Viviamo in un’epoca che ha imparato a controllare quasi tutto, ma che, paradossalmente, sa sempre meno come affrontare ciò che non può controllare.
Possiamo comunicare in pochi secondi con qualcuno che si trova dall’altra parte del mondo. Possiamo consultare le previsioni meteorologiche con una precisione sorprendente, controllare il nostro conto bancario attraverso lo smartphone, prevedere alcune malattie, programmare viaggi con mesi di anticipo e utilizzare l’intelligenza artificiale per risolvere problemi che, fino a pochi anni fa, sembravano appartenere alla fantascienza.
Eppure basta una malattia imprevista, la perdita di una persona cara, un fallimento professionale, una crisi familiare, delle difficoltà economiche o una decisione che sfugge completamente al nostro controllo per scoprire una verità inquietante: non siamo i padroni assoluti della nostra vita.
È proprio qui che incontriamo una delle verità più consolanti e, allo stesso tempo, più esigenti della fede cattolica: la Divina Provvidenza.
Credere nella Provvidenza non significa pensare che tutto accadrà esattamente come desideriamo. Non significa nemmeno interpretare ogni avvenimento piacevole come un “miracolo” e ogni disgrazia come una punizione di Dio. E ancor meno significa incrociare le braccia e aspettare che Dio faccia ciò che dovremmo fare noi.
La Provvidenza è qualcosa di molto più profondo.
Significa credere che Dio non ha creato il mondo per poi abbandonarlo al proprio destino. Dio sostiene tutto ciò che esiste, conosce perfettamente ciascuna delle sue creature e conduce misteriosamente la creazione verso il suo fine ultimo, rispettando la libertà umana e servendosi sia delle cause naturali sia delle nostre stesse decisioni.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce precisamente la Provvidenza come quelle disposizioni mediante le quali Dio conduce la sua creazione verso la perfezione alla quale l’ha destinata.
E questa dottrina ha una conseguenza straordinariamente consolante:
Il cristiano non è mai veramente abbandonato.
Anche quando non comprende.
Anche quando Dio sembra tacere.
Anche quando una porta si chiude.
Anche quando una preghiera sembra rimanere senza risposta.
Anche quando ci troviamo a percorrere una strada che non avremmo mai scelto.
1. Che cosa significa realmente “Divina Provvidenza”?
La parola “Provvidenza” deriva dal latino providentia, collegato al verbo providere: prevedere, vedere in anticipo, provvedere.
Nella teologia cattolica, tuttavia, non significa semplicemente che Dio sa ciò che accadrà.
Dio non è uno spettatore che, dall’eternità, guardasse un film la cui trama noi scopriamo scena dopo scena.
La Provvidenza implica qualcosa di molto più attivo: Dio conosce, sostiene, governa e conduce tutte le cose verso il loro fine ultimo.
Il Catechismo insegna che la creazione si trova in uno “stato di cammino”: non è ancora pienamente compiuta, ma è orientata verso una perfezione ultima. La Provvidenza è precisamente l’azione attraverso la quale Dio conduce la creazione verso questa pienezza.
Questo è fondamentale.
Il mondo non è un meccanismo autonomo che funzionerebbe indipendentemente da Dio.
La creazione dipende continuamente dal suo Creatore.
Dio non ha semplicemente creato l’universo all’inizio per poi ritirarsi.
Dio mantiene continuamente nell’esistenza ciò che ha creato.
L’universo esiste perché Dio vuole che esista.
Noi esistiamo perché Dio vuole che esistiamo.
Ogni istante della nostra vita è sostenuto dalla potenza creatrice di Dio.
Come insegna il Catechismo, Dio conserva l’universo mediante la sua Parola e mediante lo Spirito creatore.
Perciò non dobbiamo concepire la Provvidenza come una sorta di “mano invisibile” che interviene occasionalmente nella nostra vita.
È qualcosa di molto più radicale:
tutto ciò che esiste dipende continuamente da Dio.
2. Dio non è un orologiaio che poi ha abbandonato il suo orologio
Esiste una concezione del mondo molto diffusa nella mentalità moderna: Dio avrebbe forse creato l’universo, ma poi lo avrebbe lasciato a se stesso affinché funzionasse secondo le proprie leggi.
È un’immagine simile a quella di un orologiaio che costruisce un orologio, lo carica e poi lo lascia funzionare.
La fede cattolica rifiuta radicalmente questa concezione.
Dio non è un fabbricante lontano.
È il Creatore e il Conservatore di tutte le cose.
La creazione non è semplicemente un evento del passato.
Dipende ancora da Dio.
Per questo possiamo comprendere meglio le parole del Libro della Sapienza:
«Tu infatti ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure fatta.»
Sapienza 11,24
L’esistenza stessa è un dono.
La nostra presenza qui non è un caso privo di significato.
La nostra esistenza ha un’origine e una destinazione.
