Cristianesimo naturale, Cristianesimo senza Cristo: quando la fede diventa una semplice raccolta di valori umani

Introduzione: e se avessimo conservato i valori, ma perso il Vangelo?

Esiste una forma di cristianesimo che può apparire straordinariamente attraente all’uomo moderno.

Parla di amore.
Parla di solidarietà.
Parla di fraternità.
Parla di giustizia.
Parla di accoglienza e apertura.
Parla di pace.
Parla della dignità umana.
Parla della cura per i bisognosi.

E tuttavia può accadere qualcosa di profondamente paradossale: si può parlare di quasi tutto ciò che il cristianesimo insegna senza parlare veramente di Cristo.

Potremmo definire questo fenomeno «cristianesimo naturale» o «cristianesimo naturalizzato», precisando che qui l’espressione non viene intesa nel senso cattolico della legge naturale, ma come una riduzione del cristianesimo a ciò che l’uomo può comprendere, ammirare e realizzare con le proprie capacità naturali.

In questa versione ridotta, Gesù Cristo appare soprattutto come un grande maestro di morale. Il Vangelo diventa un programma per la convivenza sociale. La Chiesa diventa un’istituzione dedita alla promozione di determinati valori. La conversione viene equiparata all’idea di «diventare una persona migliore». La santità viene confusa con la semplice rettitudine morale. La carità soprannaturale viene ridotta alla solidarietà. La preghiera diventa una forma di benessere spirituale. I sacramenti appaiono come simboli comunitari. La liturgia viene intesa come una celebrazione culturale.

E allora sorge una domanda scomoda:

Se eliminiamo la grazia, la redenzione, il peccato, la croce, la risurrezione, i sacramenti, la vita eterna e la necessità della conversione, che cosa rimane davvero del cristianesimo?

Rimane qualcosa di buono.

Ma non rimane il cristianesimo nella sua pienezza.

Perché il cristianesimo non è iniziato quando alcuni uomini decisero che sarebbe stato utile promuovere la fraternità.

È iniziato quando Dio è entrato nella storia.

Non è nato da una teoria etica.

È nato da un evento.

«E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).

Questa affermazione contiene una rivoluzione che nessuna filosofia morale può sostituire.

Il cristianesimo non è innanzitutto un sistema di valori.

È la risposta dell’uomo a un Dio che si è rivelato, che è venuto incontro all’uomo, che ha assunto la nostra natura, che è morto ed è risorto per i nostri peccati per aprirci le porte della vita eterna.


1. Il grande equivoco: confondere cristianesimo e umanesimo

Una delle grandi sfide pastorali del nostro tempo consiste nel distinguere l’umanesimo cristiano dal semplice umanesimo secolare.

Il cristianesimo ha certamente conseguenze profondamente umanizzanti.

La fede cristiana difende la dignità di ogni persona perché ogni essere umano è stato creato a immagine di Dio.

Difende la vita perché la vita è un dono di Dio.

Difende i poveri perché Cristo si identifica misteriosamente con i piccoli e con i bisognosi.

Difende la famiglia perché esiste un ordine voluto dal Creatore.

Difende la giustizia perché Dio è giusto.

Difende la verità perché Cristo è la Verità stessa.

Ma il pensiero cristiano non funziona nella direzione opposta.

Non diciamo:

«Poiché la solidarietà è buona, allora il cristianesimo è buono».

Diciamo:

«Poiché Dio è buono e ci ha amati in Cristo, la vita cristiana produce necessariamente amore, giustizia, misericordia e servizio».

La differenza può sembrare minima.

Non lo è.

Nel primo caso, il cristianesimo finisce per diventare uno strumento per promuovere valori che potrebbero essere difesi anche partendo da altre filosofie.

Nel secondo caso, i valori cristiani provengono da qualcosa di infinitamente più profondo:

dalla partecipazione dell’uomo alla vita di Dio.


2. La Chiesa non ha mai insegnato che la ragione sia nemica della fede

Qui dobbiamo fare una precisazione teologica fondamentale.

Criticare il «cristianesimo naturalizzato» non significa disprezzare la natura umana, la ragione o la legge naturale, che sono tutte componenti essenziali della dottrina cattolica.

La Chiesa cattolica insegna esattamente il contrario.

La ragione umana può conoscere verità fondamentali su Dio e sull’ordine morale. L’uomo può riconoscere con la propria ragione che esistono beni oggettivi, che determinati atti sono moralmente buoni e altri cattivi, e che esiste un ordine morale inscritto nella stessa natura umana.

San Paolo lo esprime chiaramente quando parla dei pagani che, pur non possedendo la Legge mosaica, mostrano che l’opera della legge è scritta nei loro cuori:

«Essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori» (Rm 2,15).

La tradizione cattolica ha sviluppato profondamente questo insegnamento.

La legge naturale è reale.

La ragione è reale.

La morale oggettiva è reale.

La dignità umana è reale.

Ma proprio qui il cristianesimo naturalizzato commette il suo errore:

confonde ciò che la ragione umana può conoscere con ciò che può essere ricevuto soltanto attraverso la Rivelazione e la grazia.

La ragione può riconoscere che dobbiamo amare il prossimo.

Ma la Rivelazione rivela qualcosa di infinitamente più profondo:

che dobbiamo amare il prossimo come Cristo ci ha amati.

La ragione può comprendere che dobbiamo perdonare.

Ma il Vangelo rivela il mistero di un Dio che perdona i nostri peccati attraverso la croce.

La ragione può riconoscere la dignità dell’uomo.

Ma il cristianesimo proclama che l’uomo è chiamato a una dignità infinitamente più grande:

a partecipare alla vita divina.


3. La distinzione decisiva: natura e grazia

L’intera questione può essere compresa attraverso una distinzione fondamentale della teologia cattolica:

natura e grazia non sono la stessa cosa.

