Non confondere la mediocrità con l’umiltà: quando la paura di essere grandi si traveste da virtù

C’è una forma di tentazione spirituale molto più sottile di quanto possiamo immaginare. Non sempre il male ci spinge verso il peccato evidente, verso l’orgoglio sfrenato, verso l’avidità o verso una vita apertamente lontana da Dio. A volte la tentazione può assumere una forma apparentemente molto più religiosa: convincerci che non dobbiamo aspirare a nulla di grande, che accontentarci di poco sia sempre umiltà, che non valga la pena sviluppare i doni ricevuti e che la mediocrità sia una forma di santità.

È una confusione pericolosa.

Perché l’umiltà cristiana è una virtù, mentre la pusillanimità — cioè la piccolezza d’animo, il rifiuto timoroso di ciò che potremmo e dovremmo fare — può essere un vizio.

San Tommaso d’Aquino affronta questa questione con una profondità straordinaria. Nella Summa Theologiae, quando tratta della magnanimità e della pusillanimità, mostra che il problema non consiste semplicemente nell’essere “ambiziosi” oppure “modesti”. Il problema è molto più profondo: siamo capaci di accogliere con umiltà ciò che Dio ci chiede, anche quando è grande?

Perché l’umiltà non consiste nel dire continuamente: “Io non valgo nulla”.

L’umiltà consiste nel riconoscere con verità chi siamo davanti a Dio, quali sono i nostri limiti, quali sono i nostri doni e quale missione Egli ci affida.

E talvolta Dio ci chiede molto più di quanto noi stessi avremmo il coraggio di chiedere a noi.


1. Quando la mediocrità si traveste da umiltà

Viviamo in un’epoca nella quale parlare di eccellenza può sembrare quasi sospetto.

Se una persona vuole crescere professionalmente, viene accusata di ambizione.

Se vuole sviluppare i propri talenti, può essere considerata vanitosa.

Se desidera fare qualcosa di importante per Dio, qualcuno potrebbe dirle:

“Non cercare di essere speciale.”

Se vuole diventare santa, forse sentirà:

“Non esagerare.”

E persino nella vita cristiana può insinuarsi una mentalità secondo la quale essere umili significhi non aspettarsi nulla da se stessi, non assumersi grandi responsabilità, non rischiare, non uscire dalla propria zona di comfort e accontentarsi di una vita spirituale mediocre.

Ma questa non è l’umiltà cristiana.

L’umiltà non è pensare male di se stessi.

L’umiltà è pensare a se stessi secondo verità.

E la verità è che ogni essere umano ha ricevuto da Dio doni, capacità, tempo, intelligenza, possibilità, relazioni, responsabilità e una vocazione concreta.

“Che cosa hai che tu non abbia ricevuto?”, chiede San Paolo.

«Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?»
(1 Corinzi 4,7)

Se tutto ciò che abbiamo è ricevuto, allora riconoscere i nostri doni non è orgoglio.

Orgoglio sarebbe attribuire a noi stessi ciò che viene da Dio.

Umiltà è riconoscere che ciò che abbiamo viene da Lui e che, proprio per questo, abbiamo la responsabilità di farlo fruttificare.


2. San Tommaso d’Aquino e la pusillanimità

San Tommaso dedica una questione specifica della Summa Theologiae alla pusillanimità: la II-II, questione 133.

Il termine latino è pusillanimitas, dalla combinazione di pusillus, “piccolo”, e animus, “animo”.

Letteralmente, indica una piccolezza dell’animo.

Ma non si tratta semplicemente di essere persone tranquille, riservate o poco inclini alla ricerca di protagonismo.

La pusillanimità consiste nel rifiutare di intraprendere qualcosa di grande quando sarebbe ragionevole e moralmente appropriato farlo.

È, in un certo senso, il timore di essere all’altezza della propria vocazione.

La persona pusillanime può dire:

“Non sono capace.”

“Non sono abbastanza intelligente.”

“Non sono abbastanza santo.”

“Non sono abbastanza preparato.”

“Ci sono altri migliori di me.”

“Non è il mio posto.”

“Non voglio responsabilità.”

“Preferisco non espormi.”

“Non voglio correre rischi.”

“Dio non mi chiederà tanto.”

A prima vista, molte di queste frasi sembrano umili.

Ma San Tommaso ci invita a porci una domanda fondamentale:

È davvero umiltà riconoscere i propri limiti, oppure è paura di assumere ciò che Dio ci chiede?

La differenza è decisiva.


3. La magnanimità: la virtù dell’animo grande

Per comprendere la pusillanimità dobbiamo comprendere il suo opposto: la magnanimità.

San Tommaso tratta della magnanimità nella Summa Theologiae, II-II, questione 129.

La parola latina è magnanimitas: grandezza d’animo.