E questa destinazione non consiste semplicemente nel vivere molti anni, accumulare esperienze, guadagnare denaro, avere successo o ottenere il riconoscimento degli altri.
Siamo stati creati per Dio.
La Provvidenza ci conduce precisamente verso questa meta.
3. La Provvidenza non è il destino
Arriviamo qui a una distinzione assolutamente necessaria.
La Provvidenza non significa fatalismo.
Il fatalismo sostiene, in una forma o nell’altra:
«Tutto è predeterminato e nulla di ciò che faccio ha importanza.»
Se questo fosse vero, le nostre decisioni sarebbero prive di significato.
Non ci sarebbe motivo di convertirsi.
Nessun motivo per pregare.
Nessun motivo per impegnarsi.
Nessun motivo per amare.
Nessun motivo per evitare il peccato.
Ma il cristianesimo insegna esattamente il contrario.
Dio governa l’universo senza distruggere la libertà delle sue creature.
Il Catechismo spiega che Dio si serve anche delle creature per realizzare il suo disegno e conferisce loro la dignità di agire come vere cause.
Questo significa qualcosa di straordinariamente importante:
Dio vuole che noi collaboriamo alla sua Provvidenza.
Dio potrebbe agire direttamente.
Ma molto spesso sceglie di agire attraverso di noi.
Può dare da mangiare a un povero.
Normalmente, però, lo fa attraverso qualcuno che condivide con lui il proprio cibo.
Può consolare una persona disperata.
Ma spesso lo fa attraverso un amico che la chiama.
Può trasmettere la fede a un bambino.
Normalmente lo fa attraverso i suoi genitori.
Può aiutare un malato.
Ma spesso lo fa attraverso medici, infermieri e familiari.
Può trasformare una società.
Ma vuole farlo anche attraverso uomini e donne che vivono cristianamente nel mondo.
La Provvidenza non elimina la nostra responsabilità. La fonda.
4. «Sia fatta la tua volontà»: la preghiera centrale della Provvidenza
Poche frasi riassumono questa dottrina meglio di una delle richieste del Padre Nostro:
«Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.»
Siamo talmente abituati a pronunciare queste parole che possiamo dimenticarne la profondità.
Quando diciamo «Sia fatta la tua volontà», confessiamo:
«Signore, io non so tutto.»
«Signore, Tu vedi ciò che io non vedo.»
«Signore, io conosco soltanto il presente; Tu conosci tutta la mia vita.»
«Signore, i miei progetti sono limitati; la tua sapienza è infinita.»
«Signore, voglio accettare la tua volontà anche quando è contraria alla mia.»
Questo non significa che dobbiamo smettere di chiedere.
Gesù stesso ci insegna a chiedere.
Possiamo chiedere la salute.
Possiamo chiedere il lavoro.
Possiamo chiedere la conversione di una persona.
Possiamo chiedere che una difficoltà scompaia.
Possiamo chiedere protezione.
Possiamo chiedere una grazia particolare.
Ma dobbiamo sempre essere pronti a concludere, come Cristo nel Getsemani:
«Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà.»
Luca 22,42
Questa è probabilmente una delle espressioni più difficili dell’intera vita spirituale.
Perché è facile dire: «Mio Dio, confido in Te» quando tutto va bene.
La vera fiducia si manifesta quando siamo capaci di dirlo quando tutto va male.
5. La Provvidenza appare con particolare chiarezza nel Vangelo
Uno dei testi fondamentali sulla Provvidenza si trova nel sesto capitolo del Vangelo secondo Matteo.
Gesù dice:
«Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?” […] Il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.»
Matteo 6,31-33
Cristo non dice che il cristiano può vivere irresponsabilmente.
Non dice che non dobbiamo lavorare.
Non dice che non dobbiamo risparmiare con prudenza.
Non dice che possiamo ignorare i nostri doveri.
Insegna qualcosa di molto più profondo:
La preoccupazione non deve diventare il nostro dio.
Esiste una differenza enorme tra responsabilità e ansia.
La responsabilità dice:
«Farò ciò che è nelle mie possibilità.»
L’ansia dice:
«Devo assolutamente controllare tutto.»
La responsabilità lavora.
L’ansia cerca di essere onnipotente.
La responsabilità riconosce i propri limiti.
L’ansia dispera proprio perché non può controllare il futuro.
La Provvidenza ci riporta alla realtà:
Io devo fare la mia parte; Dio farà la sua.
6. La Provvidenza non significa che tutto accadrà come voglio io
Questo è forse il più grande fraintendimento pastorale riguardo alla Provvidenza.
Alcune persone pensano:
«Se mi fido abbastanza di Dio, alla fine tutto andrà esattamente come desidero.»
Ma questa non è la fede cattolica.
È una forma di spiritualità di autoaiuto religioso.
La Provvidenza non garantisce che otterremo il lavoro che desideriamo.