La natura umana è buona perché è stata creata da Dio.

Ma è stata ferita dal peccato.

E, inoltre, è stata elevata da Dio a una destinazione soprannaturale.

Ciò significa che l’uomo non è semplicemente chiamato a «essere una brava persona».

È chiamato a essere santo.

Non è semplicemente chiamato a migliorarsi psicologicamente.

È chiamato a vivere in comunione con Dio.

Non è semplicemente chiamato a costruire una società più giusta.

È chiamato a partecipare alla vita divina.

Qui si trova il cuore del problema.

Il cristianesimo naturalizzato parla spesso del miglioramento dell’uomo.

Il cristianesimo soprannaturale parla della sua trasformazione attraverso la grazia.

Queste due realtà sono collegate, ma non sono identiche.

Un uomo può essere colto, gentile, generoso, laborioso, misericordioso e onesto senza possedere la fede cristiana.

Può possedere virtù naturali ammirevoli.

Ma la vita soprannaturale è un’altra realtà.

La grazia santificante è una partecipazione creata alla vita divina.

Per questo, il fine ultimo dell’esistenza umana non consiste nel diventare una versione migliorata di noi stessi.

Consiste nell’entrare in comunione con Dio.


4. Perché sarebbe morto Cristo se avessimo semplicemente bisogno di buoni consigli?

Questa domanda dovrebbe risuonare in ogni catechesi contemporanea.

Se il problema dell’uomo consistesse semplicemente nell’avere bisogno di valori migliori, sarebbe bastato un grande maestro.

Avremmo potuto ascoltare Cristo.

Avremmo potuto ammirarlo.

Avremmo potuto applicare i suoi insegnamenti.

Ma il Vangelo proclama qualcosa di infinitamente più drammatico.

L’uomo ha bisogno di essere salvato.

Il peccato non è semplicemente un errore.

Non è soltanto una lacuna educativa.

Non è semplicemente un comportamento malsano.

È una rottura con Dio.

Il peccato compromette profondamente il rapporto dell’uomo con il suo Creatore.

Per questo Cristo non è venuto soltanto a insegnarci.

È venuto a redimerci.

La croce non è un’illustrazione pedagogica della solidarietà.

È il sacrificio redentore di Cristo.

La risurrezione non è una metafora della speranza.

È un evento reale che inaugura una nuova creazione.

La Chiesa non è semplicemente un’associazione di persone che condividono determinati valori.

È il Corpo mistico di Cristo.

I sacramenti non sono semplici simboli culturali.

Sono segni efficaci della grazia.

L’Eucaristia non è semplicemente un pasto comunitario.

È il sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo.

E la confessione non è semplicemente un colloquio terapeutico.

È il sacramento attraverso il quale Cristo, mediante il ministero della Chiesa, perdona i peccati.

Se si elimina questa dimensione soprannaturale, l’edificio cristiano può conservare molte delle sue pareti.

Ma ha perso le sue fondamenta.


5. «Gesù era un grande uomo»: un’affermazione insufficiente

Una delle affermazioni più frequenti del nostro tempo è probabilmente questa:

«Gesù era un grande uomo».

Questa frase sembra rispettosa.

Ma teologicamente è radicalmente insufficiente.

Gesù non è semplicemente un grande uomo.

È vero Dio e vero uomo.

Non è soltanto un maestro di morale.

È il Verbo eterno fatto carne.

Non è semplicemente venuto per insegnarci come vivere.

È venuto a rivelarci il Padre e a riconciliarci con Lui.

Per questo, ridurre Gesù a un riferimento etico modifica radicalmente l’identità del cristianesimo.

Possiamo ammirare Socrate.

Possiamo studiare Aristotele.

Possiamo imparare da Seneca.

Possiamo rispettare grandi riformatori sociali.

Ma Cristo è completamente diverso.

Cristo non dice semplicemente:

«Ecco un insegnamento interessante».

Dice:

«Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).

Non dice soltanto:

«Imparate dai miei insegnamenti».

Dice:

«Vieni e seguimi».

Non presenta semplicemente un codice.

Presenta se stesso.

Questo è lo scandalo e la bellezza del cristianesimo.


6. Il cristianesimo non significa semplicemente «essere una brava persona»

Questa riduzione è particolarmente pericolosa perché sembra innocua.

«Sono una brava persona».

«Cerco di non fare del male a nessuno».

«Aiuto le persone quando posso».

«Non devo andare a Messa per essere una brava persona».

«Dio sa che ho un buon cuore».

Naturalmente l’uomo deve cercare di fare il bene.

Ma il cristianesimo non può essere ridotto a questo.

Perché la domanda fondamentale non è soltanto:

«Sono una persona perbene?»

La domanda cristiana è:

«Sono unito a Cristo?»

La vita eterna non consiste semplicemente nel ricevere una ricompensa per aver rispettato determinate norme sociali.

Consiste nella comunione eterna con Dio.

E questa comunione comincia già qui sulla terra attraverso la grazia.

Per questo la Chiesa non predica soltanto la morale.

Predica la conversione.

Predica la fede.

Predica il battesimo.

Predica la penitenza.

Predica l’Eucaristia.

Predica la preghiera.

Predica la santità.

Predica la croce.

Predica la risurrezione.

Predica il giudizio.

Predica il cielo.

E avverte anche della reale possibilità di rifiutare definitivamente Dio.

Tutto questo è scomodo per una cultura che preferisce un cristianesimo terapeutico, positivo e poco esigente.

Ma proprio per questo è necessario tornare al Vangelo.


7. Quando «amore» smette di significare conversione

Un altro sintomo del cristianesimo naturalizzato è l’uso della parola amore senza un contenuto soprannaturale.