Il magnanimo non è colui che si crede superiore agli altri.

Non è l’arrogante.

Non è il vanitoso.

Non è colui che pretende applausi.

Il magnanimo è colui che, riconoscendo con realismo i doni ricevuti, è disposto ad assumere grandi opere quando la ragione e la virtù lo richiedono.

È una virtù profondamente cristiana.

Perché il cristianesimo non ci insegna a vivere in piccolo per paura.

Ci insegna a vivere secondo la misura della vocazione ricevuta da Dio.

Se Dio ti ha dato cinque talenti, non è umiltà restituirgliene uno.

Se ti ha dato una capacità di insegnare, forse non è umiltà nasconderla.

Se ti ha dato una grande capacità di lavorare, forse non è umiltà rifiutare ogni responsabilità.

Se ti ha dato una capacità di parlare, evangelizzare, scrivere, organizzare, consolare, educare o servire, non è automaticamente umiltà fingere che quel dono non esista.

La domanda cristiana non è:

“Quanto poco posso fare senza sentirmi in colpa?”

La domanda è:

“Signore, che cosa vuoi che io faccia con ciò che mi hai dato?”


4. La parabola dei talenti

Il Vangelo offre una delle immagini più forti di questa realtà nella parabola dei talenti.

Cristo racconta di un uomo che, prima di partire, affida ai suoi servi diverse quantità di beni.

Uno riceve cinque talenti.

Un altro ne riceve due.

Un altro ne riceve uno.

I primi due li fanno fruttificare.

Il terzo, invece, lo nasconde.

E quando il padrone ritorna, quel servo non viene lodato per essere stato prudente.

Il suo problema è precisamente che non ha fatto nulla con ciò che aveva ricevuto.

Cristo conclude:

«Servo malvagio e pigro!»
(cfr. Matteo 25,26)

È una pagina del Vangelo che dovrebbe farci riflettere profondamente.

Quel servo non ha distrutto il talento.

Non lo ha rubato.

Non lo ha venduto.

Semplicemente, lo ha sepolto.

E quante volte anche noi seppelliamo i nostri talenti?

Seppelliamo una vocazione.

Seppelliamo una capacità.

Seppelliamo un progetto.

Seppelliamo una responsabilità.

Seppelliamo un’opera di apostolato.

Seppelliamo persino una possibilità di santità.

E poi chiamiamo tutto questo “umiltà”.


5. “Io non sono capace”: umiltà o pusillanimità?

Immaginiamo una persona alla quale viene chiesto di assumere una responsabilità.

Risponde:

“Non sono capace.”

Potrebbe essere umiltà.

Ma potrebbe anche essere pusillanimità.

Come distinguere le due cose?

Bisogna guardare la realtà.

Se quella persona realmente non possiede le capacità necessarie, riconoscerlo può essere prudenza e umiltà.

Ma se possiede le capacità, può imparare, può chiedere aiuto, può prepararsi e tuttavia rifiuta semplicemente perché ha paura, allora il problema può essere diverso.

La frase “non sono capace” può diventare una barriera dietro la quale nascondiamo la paura.

Paura di fallire.

Paura del giudizio.

Paura del ridicolo.

Paura di essere criticati.

Paura di essere responsabili.

Paura che gli altri scoprano le nostre debolezze.

Paura persino del successo.

E qui tocchiamo qualcosa di molto umano.

Perché fallire può essere doloroso.

Ma anche avere successo può essere esigente.

Se cominciamo a sviluppare i nostri talenti, arrivano nuove responsabilità.

Se cresciamo nella vita spirituale, Dio può chiederci nuove rinunce.

Se cominciamo a servire gli altri, perdiamo parte del nostro comodo anonimato.

Se diventiamo più generosi, dobbiamo dare di più.

La mediocrità, invece, è comoda.


6. La tentazione di una vita spiritualmente insignificante

Forse una delle tentazioni più sottili del cristiano contemporaneo non è quella di diventare apertamente cattivo.

È quella di diventare spiritualmente insignificante.

Non necessariamente peccatore in modo grave.

Semplicemente, inattivo.

Non fare il male, ma nemmeno fare il bene che si potrebbe fare.

Non tradire apertamente Dio, ma nemmeno vivere pienamente per Lui.

Non rinnegare la fede, ma nemmeno testimoniarla.

Non perdere completamente la vita spirituale, ma nemmeno coltivarla seriamente.

È una forma di tiepidezza.

E qui possiamo ricordare le parole dell’Apocalisse:

«Poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.»
(Apocalisse 3,16)

Il cristianesimo non è semplicemente evitare il peccato.

È vivere in Cristo.

È crescere nella grazia.

È esercitare le virtù.

È pregare.

È amare.

È servire.

È combattere il peccato.

È sviluppare i doni ricevuti.

È compiere la propria vocazione.

È tendere alla santità.