Non garantisce che una determinata relazione funzionerà.
Non garantisce che non ci ammaleremo mai.
Non garantisce che i nostri progetti avranno successo.
Non garantisce che la persona che amiamo si convertirà.
La Provvidenza garantisce qualcosa di molto più grande:
che Dio può condurre la nostra vita verso il bene supremo, anche quando le nostre circostanze immediate non corrispondono ai nostri desideri.
E qui appare una distinzione fondamentale.
Possiamo chiedere:
«Signore, fa’ che accada questo.»
Ma dobbiamo essere pronti ad accettare:
«Signore, se non accadrà, insegnami che cosa vuoi operare in me attraverso questa situazione.»
Questa è l’abbandono cristiano.
7. La Provvidenza e il mistero della sofferenza
Arriviamo qui alla domanda più difficile.
Se Dio è buono…
Se Dio è onnipotente…
Se Dio si prende cura delle sue creature…
Perché permette la sofferenza?
Questa domanda non è un’obiezione superficiale.
Appartiene alle domande più profonde di tutta la teologia.
Il Catechismo riconosce che il problema del male è un mistero doloroso e che la risposta cristiana non consiste in una spiegazione semplicistica. La risposta definitiva si trova nella totalità della fede e, in particolare, in Cristo, morto e risorto.
Qui dobbiamo evitare una frase pastoralmente molto pericolosa:
«Dio ha voluto che ti accadesse questo.»
Non possiamo affermarlo indistintamente.
Esiste una differenza tra volere direttamente un male e permettere un male all’interno di una Provvidenza capace di ricavarne un bene.
Dio non è l’autore del peccato.
Dio non è l’autore della malvagità umana.
Dio non approva l’ingiustizia.
Dio non ha bisogno che qualcuno pecchi per realizzare i suoi piani.
Ma Dio può permettere ciò che non vuole moralmente e, tuttavia, far nascere da quella situazione un bene che noi ancora non siamo in grado di vedere.
Questa distinzione è essenziale.
8. La Croce è la chiave della Provvidenza
Se vogliamo comprendere la Provvidenza, dobbiamo guardare al Golgota.
Perché lì incontriamo l’apparente contraddizione suprema.
Cristo è innocente.
Cristo è santo.
Cristo non ha commesso peccato.
Eppure finisce inchiodato alla croce.
Dal punto di vista puramente umano, sembra il fallimento definitivo.
Gesù viene tradito.
Abbandonato.
Condannato.
Umiliato.
Flagellato.
Crocifisso.
Muore.
Tutto sembra finito.
Ma proprio lì comincia la vittoria.
La Risurrezione rivela che Dio era all’opera anche in ciò che sembrava la sconfitta definitiva.
Per questo san Paolo può dire:
«Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio.»
Romani 8,28
Questo non significa che tutto ciò che accade sia buono.
Significa qualcosa di molto più potente:
Dio può ricavare il bene persino da ciò che in sé è male.
La Croce non era buona perché l’ingiustizia fosse buona.
La Croce era buona perché Cristo trasformò la sofferenza e la morte in strumenti di redenzione.
Questa è la logica della Provvidenza.
9. Dio può scrivere diritto anche sulle nostre righe storte
La nostra vita è piena di avvenimenti che non comprendiamo.
Una porta che si chiude.
Un’opportunità perduta.
Una malattia.
Un trasferimento che non avevamo mai programmato.
Un’amicizia che finisce.
Una persona che entra improvvisamente nella nostra vita.
Una decisione che sembrava sbagliata e della quale, anni dopo, scopriamo che ci ha condotto verso qualcosa di buono.
Non dobbiamo trasformare ogni coincidenza in un intervento soprannaturale.
Ma non dobbiamo nemmeno cadere nell’estremo opposto e pensare che Dio sia completamente assente dalla nostra vita.
Lo sguardo cristiano impara a scoprire che la storia dell’umanità è attraversata da una dimensione provvidenziale.
Il Catechismo ricorda che le vie della Provvidenza spesso rimangono nascoste ai nostri occhi. Soltanto alla fine potremo comprendere pienamente come Dio abbia guidato la creazione, anche attraverso il dramma del male.
Questa affermazione richiede umiltà.
Non possediamo la mappa completa.
Abbiamo soltanto il passo successivo.
10. La Provvidenza e la nostra libertà
Uno dei grandi errori riguardo alla Provvidenza consiste nell’immaginare che non siamo realmente liberi se Dio conosce e governa tutto.
La teologia cattolica, invece, mantiene contemporaneamente due verità:
Dio è sovrano.
L’uomo è veramente libero.
Non c’è contraddizione.
Dio non ha bisogno di distruggere la nostra libertà per guidare la storia.
Proprio perché è Dio, può servirsi delle nostre decisioni libere nell’ambito della sua Provvidenza.
Il Catechismo sottolinea che Dio concede alle creature la dignità di agire e di collaborare liberamente ai suoi disegni.