«Dio è amore».

È vero.

Ma l’amore cristiano non significa semplicemente approvazione emotiva.

Il vero amore cerca il bene della persona amata.

E il bene supremo dell’uomo è Dio.

Per questo amare il peccatore non significa considerare buoni tutti i suoi comportamenti.

Cristo ama il peccatore proprio perché vuole salvarlo.

Nel Vangelo troviamo un’unione che il nostro tempo fatica a mantenere:

misericordia e verità.

Cristo perdona.

Ma chiama anche alla conversione.

Cristo accoglie.

Ma dice anche:

«Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11).

Misericordia senza verità diventa permissivismo.

Verità senza amore può diventare durezza.

Il cristianesimo tiene insieme entrambe.


8. La croce è il grande elemento che il cristianesimo naturalizzato non riesce a collocare

C’è un motivo per cui il cristianesimo naturalizzato preferisce parlare di valori ed evitare il sacrificio.

La croce è scomoda.

La croce ci ricorda che esiste il peccato.

Ci ricorda che l’uomo ha bisogno di conversione.

Ci ricorda che la salvezza ha un prezzo.

Ci ricorda che la sequela di Cristo implica rinuncia.

Ci ricorda che non ogni desiderio deve automaticamente trasformarsi in un diritto.

Ci ricorda che esiste una differenza tra la nostra volontà e la volontà di Dio.

Cristo non ha promesso:

«Sarete felici se seguirete i vostri desideri».

Ha detto:

«Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24).

Queste parole sono profondamente controculturali.

La società insegna:

«Realizza te stesso».

Cristo dice:

«Rinnega te stesso».

La cultura dice:

«Fai tutto ciò che senti».

Cristo dice:

«Seguimi».

La cultura dice:

«La tua libertà consiste nel poter scegliere tutto ciò che vuoi».

Il cristianesimo risponde:

La vera libertà consiste nella capacità di scegliere il bene.


9. Il cristianesimo naturalizzato e la cultura dell’autorealizzazione

Esiste anche una forma particolarmente moderna di cristianesimo naturalizzato: il cristianesimo trasformato in auto-ottimizzazione spirituale.

Dio appare come una specie di terapeuta celeste.

La preghiera dovrebbe servire a farci sentire meglio.

La Chiesa dovrebbe offrire comunità.

La Bibbia dovrebbe fornire pensieri positivi.

Gesù dovrebbe offrire ispirazione.

La religione diventa una tecnica di benessere emotivo.

Ma il Vangelo non promette semplicemente che ci sentiremo meglio.

Promette qualcosa di molto più grande e allo stesso tempo molto più esigente:

che saremo trasformati.

A volte Dio ci consola.

A volte ci dona pace.

Ma può anche condurci attraverso vie di purificazione, sacrificio e sofferenza.

I santi lo hanno compreso perfettamente.

Santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce, sant’Ignazio di Loyola, san Francesco d’Assisi e molti altri non hanno cercato una religione comoda.

Hanno cercato Dio.

E hanno scoperto che la via verso di Lui passa necessariamente attraverso la conversione del cuore.


10. I sacramenti non sono elementi secondari

Una conseguenza pratica del cristianesimo naturalizzato consiste nel fatto che i sacramenti vengono progressivamente considerati secondari.

«L’importante è credere».

«L’importante è amare».

«L’importante è aiutare».

Ma dobbiamo porci una domanda:

Perché Cristo ha voluto una Chiesa sacramentale?

Perché Dio non salva l’uomo come se fosse uno spirito senza corpo.

L’uomo è composto di corpo e anima.

Per questo Dio utilizza segni visibili per comunicarci la grazia invisibile.

L’acqua del battesimo.

Il pane e il vino dell’Eucaristia.

L’imposizione delle mani.

L’unzione.

Il matrimonio.

La confessione.

I sacramenti appartengono alla stessa struttura dell’economia della salvezza.

Non sono quindi semplici cerimonie.

Sono incontri con Cristo.

Un cristianesimo che conserva i valori ma abbandona i sacramenti rischia di trasformarsi in una sorta di stoicismo cristianizzato.

Può continuare a parlare di virtù.

Ma non vive più della grazia.


11. La sola Eucaristia smentisce un cristianesimo puramente naturale

Pensiamo all’Eucaristia.

Se il cristianesimo fosse soltanto un’etica, sarebbe sufficiente ricordare gli insegnamenti di Gesù.

Ma Cristo ha voluto lasciarci qualcosa di infinitamente più profondo:

la sua presenza reale.

L’Eucaristia ci obbliga ad abbandonare una visione puramente naturale della religione.

L’altare non è semplicemente una tavola simbolica.

La Messa non è semplicemente una riunione.

La liturgia non è semplicemente un’attività comunitaria.

Nella celebrazione eucaristica la Chiesa partecipa sacramentalmente al sacrificio di Cristo.

Per questo la vita cristiana non può essere ridotta al «fare del bene».

Dobbiamo prima imparare a ricevere da Dio.

La vita cristiana nasce dalla grazia.

Poi porta frutto.


12. «Senza di me non potete far nulla»

Cristo ha pronunciato una frase che dovrebbe servire come vaccino permanente contro il pelagianesimo:

«Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5).

Il pelagianesimo consiste, semplificando, nel sopravvalutare la capacità dell’uomo di raggiungere la salvezza con le proprie forze.

Il cattolicesimo insegna qualcosa di diverso.

La grazia è necessaria.

Non siamo salvati esclusivamente dalle nostre capacità morali.

Abbiamo bisogno di Cristo.

Abbiamo bisogno della grazia.

Abbiamo bisogno della Chiesa.

Abbiamo bisogno dei sacramenti.

Abbiamo bisogno della preghiera.

Abbiamo bisogno della conversione.

