Ci sono santi che sembrano appartenere a un’epoca determinata. E ce ne sono altri la cui vita, quanto più passa il tempo, tanto più risulta scomodamente attuale.
San Francesco d’Assisi appartiene a questo secondo gruppo.
Sono trascorsi otto secoli dalla sua morte e, tuttavia, la sua figura continua a suscitare ammirazione, interrogativi e persino controversie. Viene presentato come amante della natura, amico degli animali, uomo di pace, difensore dei poveri o precursore di una determinata sensibilità ecologica. Tutto ciò contiene elementi veri. Ma, se ci fermiamo soltanto a questo, rischiamo di perdere il vero Francesco.
Perché san Francesco d’Assisi non fu, innanzitutto, un ecologista, un riformatore sociale, un pacifista moderno né un filantropo.
San Francesco fu un uomo conquistato da Gesù Cristo.
Ed è proprio per questo che fu povero, umile, penitente, fraterno, amante dei bisognosi, operatore di pace, contemplativo e profondamente unito alla creazione.
Il suo segreto non stava in un’ideologia.
Stava nel Vangelo.
La sua vita può essere riassunta in una domanda che continua a essere tremendamente attuale:
Che cosa accadrebbe se un cristiano prendesse davvero sul serio le parole di Gesù Cristo?
Francesco cercò di rispondere a questa domanda con tutta la sua esistenza.
1. Chi fu san Francesco d’Assisi?
San Francesco nacque ad Assisi, in Italia, intorno al 1181-1182, in una famiglia agiata. Suo padre, Pietro Bernardone, era un ricco commerciante di tessuti.
Francesco conobbe fin da giovane una vita confortevole. Aveva possibilità economiche, prestigio sociale e un futuro apparentemente assicurato.
Ma Dio aveva altri progetti.
La sua giovinezza fu segnata dal desiderio di gloria, dall’allegria delle feste e anche dalla sua partecipazione ai conflitti militari tra le città italiane. Arrivò a essere fatto prigioniero e successivamente soffrì di una malattia.
Queste esperienze cominciarono a provocare in lui una trasformazione interiore.
Ciò che prima gli sembrava attraente cominciò a perdere il suo splendore.
E ciò che precedentemente gli provocava repulsione cominciò ad assumere un significato completamente diverso.
Tra le esperienze decisive della sua conversione si trova l’incontro con i lebbrosi.
Lo stesso Francesco avrebbe ricordato in seguito che ciò che prima gli risultava amaro si trasformò, per grazia di Dio, in dolcezza.
Qui troviamo già una delle chiavi di tutta la sua spiritualità:
la conversione cristiana non consiste semplicemente nel cambiare idee; consiste nel permettere a Cristo di trasformare ciò che amiamo, ciò che temiamo e ciò che siamo capaci di offrire.
2. «Il Signore mi concesse di cominciare a fare penitenza»
Francesco non si convertì in un solo giorno come conseguenza di un’emozione passeggera.
La sua conversione fu un cammino.
Cominciò a cercare la preghiera, la solitudine, la penitenza e la misericordia.
A poco a poco scoprì che Cristo lo chiamava ad abbandonare un’esistenza centrata su se stesso per vivere radicalmente il Vangelo.
Uno degli avvenimenti decisivi ebbe luogo davanti al Crocifisso di San Damiano.
Secondo la tradizione francescana, Francesco udì lì la chiamata:
«Francesco, va’ e ripara la mia Chiesa».
Questa frase è stata interpretata in molti modi. Ma c’è qualcosa di fondamentale che non dobbiamo dimenticare.
Francesco non comprese quella chiamata come un’autorizzazione a creare una Chiesa diversa.
Non volle fondare una nuova religione.
Non volle separarsi dalla Chiesa.
Non volle diventare un riformatore indipendente.
La sua risposta fu vivere il Vangelo nella Chiesa.
Infatti, quando la fraternità cominciò a crescere, Francesco si recò a Roma per presentare la sua forma di vita a papa Innocenzo III. Benedetto XVI sottolineò proprio questo aspetto: Francesco comprese che il carisma ricevuto dallo Spirito Santo doveva essere posto al servizio della Chiesa, Corpo di Cristo.
Questo risulta particolarmente importante per comprendere il vero santo.
La vera riforma cattolica comincia dalla conversione e dalla santità, non dalla rottura con la Chiesa.