Questo significa che le nostre decisioni hanno un significato.
Un significato enorme.
Una preghiera conta.
Un sacrificio conta.
Un peccato conta.
Una parola di conforto conta.
Un atto di carità conta.
Una confessione conta.
Una decisione di fedeltà matrimoniale conta.
Una vocazione religiosa conta.
Un padre che educa i propri figli nella fede collabora alla Provvidenza.
Un sacerdote che celebra degnamente i sacramenti collabora alla Provvidenza.
Un cristiano che custodisce la fede in mezzo a una cultura secolarizzata collabora alla Provvidenza.
Dio non vuole spettatori. Vuole collaboratori.
11. La Provvidenza agisce anche attraverso le piccole cose
Abbiamo una tendenza molto umana a cercare l’azione di Dio soltanto negli avvenimenti straordinari.
Ci aspettiamo miracoli.
Segni.
Esperienze eccezionali.
Coincidenze spettacolari.
Ma la Provvidenza normalmente non ha bisogno di fare rumore.
Può agire attraverso una conversazione apparentemente insignificante.
Attraverso una parola che ascoltiamo nel momento giusto.
Attraverso un sacerdote che pronuncia un’omelia.
Attraverso un libro che arriva nelle nostre mani.
Attraverso una persona che ci corregge.
Attraverso una difficoltà che ci costringe a crescere.
Attraverso un’occasione per offrire un piccolo sacrificio.
Attraverso una malattia che ci ricorda la nostra dipendenza da Dio.
Attraverso una porta che si chiude.
Attraverso una porta che si apre.
Attraverso un dovere quotidiano compiuto con amore.
Il cristiano impara così una spiritualità profondamente sacramentale: Dio può servirsi di realtà visibili e ordinarie per condurci verso realtà invisibili ed eterne.
12. La Provvidenza non sostituisce la prudenza
Questo è particolarmente importante ai nostri giorni.
Alcune persone utilizzano la Provvidenza come una scusa per non agire.
«Non devo fare nulla; Dio provvederà.»
Questa non è fiducia.
È presunzione.
Se una persona è malata, deve rivolgersi a un medico.
Se ha dei debiti, deve mettere ordine nelle proprie finanze.
Se ha commesso un’ingiustizia, deve riparare il danno.
Se deve studiare, deve studiare.
Se ha responsabilità familiari, deve assumersene il peso.
Se deve chiedere perdono, deve farlo.
Se può aiutare qualcuno, deve aiutarlo.
La Provvidenza non elimina i mezzi umani.
Li include.
Il Catechismo insegna che Dio concede alle creature la capacità di partecipare ai suoi disegni attraverso le loro azioni, le loro preghiere e persino le loro sofferenze.
Perciò la preghiera non deve mai essere separata dall’azione.
Possiamo pregare:
«Signore, dammi un lavoro.»
Ma dobbiamo anche inviare il nostro curriculum.
Possiamo pregare:
«Signore, salva il mio matrimonio.»
Ma dobbiamo anche imparare ad ascoltare, a perdonare e a cambiare.
Possiamo pregare:
«Signore, converti mio figlio.»
Ma dobbiamo anche dare testimonianza.
Possiamo pregare:
«Signore, aiutami a superare questo peccato.»
Ma dobbiamo anche evitare le occasioni prossime di peccato e andare a confessarci.
La grazia non distrugge la natura. La eleva.
13. La Provvidenza nella vita dei santi
La storia della Chiesa è piena di uomini e donne che hanno imparato a vivere questa fiducia.
Santa Caterina da Siena sottolineava che anche ciò che confonde l’uomo deve essere considerato alla luce dell’amore di Dio e orientato alla salvezza.
San Tommaso Moro visse la Provvidenza in circostanze estreme: non come una teoria astratta, ma di fronte alla possibilità concreta del martirio.
E santa Giuliana di Norwich giunse a una delle intuizioni più conosciute della spiritualità cristiana: una fiducia radicale nel fatto che Dio porterà infine tutte le cose al loro compimento.
Lo stesso Catechismo riprende queste testimonianze quando parla della fiducia nella Provvidenza.
Ma forse la cosa più importante da comprendere è che i santi non confidavano nella Provvidenza perché conducevano una vita comoda.
Confidavano proprio perché avevano imparato a guardare oltre le circostanze.
Il santo non è colui al quale non accade mai nulla di male.
Il santo è colui che ha imparato a vivere anche il male in comunione con Dio.
14. La Provvidenza e la vita quotidiana
Come possiamo dunque vivere concretamente la Provvidenza?
Non basta sapere che cosa significhi.
Deve diventare uno stile di vita.
Primo: pregare prima di decidere
Non dobbiamo ridurre la preghiera a chiedere a Dio di benedire decisioni che abbiamo già preso.
La vera preghiera domanda:
«Signore, che cosa vuoi da me?»