Questo non significa che le nostre opere siano irrilevanti.

Al contrario.

La grazia trasforma la nostra capacità di agire.

Ma il cristiano non può dire:

«Posso semplicemente salvarmi essendo una brava persona».

La risposta del Vangelo è:

Hai bisogno di Cristo.


13. L’errore opposto: non dobbiamo neppure disprezzare le opere buone

Qui dobbiamo evitare un altro estremo.

Criticare il cristianesimo naturalizzato non significa che le opere buone siano irrilevanti.

Al contrario.

Cristo è chiarissimo:

«Dai loro frutti dunque li riconoscerete» (Mt 7,16).

La grazia produce frutti.

La vera fede trasforma la vita.

Il cristiano che parla continuamente della dottrina ma non possiede carità contraddice il Vangelo.

San Paolo lo esprime con straordinaria forza:

«Se non ho la carità, non sono nulla» (1 Cor 13,2).

Il problema, dunque, non consiste nel compiere opere buone.

Il problema consiste nel separare le opere buone dalla loro fonte soprannaturale.

La carità cristiana non è semplicemente filantropia.

È l’amore di Dio riversato nel cuore.

La solidarietà può essere naturale.

La Carità è soprannaturale.

La differenza sta nella radice.


14. Carità non è la stessa cosa della filantropia

Possiamo esprimere la differenza in modo semplice:

La filantropia aiuta l’uomo perché riconosce in lui un valore umano.

La carità cristiana ama l’uomo perché riconosce in lui una creatura amata da Dio e, in qualche modo, Cristo stesso.

Per questo la carità cristiana può raggiungere estremi che un’etica puramente naturale fatica a spiegare.

Perdonare il nemico.

Pregare per coloro che ci perseguitano.

Dare senza aspettarsi nulla in cambio.

Accettare la sofferenza per amore.

Offrire sacrifici per la conversione degli altri.

Amare qualcuno per il quale naturalmente non proviamo alcuna simpatia.

Tutto questo diventa comprensibile quando riconosciamo che la vita cristiana non nasce soltanto dalla nostra simpatia naturale.

Viene da Dio.


15. La grazia non distrugge la natura: la eleva

Uno dei grandi contributi della teologia cattolica consiste proprio nell’evitare due errori opposti.

Da una parte:

Naturalismo: tutto può essere spiegato e realizzato attraverso le capacità umane.

Dall’altra:

Disprezzo della natura: come se tutto ciò che è umano fosse cattivo.

La tradizione cattolica insegna qualcosa di molto più bello:

La grazia perfeziona la natura.

La natura umana è buona, anche se ferita.

La ragione è buona.

L’intelligenza è buona.

La libertà è buona.

Il corpo è buono.

La sessualità, nell’ordine voluto da Dio, è buona.

Il matrimonio è buono.

La cultura è buona.

Il lavoro è buono.

La politica può essere buona.

La scienza può essere buona.

Ma nessuna di queste realtà può diventare un sostituto di Dio.

Il cristianesimo non distrugge ciò che è umano.

Lo ordina verso Dio.


16. Come è nata questa tendenza a naturalizzare il cristianesimo?

La tentazione è antica.

Fin dai primi secoli la Chiesa ha dovuto difendere la dimensione soprannaturale della fede contro diverse forme di riduzionismo.

Il cristianesimo ha dovuto spiegare continuamente che Cristo non era semplicemente un maestro di morale.

I Padri della Chiesa hanno sottolineato la divinità di Cristo.

I grandi Concili hanno difeso la sua vera umanità e la sua vera divinità.

La teologia medievale ha approfondito il rapporto tra natura e grazia.

San Tommaso d’Aquino ha mostrato che ragione e Rivelazione non si contraddicono.

La Riforma e la Controriforma hanno posto nuove questioni sulla grazia, sulla giustificazione e sulla libertà.

La modernità ha portato una sfida ancora più grande:

la possibilità di costruire una visione del mondo senza riferimento a Dio.

Da allora, la cultura occidentale ha iniziato progressivamente a conservare alcuni elementi dell’eredità cristiana mentre il suo fondamento teologico si indeboliva.

E si è prodotta una situazione paradossale:

Una società poteva continuare a parlare di dignità, uguaglianza, fraternità, diritti, solidarietà e giustizia mentre rifiutava la visione cristiana del mondo che storicamente aveva contribuito in modo decisivo a plasmare molti di questi concetti.

Questo ha portato a un cristianesimo culturale sempre più separato dalla fede.


17. Cristianesimo culturale: quando la forma rimane e il contenuto scompare

Il cristianesimo culturale può sopravvivere per generazioni.

Battesimi.

Prime Comunioni.

Matrimoni.

Natale.

Settimana Santa.

Processioni.

Canti natalizi.

Immagini religiose.

Feste patronali.

Ma quando tutto questo perde il riferimento alla fede, può rimanere soltanto una tradizione culturale.

Il problema non è che la cultura cristiana sia cattiva.

Al contrario.

È un’eredità straordinaria.

Il problema nasce quando la cultura sostituisce la fede.

Possiamo conservare l’albero di Natale e dimenticare Cristo.

Possiamo conservare le processioni e dimenticare la conversione.

Possiamo conservare le chiese e dimenticare l’adorazione.

Possiamo conservare le parole cristiane e svuotarle del loro contenuto.

Possiamo parlare di amore e eliminare la verità.

Possiamo parlare di misericordia ed eliminare il peccato.

Possiamo parlare di dignità ed eliminare Dio.

Possiamo parlare di Gesù e dimenticare che Egli è il Signore.


18. Un cristianesimo «senza peccato»

Ci sono parole che il nostro tempo trova particolarmente scomode.

Una di esse è:

il peccato.

Senza peccato non abbiamo bisogno di un Salvatore.