7. Il diavolo non ha bisogno di convincerti a essere cattivo

Nella tradizione spirituale cristiana, la tentazione non assume sempre forme spettacolari.

Può essere molto più sottile.

A volte non è:

“Abbandona Dio.”

Può essere:

“Non fare troppo.”

“Non prenderti responsabilità.”

“Non cercare di diventare santo.”

“Non devi impegnarti così tanto.”

“Lascia perdere.”

“Non sei abbastanza bravo.”

“Non sei all’altezza.”

“Non vale la pena.”

“Qualcun altro lo farà.”

“Non è necessario.”

Una persona può finire per vivere tutta la propria esistenza al di sotto delle possibilità che Dio le ha dato.

Non perché commetta necessariamente grandi peccati.

Ma perché non risponde pienamente alla grazia.

È per questo che dobbiamo stare attenti a una falsa umiltà che ci impedisce di crescere.

Il demonio — nella prospettiva della spiritualità cristiana — non deve necessariamente convincerci ad odiare Dio.

Gli può bastare, per così dire, convincerci a non fare ciò che Dio ci chiede.


8. Dio non ti chiede di essere straordinario davanti agli uomini

Qui è necessario introdurre una distinzione fondamentale.

Dire che non dobbiamo confondere mediocrità e umiltà non significa che tutti debbano diventare famosi.

La magnanimità non significa diventare una celebrità.

Non significa costruire un grande impero.

Non significa essere conosciuti.

Non significa avere milioni di seguaci.

Non significa fare cose spettacolari.

La grandezza cristiana non si misura con la visibilità.

Una madre che educa bene i propri figli può compiere un’opera immensamente grande.

Un padre che lavora onestamente per la propria famiglia può vivere una grande vocazione.

Un sacerdote che celebra fedelmente la Santa Messa e confessa per decenni può essere un autentico magnanimo.

Una persona anziana che prega ogni giorno per la Chiesa può compiere un apostolato nascosto.

Un malato che offre le proprie sofferenze a Cristo può vivere una forma altissima di fecondità spirituale.

La grandezza cristiana non consiste necessariamente nel fare qualcosa di grande agli occhi del mondo.

Consiste nel fare con amore e fedeltà ciò che Dio ci chiede.


9. Semplicità non significa mediocrità

È importante non confondere la semplicità con la mediocrità.

La semplicità cristiana è bellissima.

Non abbiamo bisogno di complicare tutto.

Non abbiamo bisogno di apparire.

Non abbiamo bisogno di dimostrare continuamente qualcosa.

Ma una cosa è essere semplici.

Un’altra è accontentarsi deliberatamente del minimo quando Dio ci invita a crescere.

La semplicità dice:

“Non ho bisogno di essere applaudito.”

La mediocrità dice:

“Non voglio impegnarmi.”

La semplicità dice:

“Farò il bene anche se nessuno mi vede.”

La pusillanimità dice:

“Non lo farò perché potrei essere criticato.”

La semplicità è libera dall’ego.

La pusillanimità è spesso prigioniera della paura.


10. Non cercare la grandezza per te stesso

Naturalmente, anche l’estremo opposto è pericoloso.

La magnanimità cristiana non autorizza l’ambizione disordinata.

Non dobbiamo fare grandi cose per dimostrare che siamo grandi.

Non dobbiamo servire Dio per costruire un’immagine di noi stessi.

Non dobbiamo evangelizzare per ricevere applausi.

Non dobbiamo scrivere per diventare famosi.

Non dobbiamo predicare per essere ammirati.

Non dobbiamo cercare responsabilità per sentirci superiori.

Cristo è radicale su questo punto.

La grandezza cristiana passa attraverso il servizio:

«Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore.»
(Matteo 20,26)

Questa è una delle grandi paradossi del Vangelo.

Dio ci chiama alla grandezza, ma ci insegna a raggiungerla attraverso l’umiltà.

Non dobbiamo scegliere tra umiltà e grandezza.

Dobbiamo unire entrambe.


11. La vera umiltà riconosce i doni ricevuti

Una persona veramente umile può dire:

“Dio mi ha dato questo talento.”

“Ho questa capacità.”

“Posso fare questa cosa.”

“Ho ricevuto questa formazione.”

“Posso aiutare queste persone.”

“Ho una certa esperienza.”

E subito aggiungere:

“E tutto questo viene da Dio.”

Questa è umiltà.

San Paolo lo esprime chiaramente:

«Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?»
(1 Corinzi 4,7)

La persona orgogliosa dice:

“Questo è mio.”

La persona falsa-umile dice:

“Io non ho niente.”

La persona veramente umile dice:

“Ho ricevuto molto e devo essere fedele a ciò che ho ricevuto.”

Questa terza posizione è quella cristiana.