Prima di una decisione importante possiamo chiedere luce, consiglio e prudenza.
E poi dobbiamo agire.
Secondo: fare bene ciò che dipende da noi
La Provvidenza non è una scusa per la mediocrità.
Fai bene il tuo lavoro.
Prenditi cura della tua famiglia.
Compi i tuoi doveri.
Studia.
Prega.
Riposa adeguatamente.
Prenditi cura del tuo corpo.
Aiuta il prossimo.
Mantieni i tuoi impegni.
E dopo aver fatto tutto ciò che è ragionevolmente possibile, lascia il risultato nelle mani di Dio.
Terzo: imparare ad accettare ciò che non possiamo cambiare
Esistono avvenimenti contro i quali non possiamo fare nulla.
Il passato non può essere modificato.
Una morte non può essere annullata.
Una malattia forse non scomparirà.
Un’occasione forse non tornerà.
Una persona può decidere di andarsene.
L’accettazione cristiana non significa dire:
«Non mi importa.»
Significa dire:
«Non era ciò che volevo, ma posso ancora chiedere a Dio che cosa vuole fare di me attraverso questo.»
Questa frase può cambiare radicalmente una vita.
15. La Provvidenza di fronte all’ansia moderna
La nostra epoca presenta un problema particolare.
Siamo costantemente connessi.
Notizie.
Social network.
Notifiche.
Mercati.
Guerre.
Crisi.
Catastrofi.
Opinioni.
Discussioni.
Scandali.
Informazione permanente.
L’uomo contemporaneo riceve ogni giorno una quantità di informazioni per la quale il cuore umano non è stato creato.
E nasce una tentazione:
vogliamo controllare tutto ciò che conosciamo.
Ma conoscere qualcosa non significa poterlo controllare.
Possiamo sapere ciò che accade dall’altra parte del mondo e, allo stesso tempo, essere incapaci di risolvere quel problema.
Qui la Provvidenza acquista una straordinaria attualità.
Cristo conosceva già l’ansia umana quando disse:
«Non preoccupatevi dunque del domani; perché il domani si preoccuperà di se stesso.»
Matteo 6,34
Questo non significa che il domani non abbia importanza.
Significa che non dobbiamo vivere oggi portando in anticipo tutte le sofferenze che forse non dovremo mai portare.
16. La Provvidenza non significa passività di fronte all’ingiustizia
Dobbiamo evitare anche un altro estremo.
Alcune persone dicono:
«Se Dio lo permette, deve necessariamente esserci una ragione.»
E usano questa frase per giustificare la propria indifferenza davanti alla sofferenza altrui.
Anche questo non è cristianesimo.
Se qualcuno ha fame, dobbiamo aiutarlo.
Se qualcuno subisce un’ingiustizia, dobbiamo difendere la verità.
Se qualcuno è perseguitato a causa della sua fede, dobbiamo essere solidali.
Se un innocente viene trattato ingiustamente, non possiamo nasconderci dietro una falsa fiducia nella Provvidenza.
Perché?
Perché Dio potrebbe aver disposto che il nostro intervento sia uno degli strumenti della sua Provvidenza.
Forse il povero che incontriamo non è semplicemente qualcuno che «Dio aiuterà quando vorrà».
Forse Dio lo ha posto davanti a noi perché siamo noi ad aiutarlo.
La Provvidenza non ci libera dalla carità.
Ci rende strumenti di questa carità.
17. La Provvidenza e la preghiera di domanda
Qualcuno potrebbe chiedere:
«Se Dio sa già ciò di cui ho bisogno, perché dovrei pregare?»
La risposta è meravigliosa.
Non preghiamo per informare Dio.
Dio conosce già i nostri bisogni.
Preghiamo per entrare liberamente in relazione con Lui e collaborare al suo disegno.
La preghiera cambia innanzitutto colui che prega.
Quando chiediamo:
«Signore, aiutami»,
riconosciamo che non siamo autosufficienti.
Quando chiediamo:
«Signore, converti questa persona»,
esercitiamo la carità.
Quando chiediamo:
«Signore, dammi pazienza»,
riconosciamo di dover crescere.
Quando diciamo:
«Signore, sia fatta la tua volontà»,
cominciamo ad abbandonare la superbia di voler dominare tutto.
Per questo la preghiera è uno dei modi più importanti attraverso i quali collaboriamo alla Provvidenza.
18. La Provvidenza e l’Eucaristia
Esiste anche una dimensione profondamente eucaristica.
Nella Santa Messa, il cristiano impara nuovamente la logica della Provvidenza.
Cristo si offre al Padre.
Cristo accoglie la volontà divina.
Cristo offre il suo Corpo e il suo Sangue.
E il cristiano è invitato a unire la propria vita a questo sacrificio.