Senza peccato non abbiamo bisogno di conversione.

Senza peccato non abbiamo bisogno della confessione.

Senza peccato la croce diventa una tragedia assurda.

Per questo eliminare il peccato conduce inevitabilmente alla naturalizzazione del cristianesimo.

Se l’uomo deve semplicemente «crescere», Cristo è un maestro.

Se l’uomo deve essere salvato, Cristo è il Salvatore.

La differenza è enorme.

Il Vangelo comincia proprio con una chiamata:

«Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15).

La conversione non è una terapia per l’autostima.

È il ritorno a Dio.

Significa riconoscere che la nostra vita non ci appartiene in modo assoluto.

Significa abbandonare il peccato.

Significa accogliere la grazia.

Significa ricominciare.


19. Perché il cristianesimo naturalizzato è così attraente?

Perché è comodo.

Permette di conservare un’identità cristiana senza accettarne tutte le conseguenze.

Permette di dire:

«Sono cristiano perché credo nell’amore».

Ma senza parlare della dottrina.

Permette di difendere la solidarietà senza parlare della conversione.

Permette di ammirare Gesù senza accettare i suoi comandamenti.

Permette di parlare di misericordia senza parlare del giudizio.

Permette di parlare di dignità senza parlare di Dio.

Permette di parlare di fraternità senza parlare del peccato.

Permette di avere una religione senza dover trasformare profondamente la propria vita.

Ed ecco che nasce una delle grandi domande pastorali del nostro tempo:

Formiamo discepoli o soltanto persone che provano simpatia per determinati valori cristiani?

Perché Gesù non ha detto:

«Andate e insegnate agli uomini ad ammirarmi».

Ha detto:

«Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19).

Discepoli.

Non spettatori.

Non ammiratori.

Non consumatori religiosi.

Discepoli.


20. Il cristianesimo naturalizzato e lo smartphone

Questo problema si manifesta anche nel mondo digitale.

I social network sono pieni di contenuti che utilizzano un linguaggio cristiano.

Citazioni di Gesù.

Immagini di santi.

Messaggi sull’amore.

Riflessioni sulla pace.

Video religiosi.

Ma una frase cristiana non produce automaticamente una vita cristiana.

Possiamo condividere venti citazioni bibliche e non pregare mai.

Possiamo pubblicare immagini dei santi e non confessarci mai.

Possiamo trascorrere ore a discutere di teologia e non amare il prossimo.

Possiamo difendere pubblicamente la morale cristiana e vivere segretamente nel peccato.

L’algoritmo può persino trasformare la religione in contenuto.

Ma Cristo non è venuto per diventare contenuto.

È venuto per diventare la nostra vita.


21. La differenza tra consumare contenuti religiosi e vivere la fede

Questa distinzione è decisiva per la pastorale di oggi.

Consumare contenuti religiosi può essere positivo.

Leggere teologia è positivo.

Ascoltare prediche è positivo.

Guardare documentari sui santi può essere positivo.

Seguire account cattolici può essere positivo.

Ma nulla di tutto questo sostituisce:

  • la preghiera;
  • la confessione;
  • la Santa Messa;
  • l’adorazione eucaristica;
  • la lettura della Sacra Scrittura;
  • l’esame di coscienza;
  • la penitenza;
  • la carità verso il prossimo;
  • la lotta contro il peccato;
  • la vita sacramentale.

Il cristianesimo non si vive principalmente davanti a uno schermo.

Si vive davanti a Dio.


22. Il cristiano non è semplicemente chiamato a «essere buono»: è chiamato alla santità

Questa distinzione merita di essere impressa nei nostri cuori.

Una persona buona può evitare molti peccati.

Un santo, oltre a questo, cerca un’unione sempre più profonda con Dio.

Una persona buona può essere generosa.

Un santo impara ad amare attraverso Cristo.

Una persona buona può rispettare le regole.

Un santo cerca la volontà di Dio.

Una persona buona può condurre una vita moralmente ordinata.

Un santo desidera che tutta la sua esistenza sia offerta a Dio.

La santità è molto più della correttezza morale.

È una trasformazione interiore.

Per questo san Paolo non dice semplicemente:

«Diventate migliori».

Dice:

«Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

Qui troviamo il cuore della vita soprannaturale.

Non si tratta semplicemente di aggiungere comportamenti religiosi a una vita naturale.

Si tratta di permettere a Cristo di trasformare tutta la nostra esistenza.


23. La Chiesa non è una ONG religiosa

La Chiesa può realizzare opere sociali straordinarie.

Lo fa da secoli.

Ospedali.

Scuole.

Università.

Orfanotrofi.

Aiuto ai poveri.

Missioni.

Assistenza ai malati.

Aiuto ai perseguitati.

Ma se la Chiesa fosse soltanto un’organizzazione umanitaria, potremmo sostituirla con una ONG.

La Chiesa esiste perché possiede una missione incomparabile:

annunciare Cristo e comunicare la salvezza.

L’aiuto materiale è necessario.

Ma l’uomo ha bisogno di più del pane.

Ha bisogno di Dio.

Per questo Cristo, mentre sfama le folle, proclama anche il pane della vita.

La Chiesa non può contrapporre evangelizzazione e carità.

Deve vivere entrambe.

Perché l’amore cristiano nasce dalla fede e conduce a Dio.


24. Il vero problema pastorale: offrire un cristianesimo senza esigenze

Una pastorale orientata esclusivamente a far sentire bene le persone rischia di dimenticare che il Vangelo ci mette anche in discussione.

Cristo consola.

Ma Cristo corregge anche.

Cristo abbraccia.

Ma Cristo chiama anche a lasciare tutto.

Cristo perdona.

Ma chiede anche:

«Va’ e d’ora in poi non peccare più».