12. Cristo: il modello perfetto di umiltà e grandezza

Guardiamo a Cristo.

Gesù dice:

«Imparate da me, che sono mite e umile di cuore.»
(Matteo 11,29)

Cristo è il modello perfetto dell’umiltà.

Ma la Sua vita non ha nulla di mediocre.

Parla con autorità.

Affronta i farisei.

Predica pubblicamente.

Compie miracoli.

Chiama gli apostoli.

Scaccia i demoni.

Guarisce i malati.

Perdona i peccati.

Entra nel Tempio.

Rimprovera ciò che deve essere rimproverato.

Accetta la Passione.

Muore sulla Croce.

Risorge.

E tutto questo senza alcuna vanità.

Questa è la grandezza cristiana.

Potenza senza orgoglio.

Autorità senza arroganza.

Coraggio senza aggressività.

Umiltà senza pusillanimità.


13. La santità non è mediocre

A volte parliamo della santità come se fosse qualcosa riservato a persone eccezionali.

Ma Cristo dice:

«Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.»
(Matteo 5,48)

La chiamata è universale.

Tutti i battezzati sono chiamati alla santità.

Questo non significa che tutti dovranno fare le stesse cose.

Significa che tutti devono vivere pienamente la propria vocazione.

Il problema non è che Dio chieda a tutti la stessa missione.

Il problema è quando noi rifiutiamo la missione che Egli ci ha affidato perché abbiamo paura di ciò che comporta.


14. “Questo è sufficiente”

Una delle frasi più pericolose nella vita spirituale può essere:

“Questo è sufficiente.”

A volte lo è.

La prudenza richiede di riconoscere i limiti.

Non possiamo fare tutto.

Non dobbiamo fare tutto.

Non dobbiamo vivere continuamente esausti.

Ma bisogna distinguere tra:

“Questo è ciò che posso fare in questo momento”

e:

“Non voglio fare di più perché mi costa.”

Tra:

“Non è la mia vocazione”

e:

“Ho paura di assumere questa responsabilità.”

Tra:

“Non possiedo questo talento”

e:

“Preferisco non scoprire se posso svilupparlo.”

La prudenza stabilisce un limite secondo la realtà.

La pusillanimità stabilisce un limite secondo la paura.


15. La paura del fallimento

Molte persone vivono nella mediocrità perché hanno paura di fallire.

Ma il Vangelo non promette che tutto ciò che faremo riuscirà secondo i nostri criteri.

Dio non ci chiede necessariamente risultati spettacolari.

Ci chiede fedeltà.

Il servo della parabola dei talenti non viene giudicato perché il suo risultato è stato inferiore a quello dell’altro.

I talenti ricevuti erano differenti.

La questione è che ciò che ha ricevuto non è rimasto improduttivo.

Il cristiano deve imparare a lavorare, pregare e servire senza essere schiavo del successo.

Possiamo fallire.

Possiamo essere criticati.

Possiamo commettere errori.

Possiamo dover ricominciare.

Ma il fallimento non è automaticamente una sconfitta spirituale.

A volte il vero fallimento è non aver mai osato rispondere alla chiamata di Dio.


16. La magnanimità ha bisogno della prudenza

San Tommaso non presenta la magnanimità come una virtù irresponsabile.

La magnanimità è una virtù morale.

E ogni virtù deve essere guidata dalla ragione e, in modo particolare, dalla prudenza.

Perciò non dobbiamo cadere nell’errore opposto.

Non ogni grande progetto viene da Dio.

Non ogni desiderio di fare grandi cose è una vocazione.

Non ogni ambizione è magnanimità.

Non ogni rischio è coraggio.

Non ogni rifiuto è pusillanimità.

È necessario discernere.

E questo discernimento richiede preghiera, consiglio, conoscenza di sé, realtà, prudenza e apertura alla volontà di Dio.

La domanda non deve essere:

“Come posso fare qualcosa di grande?”

Ma:

“Che cosa vuole Dio da me?”

E se la risposta è qualcosa di grande, allora non dobbiamo fuggire semplicemente perché ci spaventa.


17. Mosè, Geremia e la tentazione di sentirsi incapaci

La Sacra Scrittura ci presenta diversi uomini chiamati da Dio che inizialmente reagiscono sottolineando la propria incapacità.

Mosè dice:

«Chi sono io per andare dal faraone?»
(Esodo 3,11)

Geremia risponde:

«Ahimè, Signore Dio! Ecco, io non so parlare, perché sono giovane.»
(Geremia 1,6)

Sono reazioni profondamente umane.

Dio, però, non risponde semplicemente:

“Va bene, allora non fare nulla.”

Al contrario, conferma la missione.

Questo ci insegna qualcosa di fondamentale:

il sentimento di inadeguatezza non dimostra necessariamente che non siamo chiamati.