Questo significa che possiamo deporre sull’altare le nostre preoccupazioni:
il nostro lavoro,
la nostra famiglia,
i nostri problemi,
i nostri malati,
i nostri defunti,
i nostri progetti,
i nostri fallimenti,
i nostri peccati,
i nostri desideri.
La Messa ci insegna a dire con Cristo:
«Non la mia volontà, ma la tua.»
E questo non significa rassegnazione.
Significa fiducia.
19. La Provvidenza e la confessione
Anche il sacramento della Penitenza può essere compreso da questa prospettiva.
Quando abbiamo peccato possiamo pensare:
«Ho rovinato tutto.»
Ma la Provvidenza non viene annullata dal nostro peccato.
Dio può persino trasformare la nostra caduta in un’occasione di umiltà, pentimento e conversione.
Questo non significa che il peccato sia buono.
Non lo è.
Significa che la misericordia di Dio è capace di ricostruire ciò che noi abbiamo distrutto.
Il peccatore che si confessa sinceramente scopre una delle forme più impressionanti della Provvidenza: Dio non abbandona l’uomo proprio quando questi si è allontanato da Lui.
Lo cerca.
Lo chiama.
Lo aspetta.
Lo ristabilisce.
20. «E se Dio non ascoltasse la mia preghiera?»
Questa è una delle esperienze più dolorose della vita spirituale.
Preghiamo.
Chiediamo.
Insistiamo.
E apparentemente nulla cambia.
Qui dobbiamo ricordare qualcosa di essenziale:
Il silenzio di Dio non significa l’assenza di Dio.
Cristo stesso ha sperimentato il silenzio.
Nel Getsemani chiese che il calice passasse da Lui.
Il calice non passò.
Ma la preghiera non fu inutile.
La volontà del Padre si compì.
E la Risurrezione mostrò che il silenzio del Venerdì Santo non era la fine della storia.
A volte vogliamo una risposta immediata.
Dio può agire su un piano che ancora non riusciamo a vedere.
A volte chiediamo a Dio di cambiare una circostanza.
E Dio comincia cambiando noi stessi.
A volte chiediamo che una croce scompaia.
E Dio ci dà la forza di portarla.
A volte chiediamo una soluzione.
E Dio ci dà perseveranza.
A volte chiediamo che si apra una porta.
E Dio ci conduce verso un’altra, alla quale non avevamo mai pensato.
21. La Provvidenza e il discernimento degli spiriti
Dobbiamo però guardarci da un altro estremo.
Non ogni pensiero che abbiamo viene da Dio.
Non ogni coincidenza è un segno.
Non ogni desiderio è una vocazione.
Non ogni opportunità è necessariamente determinata dalla Provvidenza.
La spiritualità cattolica ha sempre attribuito grande importanza al discernimento.
Dobbiamo quindi ricorrere a:
- la preghiera;
- la Sacra Scrittura;
- l’insegnamento della Chiesa;
- i sacramenti;
- il buon e prudente consiglio;
- la direzione spirituale, quando è possibile;
- la ragione;
- la prudenza;
- e la considerazione dei frutti.
Un presunto «segno di Dio» che ci conduce al peccato non può venire da Dio.
Un’interpretazione provvidenziale che contraddice la fede cattolica deve essere respinta.
Dio non si contraddice.
La Provvidenza non deve mai essere utilizzata per giustificare qualcosa che Dio ha rivelato essere male.
22. Dov’è Dio quando tutto sembra crollare?
Forse questa è la domanda che riassume l’intero tema.
Quando perdiamo il lavoro.
Quando una famiglia si spezza.
Quando una persona muore.
Quando arriva la malattia.
Quando i nostri progetti falliscono.
Quando la società sembra allontanarsi sempre più da Dio.
Quando vediamo confusione persino all’interno della stessa Chiesa.
Quando il mondo sembra aver perso il senso del bene e del male.
Dov’è Dio?
La fede risponde:
Dio è ancora Dio.
Non ha perso il controllo.
Ha smesso di amare? No.
Non è scomparso.
Non ha abbandonato la sua Chiesa.
Non ha smesso di sostenere la creazione.
Ma le sue vie non coincidono sempre con le nostre.
Il Catechismo lo esprime chiaramente: crediamo fermamente che Dio è il Signore del mondo e della storia, anche se le vie della sua Provvidenza spesso rimangono nascoste ai nostri occhi.
La fede consiste precisamente nel fidarsi anche quando ancora non vediamo.
23. La Provvidenza non elimina il mistero: ci insegna a vivere dentro il mistero
La mentalità moderna vuole spiegare tutto.
Vogliamo sapere immediatamente:
Perché?
Perché è successo a me?
Perché Dio ha permesso questo?
Perché questa persona è entrata nella mia vita?
Perché ho fallito?
Perché mi sono ammalato?
Perché questa porta si è chiusa?
Perché questa preghiera non è stata ascoltata?
Ma il cristianesimo non promette di rispondere immediatamente a tutte le nostre domande.