Una vera pastorale della misericordia non nasconde la verità.

La proclama nell’amore.

Un medico che ama il proprio paziente non gli dice:

«Non hai nessuna malattia».

Gli dice la verità perché possa essere curato.

Allo stesso modo, la Chiesa non ama l’uomo dicendogli che il peccato non conta.

Lo ama proclamando che la grazia è più forte del peccato.


25. Il cristianesimo soprannaturale non è una fuga dal mondo

Un altro equivoco frequente consiste nel pensare che difendere la dimensione soprannaturale significhi disprezzare il mondo.

No.

Il cristiano vive profondamente nel mondo.

Lavora.

Forma una famiglia.

Partecipa alla società.

Studia.

Fa ricerca.

Crea arte.

Fa scienza.

Partecipa alla politica.

Aiuta i bisognosi.

Ma lo fa con una consapevolezza diversa:

questo mondo non è Dio.

E non è nemmeno la nostra patria definitiva.

San Paolo dice:

«La nostra cittadinanza infatti è nei cieli» (Fil 3,20).

Questa verità non ci rende meno responsabili nei confronti del mondo.

Ci rende più responsabili.

Perché sappiamo che la nostra vita possiede una destinazione eterna.


26. Come riconoscere il cristianesimo naturalizzato?

Possiamo porci alcune domande semplici.

Prima domanda: si parla di Cristo o soltanto di valori?

Se Gesù appare soltanto come un’ispirazione morale, c’è un problema.

Seconda domanda: si parla del peccato?

Se tutto viene spiegato attraverso «errori», «processi» o «circostanze», potrebbe essere andata perduta la categoria biblica del peccato.

Terza domanda: si annuncia la conversione?

Il Vangelo ci chiama sempre alla conversione.

Quarta domanda: si parla della grazia?

Se tutto dipende dalle nostre capacità, siamo davanti a una riduzione naturalistica.

Quinta domanda: si parla dei sacramenti?

La vita cristiana è sacramentale.

Sesta domanda: si parla della vita eterna?

Il cristianesimo orienta lo sguardo verso la comunione eterna con Dio.

Settima domanda: la croce occupa un posto centrale?

Se la croce scompare, qualcosa di essenziale è andato perduto.

Ottava domanda: Cristo viene presentato come Salvatore o semplicemente come maestro?

La risposta mostra immediatamente quale tipo di cristianesimo stiamo annunciando.


27. Come possiamo ritrovare il cristianesimo soprannaturale?

La risposta non consiste nell’abbandonare la ragione o nel rifiutare la cultura.

Si tratta di ritornare al centro.

E il centro è Cristo.

Non un’ideologia.

Non un’estetica.

Non la nostalgia.

Non un’identità politica.

Non una guerra culturale.

Non una raccolta di valori.

Cristo.

Tutto deve cominciare da Lui e terminare in Lui.


28. Prima applicazione pratica: tornare alla preghiera

Se vogliamo superare una religione puramente naturale, dobbiamo riscoprire la preghiera.

Non soltanto leggere di Dio.

Parlare con Dio.

Non soltanto pubblicare citazioni spirituali.

Inginocchiarsi.

Non soltanto ascoltare podcast religiosi.

Fare silenzio.

La preghiera ci ricorda qualcosa di essenziale:

Io non sono Dio.

Devo ricevere.

Devo chiedere.

Devo ringraziare.

Devo adorare.

Devo pentirmi.


29. Seconda applicazione: riscoprire la confessione

La confessione è una delle grandi risposte al cristianesimo naturalizzato.

Perché?

Perché lì riconosciamo qualcosa che la cultura moderna vuole eliminare:

abbiamo peccato.

Ma riconosciamo anche qualcosa di ancora più bello:

Dio può perdonarci.

La confessione distrugge due errori.

Il primo:

«Sono perfetto».

Il secondo:

«Sono irrimediabilmente colpevole».

Il cristianesimo insegna:

Sei peccatore, ma la misericordia di Dio è più grande del tuo peccato, quando ti penti.


30. Terza applicazione: tornare all’Eucaristia

L’Eucaristia ci ricorda che la vita cristiana non consiste nel produrre da soli la nostra salvezza.

Prima riceviamo.

Poi doniamo.

Prima Cristo offre se stesso.

Poi impariamo a donarci.

Prima riceviamo la grazia.

Poi possiamo portare frutto.

Per questo la Messa non può essere considerata semplicemente come un obbligo settimanale.

È il centro della vita cristiana.


31. Quarta applicazione: riscoprire la dottrina

Il cristianesimo naturalizzato prospera là dove esiste ignoranza religiosa.

Se un cattolico non conosce la propria fede, sostituirà facilmente il cristianesimo con le proprie opinioni.

Per questo dobbiamo urgentemente riscoprire:

  • il Catechismo;
  • la Sacra Scrittura;
  • la Tradizione;
  • i Padri della Chiesa;
  • la teologia;
  • la vita dei santi;
  • i documenti del Magistero.

Non per diventare specialisti incapaci di amare.

Ma affinché la nostra fede metta radici.

Una fede senza formazione diventa facilmente sentimentalismo.


32. Quinta applicazione: ritrovare il senso del sacrificio

Viviamo in una cultura che cerca di eliminare ogni disagio.

Ma il cristianesimo possiede un’altra parola:

sacrificio.

Digiuno.

Penitenza.

Mortificazione.

Rinuncia.

Silenzio.

Disciplina.

Generosità.

Servizio.

Tutto questo educa il cuore.

Perché chi non ha mai imparato a dire «no» a se stesso avrà grandi difficoltà a dire «sì» a Dio.

La libertà cristiana non significa obbedire a ogni nostro desiderio.

Significa essere liberi di scegliere il bene.