A volte ci sentiamo incapaci proprio perché ciò che Dio ci chiede supera le nostre forze naturali.

E questo non significa che dobbiamo agire senza prepararci.

Significa che dobbiamo comprendere che la grazia non elimina la nostra debolezza, ma può operare attraverso di essa.

San Paolo lo esprime magnificamente:

«Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza.»
(2 Corinzi 12,9)


18. La grandezza non consiste nel fare cose spettacolari

Forse dobbiamo cambiare la nostra idea di grandezza.

Grande non significa necessariamente enorme.

Grande può essere fedele.

Grande può essere perseverante.

Grande può essere nascosto.

Grande può essere silenzioso.

Grande può essere quotidiano.

Una persona che recita fedelmente il Rosario ogni giorno può compiere una grande opera spirituale.

Un padre che ogni sera insegna ai propri figli a pregare può costruire qualcosa di eterno.

Una madre che trasmette la fede ai suoi figli può compiere un’opera che durerà generazioni.

Un sacerdote che custodisce fedelmente la dottrina cattolica può servire la Chiesa per tutta la vita.

Un anziano che offre le proprie sofferenze per la conversione dei peccatori può essere spiritualmente fecondissimo.

La grandezza cristiana non ha bisogno di palcoscenici.

Ha bisogno di fedeltà.


19. Il confronto con gli altri

Un’altra fonte di mediocrità è il confronto.

“Lui è più intelligente.”

“Lei è più preparata.”

“Quella persona parla meglio.”

“Quell’altro ha più successo.”

“Quell’apostolato è molto più grande del mio.”

Ma Dio non ti chiederà conto dei talenti degli altri.

Ti chiederà conto dei tuoi.

Non devi essere San Tommaso d’Aquino.

Non devi essere Sant’Agostino.

Non devi essere San Francesco.

Non devi essere Santa Teresa.

Non devi essere un altro.

Devi essere il santo che Dio ti chiama ad essere.

Il confronto continuo può produrre due peccati opposti:

l’orgoglio, quando ci crediamo superiori;

e la pusillanimità, quando ci consideriamo incapaci.

La soluzione è tornare a Dio.

“Signore, che cosa vuoi da me?”


20. Maria: l’umiltà magnanima

La Santissima Vergine Maria è forse uno dei migliori esempi per comprendere questa apparente contraddizione.

Maria dice:

«L’anima mia magnifica il Signore.»
(Luca 1,46)

E subito dopo:

«Perché ha guardato l’umiltà della sua serva.»
(Luca 1,48)

Maria è umilissima.

Ma è anche straordinariamente magnanima.

Accetta una missione umanamente inconcepibile.

Diventare Madre del Messia.

Portare nel proprio grembo il Figlio di Dio.

Accompagnarlo.

Stare presso la Croce.

Essere presente nella nascita della Chiesa.

Maria non dice:

“Non sono degna, quindi non lo farò.”

Dice:

«Eccomi, sono la serva del Signore: avvenga di me quello che hai detto.»
(Luca 1,38)

Questa è la vera umiltà.

Non rifiuta la grandezza della missione.

La attribuisce interamente a Dio.


21. “Chi sono io?” e “Signore, eccomi”

Esiste una differenza enorme tra queste due frasi:

“Chi sono io per fare questo?”

e:

“Signore, eccomi.”

La prima può nascere dall’umiltà.

Ma può anche nascondere paura.

La seconda è l’atteggiamento di chi riconosce:

“Non sono sufficiente da solo, ma se Dio mi chiama, posso affidarmi alla Sua grazia.”

Questa è una delle trasformazioni più importanti della vita spirituale.

Passare da:

“Non posso”

a:

“Da solo non posso; con la grazia di Dio, farò ciò che Egli mi chiede.”


22. Il cristiano non deve avere paura di crescere

La vita spirituale è crescita.

San Pietro ci esorta:

«Crescete invece nella grazia e nella conoscenza del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo.»
(2 Pietro 3,18)

Non esiste una vocazione cristiana alla stagnazione.

Dobbiamo crescere nella fede.

Nella speranza.

Nella carità.

Nella prudenza.

Nella fortezza.

Nella giustizia.

Nella temperanza.

Nell’umiltà.

Nella pazienza.

Nella purezza.

Nella generosità.

Nella vita di preghiera.

Nella conoscenza della fede.

Nella capacità di servire.

L’umiltà autentica non dice:

“Non devo crescere.”

Dice:

“Ho ancora molto da imparare.”

E proprio per questo continua a crescere.


23. La mediocrità spirituale è una forma di stagnazione

Una persona può essere cattolica da decenni e continuare a vivere una fede infantile.

Può andare a Messa, ma non pregare personalmente.

Può pregare, ma senza cercare di conoscere la propria fede.

Può conoscere la dottrina, ma non viverla.

