio la luce per riconoscere la verità?

Questo esame di coscienza può diventare una potente scuola di umiltà.


50. Il soggettivismo non si supera soltanto con gli argomenti, ma attraverso la santità

Infine dobbiamo ricordare qualcosa di essenziale.

Il problema del soggettivismo non è esclusivamente intellettuale.

È anche spirituale.

L’uomo può rifiutare la verità perché la verità richiede una conversione.

Per questo abbiamo bisogno della grazia.

Abbiamo bisogno della preghiera.

Abbiamo bisogno dei sacramenti.

Abbiamo bisogno della confessione.

Abbiamo bisogno di una prudente direzione spirituale.

Abbiamo bisogno di formazione.

Abbiamo bisogno del silenzio.

Abbiamo bisogno dell’adorazione eucaristica.

Dobbiamo leggere il Vangelo.

Dobbiamo chiedere allo Spirito Santo i doni dell’intelletto e della sapienza.

L’intelletto ha bisogno della luce.

E il cuore ha bisogno di essere purificato.


Conclusione: uscire dalla prigione dell’«io»

Il virus del soggettivismo comincia con una frase apparentemente innocua:

«Per me…»

E alla fine costruisce una prigione.

Perché se tutto dipende da me, il mio mondo diventa grande quanto la mia stessa coscienza.

Il cristianesimo, invece, apre le finestre.

Mi dice che al di fuori di me esiste una realtà.

Che esiste una verità.

Che esiste il bene.

Che esiste una legge naturale.

Che esiste una Rivelazione.

Che esiste una Chiesa.

Che esiste una storia della salvezza.

Che esiste una realtà sacramentale.

E, infine, che Dio esiste.

San Tommaso ci ricorda che l’intelletto umano è chiamato a conoscere l’essere e che la verità consiste nell’adeguazione dell’intelletto alla realtà.

Il Vangelo va ancora oltre.

Perché la verità non è soltanto qualcosa che dobbiamo conoscere.

La verità ci ha cercati.

La verità ha un volto.

La verità si è fatta carne.

La verità è morta sulla croce.

La verità è risorta.

La verità ci chiama per nome.

Per questo il cristiano, davanti al grido odierno:

«Questa è la mia verità»,

non deve rispondere con arroganza:

«Io possiedo la verità».

Deve invece rispondere umilmente:

«La verità non mi appartiene. La verità appartiene a Dio, e io sono chiamato a cercarla, riceverla, viverla e annunciarla».

Allora comprendiamo le parole di Cristo:

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».

Non perché possiamo costruire una verità che ci sia conveniente.

Ma proprio perché possiamo abbandonare le nostre menzogne.

Non perché Dio debba adattarsi a noi.

Ma perché noi possiamo convertirci a Lui.

Non perché la realtà debba entrare nella nostra testa.

Ma perché il nostro intelletto può aprirsi alla realtà.

E non perché ognuno debba costruire il proprio cammino.

Ma perché Cristo ha detto:

«Io sono la via, la verità e la vita».

Questo è il vero antidoto al soggettivismo.

Uscire da se stessi per incontrare la realtà.

Uscire dall’opinione per cercare la verità.

Lasciare l’orgoglio per accettare la correzione.

Abbandonare l’autosufficienza per ricevere la grazia.

E infine uscire da se stessi per incontrare Dio.

Informazioni catholicus

Pater noster, qui es in cælis: sanc­ti­ficétur nomen tuum; advéniat regnum tuum; fiat volúntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidiánum da nobis hódie; et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris; et ne nos indúcas in ten­ta­tiónem; sed líbera nos a malo. Amen.

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