3. Il momento decisivo: ascoltare il Vangelo
Nel 1208, Francesco ascoltò nella chiesa di Santa Maria degli Angeli il Vangelo dell’invio degli Apostoli.
Cristo mandava i suoi discepoli ad annunciare il Regno.
Francesco comprese che quelle parole potevano essere rivolte anche a lui.
E decise di viverle.
Povertà.
Predicazione.
Conversione.
Penitenza.
Fiducia assoluta nella Provvidenza.
Fraternità.
Amore per Cristo.
Non si trattava per lui di ammirare il Vangelo.
Si trattava di viverlo.
Altri uomini cominciarono a unirsi a lui e nacque una fraternità.
Nel 1209 Francesco si recò a Roma con i suoi primi compagni e presentò al papa il progetto di vita evangelica. Il movimento crebbe fino a diventare una delle grandi famiglie religiose della Chiesa.
Qui troviamo un insegnamento straordinario per i nostri giorni.
Viviamo in un’epoca nella quale molte persone conoscono parole cristiane, concetti teologici, dibattiti e persino controversie ecclesiali.
Ma san Francesco ci obbliga a formulare una domanda molto più semplice:
Sto realmente vivendo ciò che dico di credere?
4. La povertà di Francesco: molto più che vivere con poco
Probabilmente nessun aspetto della vita di san Francesco è stato tanto frainteso quanto la sua povertà.
Francesco non era semplicemente un uomo che possedeva poche cose.
La povertà francescana aveva una dimensione profondamente cristologica.
Francesco voleva assomigliare a Cristo.
E Cristo, essendo ricco, si fece povero per noi.
San Paolo lo esprime in modo straordinariamente profondo:
«Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà.»
2 Corinzi 8,9
La povertà di Francesco nasce dunque dall’Incarnazione.
Dio si fece uomo.
Il Verbo eterno assunse la nostra natura.
Il Figlio di Dio volle entrare nella nostra povertà umana.
Francesco volle rispondere a questo amore mediante una vita di distacco.
Per questo la sua povertà non era disprezzo della materia.
Non era neppure odio verso le ricchezze.
E tanto meno significava che la povertà materiale fosse automaticamente una virtù indipendentemente dalla carità.
La povertà cristiana significa fondamentalmente non trasformare i beni creati nel nostro dio.
5. La povertà come libertà
Questo insegnamento è tremendamente attuale.
La nostra epoca possiede una quantità di beni materiali che Francesco non avrebbe mai potuto immaginare.
Abbiamo più oggetti.
Più informazioni.
Più divertimenti.
Più possibilità.
Più capacità di viaggiare.
Più tecnologia.
Più forme di comunicazione.
E tuttavia l’uomo contemporaneo può trovarsi interiormente schiavo.
Può essere schiavo dell’approvazione.
Del denaro.
Del telefono.
Dei social network.
Dell’immagine.
Del consumo.
Dell’intrattenimento.
Del desiderio costante di acquistare qualcosa di nuovo.
San Francesco pone una domanda scomoda:
Siamo noi a possedere le cose o sono le cose a possedere noi?
L’autentica povertà cristiana non consiste necessariamente nel vivere senza nulla.
Consiste nel poter dire:
«Tutto ciò che possiedo viene da Dio e deve essere ordinato verso Dio».
6. L’incontro con i lebbrosi: amare Cristo nel bisognoso
Francesco scoprì qualcosa di essenziale:
Cristo si incontra anche nel povero, nel malato, nell’emarginato.
Ma è necessario comprendere correttamente questa affermazione.
Francesco non amava il povero semplicemente perché era povero.
Lo amava perché vedeva in lui una persona creata da Dio e chiamata alla salvezza.
La dignità dell’uomo non dipende dalla sua utilità economica.
Non dipende dalla sua intelligenza.
Non dipende dalla sua bellezza.
Non dipende dalla sua produttività.
Non dipende dal suo stato sociale.
La dignità umana procede, in ultima analisi, da Dio.
Per questo la carità francescana non può essere ridotta alla filantropia.
La filantropia può dare alimenti.
La carità cristiana dà alimenti, ma inoltre riconosce nel bisognoso un fratello.
Può dare denaro.
Ma guarda anche negli occhi.
Può costruire istituzioni.
Ma tocca anche la ferita.
Può difendere i diritti.