Può evitare peccati gravi, ma non praticare la carità.

Può parlare molto di Dio, ma non cercarlo veramente.

La vita cristiana non è semplicemente una lista di cose da evitare.

È una vita da costruire.

La grazia vuole trasformare la persona.

Le virtù devono diventare abitudini.

La carità deve crescere.

La volontà deve essere formata.

La mente deve essere illuminata dalla verità.

Il cuore deve essere ordinato verso Dio.


24. La domanda che dovremmo porci

Forse una delle domande più importanti che possiamo farci durante un esame di coscienza è:

“C’è qualcosa che Dio mi ha dato e che sto seppellendo?”

Un talento?

Una vocazione?

Una capacità?

Una responsabilità?

Un’opportunità di apostolato?

Una possibilità di riconciliazione?

Un dovere familiare?

Una chiamata a studiare?

Una chiamata a pregare?

Una chiamata a servire?

Una chiamata a correggere una cattiva abitudine?

Una chiamata a diventare più generoso?

A volte chiediamo a Dio:

“Signore, che cosa devo fare?”

quando forse la risposta è già davanti a noi.

Il problema non è sempre la mancanza di luce.

A volte è la nostra resistenza a seguire quella luce.


25. Umiltà e pusillanimità: come distinguerle concretamente?

Possiamo proporre alcune domande pratiche.

Quando pensi:

“Non sono capace”, chiediti:

È realmente vero?

Oppure potrei imparare?

Quando pensi:

“Non sono degno”, chiediti:

Dio mi sta chiedendo di essere degno con le mie sole forze?

Oppure mi sta chiedendo di fidarmi della Sua grazia?

Quando pensi:

“Qualcun altro lo farà”, chiediti:

È davvero compito di qualcun altro?

Oppure sto evitando una responsabilità?

Quando pensi:

“Non voglio apparire”, chiediti:

Sto evitando la vanità?

Oppure sto evitando di servire perché temo il giudizio?

Quando pensi:

“Mi accontento di questo”, chiediti:

È veramente sufficiente secondo la mia vocazione?

Oppure sto scegliendo il minimo per comodità?

Quando pensi:

“Non voglio fallire”, chiediti:

La prudenza mi sta consigliando di non farlo?

Oppure la paura mi sta impedendo di provarci?

Queste domande possono essere spiritualmente molto illuminanti.


26. Non cercare di essere grande. Non rifiutarti di esserlo.

Potremmo riassumere tutto il pensiero in una frase:

Non cercare la grandezza per te stesso, ma non rifiutare la grandezza quando Dio te la chiede.

È una distinzione fondamentale.

Il cristiano non deve dire:

“Voglio essere importante.”

Deve dire:

“Voglio essere fedele.”

E talvolta la fedeltà richiede cose grandi.

Talvolta richiede cose piccole.

Talvolta richiede parlare.

Talvolta tacere.

Talvolta guidare.

Talvolta obbedire.

Talvolta iniziare.

Talvolta fermarsi.

Talvolta assumere una responsabilità.

Talvolta rinunciarvi.

La magnanimità non consiste nel fare sempre di più.

Consiste nell’avere un animo sufficientemente grande da fare ciò che la virtù e la vocazione richiedono.


27. Il mondo ha bisogno di cristiani che non abbiano paura della santità

Il mondo contemporaneo non ha bisogno di cristiani mediocri.

Ha bisogno di cristiani santi.

Non necessariamente famosi.

Non necessariamente potenti.

Non necessariamente ricchi.

Non necessariamente colti.

Ma santi.

Persone che pregano.

Persone che conoscono la propria fede.

Persone che difendono la verità con carità.

Persone che educano i propri figli.

Persone che vivono fedelmente il matrimonio.

Persone che lavorano onestamente.

Persone che servono la Chiesa.

Persone che aiutano i poveri.

Persone che perdonano.

Persone che resistono al peccato.

Persone che non si vergognano di essere cristiane.

Persone che non nascondono Cristo.

Come dice Nostro Signore:

«Voi siete la luce del mondo.»
(Matteo 5,14)

La luce non deve vantarsi di essere luce.

Deve semplicemente illuminare.


28. Una generazione educata ad accontentarsi

Uno dei grandi problemi culturali del nostro tempo è che spesso confondiamo il comfort con il bene.

Ci viene insegnato a evitare qualsiasi difficoltà.

A non sopportare la frustrazione.

A cercare sempre il minimo sforzo.

A fuggire dalla responsabilità.

A cercare risultati immediati.

Ma la vita cristiana funziona diversamente.

La virtù si forma attraverso atti ripetuti.

La fortezza richiede difficoltà.

La temperanza richiede rinuncia.

La pazienza richiede attesa.

La castità richiede dominio di sé.

La carità richiede sacrificio.

La preghiera richiede perseveranza.