Promette qualcosa di meglio:
che possiamo camminare con Dio anche quando non conosciamo tutte le risposte.
San Paolo ci ricorda:
«Ora vediamo come in uno specchio, in modo confuso; allora invece vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo parziale, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.»
1 Corinzi 13,12
La nostra visione è limitata.
Quella di Dio no.
Noi vediamo un istante.
Dio vede l’insieme.
Noi vediamo una ferita.
Dio vede l’intera storia.
Noi vediamo una porta chiusa.
Dio vede il cammino completo.
Noi vediamo il Venerdì Santo.
Dio vede anche la Domenica di Pasqua.
24. Una spiritualità dell’abbandono e non della rassegnazione
Qui è utile distinguere due concetti.
La rassegnazione può significare:
«È così e non posso farci nulla.»
L’abbandono cristiano significa:
«Questo sfugge al mio controllo, ma rimane nella conoscenza e nell’amore di Dio.»
La differenza è enorme.
Il rassegnato si arrende.
Il credente continua a camminare.
Il rassegnato dice:
«Che cosa ci posso fare?»
Il cristiano dice:
«Signore, non capisco, ma mi fido di Te.»
Il rassegnato accetta perché non ha altra scelta.
Il cristiano accetta perché crede che Dio possa far nascere la vita persino da ciò che sembra morte.
Questa è la spiritualità dei santi.
25. Come possiamo far crescere ogni giorno la fiducia nella Provvidenza?
Possiamo iniziare da qualcosa di molto semplice.
Ogni mattina:
«Signore, metto questa giornata nelle tue mani.»
Prima di iniziare il lavoro:
«Signore, aiutami a farlo bene e per la tua gloria.»
Di fronte a una difficoltà:
«Signore, dammi la luce per comprendere ciò che devo fare.»
Di fronte a ciò che non possiamo controllare:
«Signore, lo metto nelle tue mani.»
Di fronte alla tentazione:
«Signore, dammi la grazia di rimanere fedele.»
Di fronte a una disgrazia:
«Signore, non capisco questo, ma non voglio separarmi da Te.»
Prima di dormire:
«Grazie per tutto ciò che ho ricevuto. Perdona i miei peccati e veglia su di me questa notte.»
Sono parole semplici.
Ma possono trasformare profondamente una persona.
Perché, poco a poco, smettiamo di vivere come se tutto dipendesse esclusivamente da noi.
26. Una piccola regola spirituale per i tempi di incertezza
Possiamo riassumere la spiritualità della Provvidenza in cinque passi.
1. Prega
Prima di disperarti, prega.
2. Discerna
Chiediti che cosa dipende realmente da te.
3. Agisci
Fai ciò che ragionevolmente puoi fare.
4. Offri
Quando accade qualcosa che non puoi cambiare, offrilo a Dio.
5. Abbi fiducia
Lascia il risultato nelle sue mani.
Questa piccola regola può essere straordinariamente utile.
Perché spesso soffriamo non soltanto a causa di ciò che accade, ma perché cerchiamo di controllare qualcosa che non è mai stato sotto il nostro controllo.
27. La Provvidenza ci libera dall’ossessione del controllo
Una delle grandi malattie spirituali del nostro tempo è il bisogno di controllo.
Vogliamo controllare la nostra immagine.
Il nostro futuro.
Le nostre finanze.
La nostra salute.
La nostra famiglia.
L’opinione degli altri.
Il comportamento dei nostri figli.
Il risultato dei nostri progetti.
Vogliamo persino controllare il modo in cui Dio deve agire.
Ma Dio non è un dipendente al quale diamo istruzioni.
È Dio.
E noi siamo creature.
Accettarlo non ci umilia.
Ci libera.
Perché soltanto quando riconosciamo di non essere Dio possiamo veramente riposare in Dio.
28. «Il Padre vostro sa che ne avete bisogno»
Forse dovremmo ripetere spesso queste parole di Cristo in un’epoca di ansia:
«Il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno.»
Matteo 6,32
Non dice:
«Vostro Padre vi darà immediatamente tutto ciò che volete.»
Dice:
«Egli sa che ne avete bisogno.»
Dio sa.
Dio vede.
Dio ascolta.
Dio conosce.
E questo cambia completamente la preghiera.
Non preghiamo un Dio indifferente che dovremmo prima convincere a prestarci attenzione.
Preghiamo un Padre.
Ma un Padre infinitamente più sapiente di noi.
Perciò la fiducia cristiana non consiste nel dire:
«Dio farà esattamente ciò che voglio.»
Consiste nel dire:
«Dio farà ciò che è veramente bene, anche se ancora non riesco a comprenderlo.»
29. La prova più grande della Provvidenza è Gesù Cristo
Se un giorno dubitiamo che Dio ci ami, non dobbiamo cominciare osservando le circostanze della nostra vita.
Dobbiamo guardare Cristo.