33. Sesta applicazione: imparare a vivere controcorrente

Il cristiano non deve cercare continuamente il conflitto.

Ma non deve nemmeno avere paura di vivere secondo il Vangelo quando questo entra in contrasto con le tendenze dominanti.

Quando la cultura dice:

«Ogni desiderio deve essere soddisfatto»,

il cristiano risponde:

Non ogni desiderio è buono.

Quando dice:

«La verità dipende da ciascuno»,

risponde:

La verità esiste.

Quando dice:

«La religione è un’opinione privata»,

risponde:

Dio è reale.

Quando dice:

«La morte è la fine»,

risponde:

Cristo è risorto.

Quando dice:

«L’uomo si salva da solo»,

risponde:

Abbiamo bisogno di un Salvatore.


34. Il pericolo di trasformare il cristianesimo in un’ideologia

Esiste anche un pericolo per coloro che vogliono combattere il cristianesimo naturalizzato.

Possiamo passare dall’estremo di un cristianesimo senza dottrina all’estremo di una dottrina senza vita.

Possiamo parlare continuamente di tradizione, liturgia, morale, politica e cultura e dimenticare la carità.

Possiamo difendere correttamente una verità e farlo tuttavia con un cuore incapace di amare.

Possiamo vincere discussioni e perdere anime.

Questa sarebbe un’altra forma di naturalizzazione: trasformare la fede in un’identità culturale o ideologica.

La vera tradizione cattolica non è un’ideologia.

È la trasmissione viva della fede apostolica che la Chiesa ha ricevuto da Cristo e dagli Apostoli.

E il suo centro rimane Cristo.


35. Tradizione non significa nostalgia

Questo punto è particolarmente importante.

La vera Tradizione non consiste semplicemente nel conservare forme del passato.

Tradizione significa ricevere e trasmettere ciò che la Chiesa ha ricevuto da Cristo e dagli Apostoli.

La liturgia cattolica tradizionale può contribuire potentemente a riscoprire il senso del sacro.

La musica sacra può elevare l’anima.

Il silenzio può insegnare l’adorazione.

Il latino può ricordare l’universalità della Chiesa.

L’architettura sacra può essere catechesi.

Ma nessuna forma esterna può sostituire la conversione interiore.

La liturgia deve condurci a Cristo.

La Tradizione deve condurci a Cristo.

La dottrina deve condurci a Cristo.

La pietà deve condurci a Cristo.


36. Il cristianesimo soprannaturale restituisce all’uomo la sua vera grandezza

Paradossalmente, quanto più è soprannaturale, tanto più profondamente il cristianesimo valorizza l’uomo.

Perché non dice:

«Sei semplicemente un animale intelligente».

Dice:

Sei stato creato per Dio.

Non dice:

«La tua vita finisce nella tomba».

Dice:

Sei chiamato alla risurrezione.

Non dice:

«I tuoi peccati ti definiscono per sempre».

Dice:

Puoi ricevere il perdono.

Non dice:

«Devi salvarti con le tue forze».

Dice:

Dio ti offre la sua grazia.

Non dice:

«La tua sofferenza è priva di senso».

Dice:

Puoi unirla alla croce di Cristo.

Non dice:

«Sei solo».

Dice:

Cristo è con te.


37. Il cristianesimo non promette semplicemente una vita migliore: promette una vita nuova

Forse questo è il modo migliore di riassumere tutto.

Il cristianesimo non è semplicemente un metodo per migliorare la vita.

È l’annuncio di una vita nuova.

San Paolo lo esprime meravigliosamente:

«Se dunque uno è in Cristo, è una creatura nuova» (2 Cor 5,17).

Una creatura nuova.

Non semplicemente un uomo che è diventato un po’ migliore.

Non una versione ottimizzata di noi stessi.

Un’esistenza rinnovata dalla grazia.

Questo spiega perché i santi potevano vivere in modo incomprensibile al mondo.

Non erano semplicemente persone dotate di una disciplina straordinaria.

Erano uomini e donne trasformati da Dio.


38. Il vero cristianesimo comincia là dove finisce l’uomo autosufficiente

L’uomo moderno vuole il controllo.

Controllo sul proprio corpo.

Controllo sul proprio futuro.

Controllo sulla propria immagine.

Controllo sulla propria reputazione.

Controllo sull’ambiente che lo circonda.

Perfino controllo sulla propria identità.

Ma il Vangelo comincia quando l’uomo scopre di non potersi salvare da solo.

E allora ascolta una notizia straordinaria:

Dio è venuto a cercarlo.

Non dobbiamo salire a Dio con le nostre sole forze.

Dio è disceso fino a noi.

Il cristianesimo comincia a Betlemme.

Prosegue a Nazaret.

Passa attraverso il Golgota.

Trionfa nella risurrezione.

Si diffonde a Pentecoste.

E continua sacramentalmente nella Chiesa.

Questa non è una filosofia inventata dall’uomo.

È la storia della salvezza.


39. Una domanda per il nostro tempo: che cosa rimarrebbe se togliessimo Cristo?

Possiamo fare un esperimento molto semplice.

Immaginiamo che domani scompaiano dal discorso cristiano tutti i riferimenti ai seguenti elementi:

  • Dio;
  • Cristo;
  • peccato;
  • grazia;
  • croce;
  • risurrezione;
  • sacramenti;
  • Chiesa;
  • preghiera;
  • conversione;
  • vita eterna.

E che rimangano soltanto:

  • solidarietà;
  • giustizia;
  • uguaglianza;
  • fraternità;
  • pace;
  • dignità;
  • tolleranza;
  • aiuto ai bisognosi.

Avremmo ancora il cristianesimo?

La risposta è chiara:

Non nel senso pieno della parola.

Avremmo valori compatibili con il cristianesimo.