La santità richiede combattimento spirituale.

Una vita senza sforzo non è necessariamente una vita felice.

E una vita senza grandi responsabilità non è necessariamente una vita umile.


29. La vera domanda non è “quanto posso fare?”, ma “per chi lo faccio?”

Qui arriviamo al cuore della questione.

Possiamo fare grandi cose per motivi sbagliati.

E possiamo fare piccole cose per amore immenso.

Il valore cristiano di un’opera non dipende semplicemente dalla sua dimensione esterna.

Dipende anche dalla carità.

San Paolo lo ricorda con straordinaria chiarezza:

«Se anche dessi in cibo tutti i miei beni e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.»
(cfr. 1 Corinzi 13,3)

Pertanto, non dobbiamo ossessionarci con la grandezza esteriore.

Dobbiamo cercare la fedeltà interiore.

La domanda fondamentale è:

“Lo faccio per Dio?”


30. Un esame di coscienza contro la falsa umiltà

Possiamo concludere con alcune domande molto concrete:

1. Sto chiamando umiltà ciò che in realtà è paura?

2. Sto rifiutando una responsabilità che potrei assumere?

3. Sto seppellendo qualche talento ricevuto da Dio?

4. Mi confronto continuamente con gli altri?

5. Ho paura del giudizio umano?

6. Sto cercando il minimo indispensabile nella mia vita spirituale?

7. Sto evitando di crescere perché crescere comporterebbe sacrificio?

8. Confondo la semplicità con la mediocrità?

9. Confondo la prudenza con la paura?

10. Sto cercando la grandezza per vanità oppure sto evitando la grandezza per pusillanimità?

11. Sto chiedendo realmente a Dio quale sia la mia vocazione?

12. Sto utilizzando i doni che Egli mi ha dato?

13. Se Dio mi chiedesse qualcosa di più grande, sarei disposto a dire sì?

Queste domande possono essere molto più importanti di quanto sembri.

Perché forse la nostra vita non ha bisogno di diventare più spettacolare.

Forse ha bisogno di diventare più fedele.


31. La grandezza nascosta della fedeltà quotidiana

Non dobbiamo cadere nell’errore di pensare che magnanimità significhi sempre fare cose straordinarie.

La magnanimità può manifestarsi anche nella perseveranza quotidiana.

Alzarsi ogni mattina e compiere il proprio dovere.

Pregare anche quando non si sente nulla.

Essere fedeli al proprio matrimonio.

Educare i figli nella fede.

Andare alla Santa Messa.

Confessarsi regolarmente.

Combattere un vizio.

Chiedere perdono.

Perdonare.

Studiare la fede.

Aiutare qualcuno.

Fare bene il proprio lavoro.

Dire la verità.

Mantenere una promessa.

Difendere qualcuno che viene ingiustamente attaccato.

Fare il bene senza aspettare riconoscimento.

Queste cose possono sembrare piccole.

Ma davanti a Dio, la fedeltà non è mai insignificante.


32. La grandezza di un’anima dipende dalla misura del suo amore

Un’anima può essere sconosciuta al mondo e immensa davanti a Dio.

Un’anima può essere celebrata dal mondo e spiritualmente povera.

Ecco perché il cristiano deve liberarsi dalla logica delle apparenze.

Dio non misura come misura il mondo.

L’uomo vede l’esterno.

Dio vede il cuore.

Come ricorda la Sacra Scrittura:

«L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore.»
(1 Samuele 16,7)

La magnanimità cristiana, quindi, non è una questione di immagine.

È una questione di ampiezza del cuore.

Un cuore capace di amare Dio.

Un cuore capace di servire.

Un cuore capace di sacrificarsi.

Un cuore capace di perdonare.

Un cuore capace di assumere responsabilità.

Un cuore capace di dire sì.


33. Non permettere che la paura decida la tua vocazione

Una delle cose più importanti che possiamo imparare è questa:

non dobbiamo prendere decisioni spirituali fondamentali semplicemente sulla base della paura.

La paura può dirci:

“Non sei abbastanza.”

“Non puoi.”

“Non riuscirai.”

“Farai una brutta figura.”

“Gli altri ti criticheranno.”

“È troppo difficile.”

“Lascia perdere.”

Ma la domanda cristiana è un’altra:

“È questo ciò che Dio vuole?”

Se la risposta è sì, allora dobbiamo avanzare con prudenza, preghiera e fiducia.

Non con presunzione.

Non con vanità.

Ma neppure con pusillanimità.


34. Umiltà, magnanimità e prudenza

Possiamo finalmente mettere insieme queste tre virtù e atteggiamenti.

L’umiltà dice:

“Non sono Dio. Ho limiti. Tutto ciò che ho viene da Lui.”

La magnanimità dice:

“Proprio perché Dio mi ha dato dei doni, sono disposto a utilizzarli per il bene.”