Dio non è rimasto lontano di fronte alla sofferenza umana.
È entrato nella nostra storia.
Ha assunto la nostra carne.
Ha vissuto in mezzo a noi.
Ha lavorato.
Ha sofferto.
Ha pianto.
È stato rifiutato.
È stato perseguitato.
È stato crocifisso.
È morto.
Ed è risorto.
Perciò la Provvidenza cristiana non è una dottrina fredda su un Dio che, dal cielo, muoverebbe le pedine.
È la fiducia in un Dio che è entrato personalmente nella nostra storia.
Il centro della Provvidenza non è un’idea.
È una Persona.
Gesù Cristo.
E in Cristo scopriamo che Dio può trasformare la Croce in Risurrezione.
30. Quando non capisci nulla, resta
Ci sono momenti nella vita in cui probabilmente non troveremo una spiegazione soddisfacente.
E forse non dovremmo cercarla immediatamente.
Ci saranno situazioni in cui l’unica risposta possibile sarà:
resta.
Resta nella preghiera.
Resta nella Chiesa.
Resta davanti al tabernacolo.
Resta nella verità.
Resta nei sacramenti.
Resta fedele ai comandamenti.
Resta anche quando non senti nulla.
Resta anche quando non capisci nulla.
Resta anche quando Dio sembra tacere.
Perché la fede non consiste soltanto nel credere quando comprendiamo.
La fede consiste anche nel rimanere quando non comprendiamo.
31. La Provvidenza e la speranza cristiana
Infine, la Provvidenza è inseparabile dalla speranza.
Se Dio conduce la creazione verso un fine ultimo, allora la storia non procede verso l’assurdo.
La nostra esistenza ha una direzione.
Il mondo ha una destinazione.
La storia giungerà al suo compimento.
La morte non avrà l’ultima parola.
Il peccato non avrà l’ultima parola.
La sofferenza non avrà l’ultima parola.
L’ingiustizia non avrà l’ultima parola.
L’ultima parola appartiene a Dio.
E per il cristiano questa ultima parola ha un nome:
Cristo.
La Provvidenza conduce verso una pienezza che ancora non vediamo.
Per questo il cristiano può soffrire senza disperare.
Può piangere senza perdere la speranza.
Può perdere senza pensare che tutto sia finito.
Può attraversare la notte sapendo che esiste un mattino.
Conclusione: quando non vedi la strada, fidati di Colui che la vede
La Divina Provvidenza non è una dottrina destinata soltanto ai trattati teologici.
È una verità per il lunedì mattina.
Per l’ospedale.
Per l’ufficio.
Per la famiglia.
Per la disoccupazione.
Per il matrimonio.
Per la malattia.
Per il lutto.
Per l’educazione dei figli.
Per le decisioni difficili.
Per i tempi di incertezza.
Per le notti in cui preghiamo e sembra che nessuno risponda.
La Provvidenza ci ricorda qualcosa che il nostro tempo ha urgentemente bisogno di ascoltare:
Non siamo Dio.
Non dobbiamo conoscere il futuro.
Non dobbiamo controllare ogni avvenimento.
Non dobbiamo comprendere ogni mistero.
Non dobbiamo risolvere oggi tutti i problemi di domani.
Dobbiamo essere fedeli nel fare ciò che Dio ci chiede oggi.
E poi avere fiducia.
Il Catechismo riassume questa fiducia ricordandoci che Cristo ci invita all’abbandono filiale alla Provvidenza del Padre e che san Pietro ci esorta a gettare su Dio ogni nostra preoccupazione, perché Egli ha cura di noi.
Perciò non disperare quando una porta si chiude.
Quando un progetto fallisce, non concludere che Dio ti abbia abbandonato.
Quando una preghiera sembra non ricevere risposta, continua a pregare.
Quando appare una croce, non chiederti soltanto:
«Perché mi sta accadendo questo?»
Osa anche chiedere:
«Signore, che cosa vuoi operare in me attraverso questo?»
E quando non puoi più fare nulla, quando hai pregato, discernito, lavorato, lottato e consegnato nelle mani di Dio tutto ciò che dipendeva da te, allora fai qualcosa che può essere uno dei più grandi atti di fede:
Abbi fiducia.
Perché la Provvidenza non promette che comprenderemo sempre le vie di Dio.
Promette qualcosa di molto più grande:
che non cammineremo mai da soli.
E anche se i nostri occhi non riescono ancora a vedere il senso della storia, Dio lo vede già.
Noi vediamo una pagina.
Egli vede l’intero libro.
Noi vediamo la Croce.
Egli vede la Risurrezione.
Noi vediamo il presente.
Egli vede l’eternità.
E forse la preghiera più semplice per imparare a vivere sotto la Divina Provvidenza è anche una delle più profonde:
«Signore, non so che cosa porterà il domani. Ma so che Tu ci sarai. E questo mi basta.»