Ma avremmo perso ciò che rende questi valori frutti della vita soprannaturale.


40. Il cristiano del futuro deve riscoprire la parola «soprannaturale»

Una delle grandi sfide dell’evangelizzazione dei prossimi decenni sarà forse proprio quella di riscoprire una parola che abbiamo smesso di utilizzare:

soprannaturale.

Perché se il soprannaturale non esiste, allora la preghiera è soltanto autoriflessione.

La Messa è soltanto una riunione.

La confessione è soltanto psicologia.

L’Eucaristia è soltanto un simbolo.

La grazia è soltanto una metafora.

I miracoli sono soltanto racconti antichi.

La risurrezione è soltanto un’immagine.

I santi sono soltanto esempi morali.

Il cielo è soltanto una speranza poetica.

Ma se Dio esiste e Cristo è risorto, allora tutto cambia.

La religione smette di essere una costruzione umana.

E diventa un incontro con la realtà più profonda che esiste:

Dio stesso.


41. Il vero cristianesimo è radicalmente soprannaturale e radicalmente umano

Qui si trova la sintesi conclusiva.

Non dobbiamo scegliere tra umanità e soprannaturalità.

Cristo stesso è la risposta.

Il Figlio di Dio ha assunto una natura umana.

La grazia non ha distrutto l’umanità di Cristo.

L’ha condotta alla sua pienezza.

Allo stesso modo, la grazia non distrugge l’uomo.

Lo restaura.

Lo eleva.

Lo santifica.

Lo divinizza per partecipazione.

Per questo il vero cristianesimo è profondamente umano proprio perché è profondamente soprannaturale.

Ama l’uomo perché ama Dio.

Serve l’uomo perché riconosce in lui l’immagine di Dio.

Difende la verità perché Cristo è la Verità.

Protegge la vita perché la vita viene da Dio.

Ama il nemico perché Cristo è morto per i peccatori.

Perdona perché ha ricevuto il perdono.

Spera perché Cristo ha vinto la morte.


42. Conclusione: non abbiamo bisogno di un cristianesimo «più naturale», ma di un ritorno alla fonte soprannaturale

Forse il problema del nostro tempo non è che esista troppo cristianesimo.

Forse il problema è che, in molti ambiti, abbiamo cercato di trasformare il cristianesimo in qualcosa che il mondo possa accettare senza doversi convertire.

Abbiamo ridotto il Vangelo ai valori.

Gesù a un maestro.

La Chiesa a un’istituzione.

La liturgia a una celebrazione.

I sacramenti a simboli.

La morale a regole.

La carità alla solidarietà.

La preghiera al benessere.

La fede all’identità culturale.

E così il cristianesimo smette di scandalizzare.

Ma smette anche di salvare.

Perché il Vangelo non è stato annunciato affinché il mondo dicesse:

«Che valori meravigliosi!»

È stato annunciato affinché l’uomo potesse dire:

«Signore, salvami!»

Il cristianesimo non annuncia semplicemente che dobbiamo diventare migliori.

Annuncia che Dio ci dona la sua grazia.

Non annuncia semplicemente che dobbiamo amare.

Annuncia che Dio ci ha amati per primo.

Non annuncia semplicemente che dobbiamo perdonare.

Annuncia che Cristo è morto per i nostri peccati.

Non annuncia semplicemente che dobbiamo avere speranza.

Annuncia che Cristo ha vinto la morte.

Non annuncia semplicemente una nuova etica.

Annuncia una nuova creazione.

Per questo la Chiesa, di fronte a ogni tentativo di ridurre il cristianesimo a un’etica umana, deve proclamare ancora una volta con tutta la sua forza ciò che costituisce il nucleo stesso della sua esistenza:

Cristo è vero Dio e vero uomo.

Cristo è morto per i nostri peccati.

Cristo è risorto.

Cristo è realmente presente nell’Eucaristia.

Cristo perdona i peccati.

Cristo dona la sua grazia.

Cristo ci chiama alla conversione.

Cristo ha fondato la sua Chiesa.

Cristo ritornerà.

Cristo è l’inizio e la fine.

Ed è allora che comprendiamo la vera differenza tra una religione naturalizzata e il cristianesimo.

Una religione naturalizzata dice:

«Fa’ il bene e sii una brava persona».

Il Vangelo dice:

«Vieni a Cristo, ricevi la sua grazia, convertiti, seguìlo e lascia che Egli trasformi la tua vita».

Una religione naturalizzata può produrre persone ammirevoli.

Ma solo la grazia può produrre santi.

E la Chiesa non esiste semplicemente per formare buoni cittadini.

Esiste per condurre gli uomini a Cristo.

Perché alla fine di tutte le nostre opere, di tutte le nostre virtù, di tutti i nostri progetti, di tutte le nostre discussioni e di tutte le nostre realizzazioni umane rimane un’unica domanda veramente decisiva:

Abbiamo conosciuto Cristo?

E ancora di più:

Abbiamo permesso a Cristo di vivere in noi?

Qui comincia il vero cristianesimo.

Non nella semplice morale.

Non nell’ideologia.

Non nella cultura.

Non nel sentimentalismo.

Non in una raccolta di valori.

In Cristo.

Perché il cristianesimo non è semplicemente un modo di vivere.

È la vita di Cristo comunicata all’uomo attraverso la grazia.

E per questo la Chiesa, di fronte a ogni tentativo di ridurlo a un’etica umana, deve proclamare ancora una volta con tutta la sua forza ciò che costituisce il nucleo stesso della sua esistenza:

«Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).

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Pater noster, qui es in cælis: sanc­ti­ficétur nomen tuum; advéniat regnum tuum; fiat volúntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidiánum da nobis hódie; et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris; et ne nos indúcas in ten­ta­tiónem; sed líbera nos a malo. Amen.

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