La prudenza dice:

“Devo discernere come, quando e in quale misura.”

Quando queste tre realtà sono unite, nasce una vita cristiana equilibrata.

Senza umiltà, la magnanimità può diventare orgoglio.

Senza magnanimità, l’umiltà può essere deformata in pusillanimità.

Senza prudenza, entrambe possono diventare disordinate.

Il cristiano deve essere umile senza essere pusillanime, magnanimo senza essere orgoglioso e prudente senza essere codardo.


35. Forse Dio ti ha dato più di quanto pensi

Alla fine, la domanda che rimane è molto semplice:

Che cosa hai fatto con ciò che Dio ti ha dato?

Non con ciò che ha dato a qualcun altro.

Non con ciò che avresti voluto ricevere.

Non con ciò che possiede il tuo vicino.

Non con ciò che hanno ricevuto i santi.

Con ciò che hai ricevuto tu.

La tua intelligenza.

La tua fede.

La tua esperienza.

Il tuo tempo.

Le tue capacità.

Le tue relazioni.

La tua famiglia.

La tua professione.

Le tue sofferenze.

Le tue opportunità.

La tua vocazione.

I tuoi talenti.

Forse hai ricevuto meno di altri.

Forse hai ricevuto di più.

Non importa.

La parabola dei talenti ci mostra che Dio non ci chiede ciò che non abbiamo ricevuto.

Ma ci chiede fedeltà rispetto a ciò che abbiamo ricevuto.


Conclusione: non chiamare umiltà ciò che Dio ti chiede di superare

La vera umiltà non consiste nel dire:

“Non valgo niente.”

Consiste nel dire:

“Tutto ciò che ho viene da Dio.”

La vera umiltà non consiste nel rifiutare ogni responsabilità.

Consiste nel riconoscere:

“Signore, se mi chiami a questo, voglio servirti.”

La vera umiltà non consiste nel seppellire i propri talenti.

Consiste nel metterli al servizio di Dio e del prossimo.

La vera umiltà non teme la grandezza.

Perché sa che ogni vera grandezza appartiene innanzitutto a Dio.

San Tommaso d’Aquino ci aiuta a comprendere che esiste una piccolezza dell’animo che non è virtù: la pusillanimità.

E ci ricorda l’importanza della magnanimità, quella grandezza d’animo che permette all’uomo di intraprendere opere grandi secondo la ragione e la virtù.

Per questo dobbiamo stare attenti.

Forse alcune volte abbiamo chiamato “umiltà” ciò che era paura.

Forse abbiamo chiamato “prudenza” ciò che era comodità.

Forse abbiamo chiamato “semplicità” ciò che era mediocrità.

Forse abbiamo chiamato “abbandono alla volontà di Dio” ciò che in realtà era una fuga dalle responsabilità.

E forse, senza rendercene conto, abbiamo sepolto qualche talento.

Non dobbiamo vivere per essere grandi agli occhi degli uomini.

Dobbiamo vivere per essere fedeli davanti a Dio.

Ma se Dio ti chiede qualcosa di grande, non rifiutarlo semplicemente perché ti sembra troppo grande per te.

Ricorda le parole di San Paolo:

«Tutto posso in colui che mi dà la forza.»
(Filippesi 4,13)

Non significa che possiamo fare qualsiasi cosa desideriamo.

Significa che, quando Dio ci chiama e la grazia ci sostiene, la nostra debolezza non è l’ultima parola.

Forse oggi dovremmo smettere di chiederci:

“Come posso evitare di fare troppo?”

E cominciare a chiederci:

“Signore, che cosa vuoi che io faccia con ciò che mi hai dato?”

Forse la risposta sarà piccola.

Forse sarà grande.

Forse sarà nascosta.

Forse sarà faticosa.

Forse cambierà completamente la nostra vita.

Ma se viene da Dio, non dobbiamo averne paura.

Perché la santità non consiste nel diventare ciò che il mondo considera grande.

La santità consiste nel diventare ciò che Dio vuole che siamo.

E questa è la vera grandezza.

Non confondere, dunque, la mediocrità con l’umiltà.

L’umiltà si inginocchia davanti a Dio.

La pusillanimità fugge dalla responsabilità.

La magnanimità si alza e dice:

“Eccomi, Signore.”

E quando Dio chiama, forse la risposta più umile, più coraggiosa e più cristiana che possiamo dare non è:

“Non sono capace.”

Ma:

“Signore, non sono capace da solo. Ma se Tu mi chiami, eccomi.”

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Pater noster, qui es in cælis: sanc­ti­ficétur nomen tuum; advéniat regnum tuum; fiat volúntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidiánum da nobis hódie; et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris; et ne nos indúcas in ten­ta­tiónem; sed líbera nos a malo. Amen.

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