Ma annuncia inoltre la dignità eterna della persona.
7. San Francesco e Cristo crocifisso
Se vogliamo comprendere Francesco, dobbiamo guardare al Crocifisso.
Non al Francesco sentimentale.
Non al Francesco trasformato in simbolo culturale.
Non al Francesco ridotto a protettore degli animali.
Al Francesco innamorato di Cristo crocifisso.
Nel 1224, sul monte della Verna, Francesco ricevette le stimmate.
Benedetto XVI spiegò che questo evento esprimeva la sua intima identificazione con Cristo crocifisso.
Le stimmate non costituiscono semplicemente un fenomeno straordinario.
Teologicamente, devono essere contemplate all’interno del mistero della configurazione a Cristo.
San Paolo scrive:
«Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me.»
Galati 2,20
Francesco volle rendere reali queste parole.
Non pretendeva semplicemente di imitare esteriormente determinati aspetti di Gesù.
Voleva che tutta la sua esistenza fosse configurata a Lui.
8. Le stimmate: una vita configurata a Cristo
Qui troviamo un profondo insegnamento spirituale.
Tutti i cristiani siamo chiamati a configurarci a Cristo.
Ma questa configurazione passa attraverso la Croce.
Non esiste santità autentica senza conversione.
Non esiste conversione senza rinuncia.
Non esiste carità perfetta senza sacrificio.
Non esiste Risurrezione senza Croce.
Per questo la spiritualità di Francesco non è una spiritualità superficialmente gioiosa.
La sua gioia nasce dall’aver trovato Cristo.
Ed è proprio per questo che può esistere anche in mezzo alla sofferenza.
La gioia cristiana non significa che non soffriamo mai.
Significa che la sofferenza non ha più l’ultima parola.
L’ultima parola appartiene a Cristo.
9. «La perfetta letizia»
Uno dei grandi tesori della spiritualità francescana è l’insegnamento sulla perfetta letizia.
Francesco spiega ai suoi fratelli che la vera gioia non dipende dalle circostanze esteriori.
Possiamo avere successo e non essere felici.
Possiamo avere denaro e non avere pace.
Possiamo essere riconosciuti e sentirci profondamente vuoti.
Possiamo possedere molte cose e essere privi di Dio.
La perfetta letizia ha un altro fondamento:
Cristo.
Per questo Francesco poteva accettare incomprensioni, difficoltà, umiliazioni e sofferenze senza abbandonare la speranza.
La gioia cristiana non è ingenuità.
È frutto della carità.
10. San Francesco e l’umiltà
Francesco comprese qualcosa che la nostra cultura ha enormi difficoltà ad accettare:
non siamo Dio.
Sembra un’affermazione evidente.
Eppure gran parte della cultura contemporanea è costruita intorno all’autonomia assoluta dell’individuo.
«Io decido».
«Io determino».
«Io sono la misura».
«Io stabilisco la mia verità».
Il Vangelo propone qualcosa di completamente diverso.
L’uomo è creatura.
Dio è Creatore.
L’uomo riceve.
Dio dona.
L’uomo dipende.
Dio è assoluto.
Questa dipendenza non costituisce un’umiliazione dell’uomo.
Al contrario.
Riconoscere che siamo creature significa recuperare la nostra vera dignità.
L’umiltà francescana non consiste nel pensare di non valere nulla.
Consiste nel sapere che tutto il bene che abbiamo lo abbiamo ricevuto.
11. «Beati i poveri»
Gesù proclama:
«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.»
Luca 6,20
Questa frase non deve essere interpretata come una glorificazione della miseria.
La Chiesa non insegna che la povertà materiale sia buona in quanto sofferenza.
Il cristiano deve combattere la miseria, l’ingiustizia e l’esclusione.
Ma Gesù rivela qualcosa di molto più profondo:
il cuore che riconosce la propria dipendenza da Dio è preparato a ricevere il Regno.
Francesco comprese radicalmente questo insegnamento.
La sua povertà era una forma di disponibilità.
Non vivendo centrato sul possesso, poteva donarsi.
Non essendo preoccupato di accumulare, poteva condividere.
Non cercando il prestigio, poteva servire.
12. San Francesco e la Chiesa
Questo punto merita particolare attenzione.
Talvolta Francesco è stato presentato come se fosse stato una sorta di rivoluzionario in conflitto con la Chiesa istituzionale.
Non fu così.
Francesco amò profondamente la Chiesa.
Amò i sacramenti.
Amò il sacerdozio.
Amò il Papa.
Amò la predicazione.
Amò la liturgia.
E volle che il suo movimento rimanesse all’interno della Chiesa.
La sua riforma non consistette nel dire:
«La Chiesa si sbaglia e io ho una Chiesa migliore».
Consistette nel dire:
«Ho bisogno di convertirmi e di vivere il Vangelo».
Qui esiste una enorme lezione pastorale.
La Chiesa ha continuamente bisogno di rinnovamento.
Ma il rinnovamento autenticamente cattolico non consiste nell’inventare un altro cristianesimo.
Consiste nel tornare a Cristo.
13. San Francesco e l’Eucaristia
La spiritualità francescana è profondamente eucaristica.
Francesco contemplava con enorme riverenza il mistero di Cristo reso presente nell’Eucaristia.
La sua ammirazione di fronte all’Incarnazione si prolungava nella sua ammirazione davanti al Sacramento.
Lo stesso Cristo che assunse la carne a Betlemme si rende realmente presente sotto le specie sacramentali.
Per questo Francesco esortava i sacerdoti e i fedeli a trattare con enorme riverenza il Santissimo Sacramento.
Qui troviamo una correzione importante nei confronti di una spiritualità ridotta alla natura.
Il centro di Francesco non era la natura.
Il centro era Cristo.
E Cristo è veramente presente nell’Eucaristia.
La creazione conduce al Creatore.
La povertà conduce a Cristo.
La fraternità conduce a Cristo.
La carità conduce a Cristo.
La preghiera conduce a Cristo.
E l’Eucaristia ci introduce sacramentalmente nel mistero di Cristo.
14. San Francesco e la Vergine Maria
Francesco aveva una profonda devozione alla Santissima Vergine.
La Porziuncola, luogo decisivo nella sua vita, era dedicata a Santa Maria degli Angeli.
Francesco vedeva in Maria il modello perfetto della creatura totalmente disponibile a Dio.
Maria aveva detto:
«Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola.»
Luca 1,38
Francesco volle vivere questa stessa disponibilità.
Non anteporsi a Dio.
Non imporre la propria volontà.
Non cercare la propria gloria.
Ma dire:
«Signore, che cosa vuoi che io faccia?»
Questa dovrebbe essere anche una delle domande fondamentali di ogni cristiano.
15. San Francesco e santa Chiara
La storia di Francesco non può essere pienamente compresa senza santa Chiara d’Assisi.
Chiara nacque anch’ella ad Assisi, in una famiglia nobile, ma rimase profondamente colpita dalla predicazione e dall’esempio di Francesco.
Rinunciò a una vita agiata e iniziò un cammino di consacrazione a Dio.
Da questa esperienza nacque il Secondo Ordine francescano, le Povere Clarisse, conosciute successivamente come Clarisse.
Il rapporto spirituale tra Francesco e Chiara costituisce uno degli esempi più belli di come un carisma possa suscitare diverse forme di vocazione.
Non si trattava di copiare meccanicamente una vita.
Si trattava di rispondere allo stesso Cristo a partire da vocazioni differenti.
16. I francescani e l’evangelizzazione
Il movimento francescano ebbe una enorme importanza nell’evangelizzazione dell’Europa e successivamente del mondo.
I frati furono inviati a predicare.
Ma la predicazione francescana non doveva ridursi ai discorsi.
La vita stessa doveva diventare annuncio.
Questa è una questione straordinariamente attuale.
Il mondo contemporaneo non ha bisogno solamente di cristiani capaci di discutere.
Ha bisogno di cristiani capaci di vivere.
Persone che preghino.
Persone che servano.
Persone che perdonino.
Persone oneste.
Persone che amino le proprie famiglie.
Persone che sappiano sacrificarsi.
Persone che sappiano chiedere perdono.
Persone che vivano senza vergogna la propria fede.
La santità è anche una forma di evangelizzazione.
17. San Francesco, la pace e il famoso «Pace e bene»
Francesco è profondamente associato alla pace.
Ma qui dobbiamo fare una precisazione teologica importante.
La pace francescana non è semplicemente assenza di conflitti.
Non è neppure una sorta di armonia cosmica.
Molto meno è una concezione panteistica secondo la quale Dio e la natura sarebbero una medesima realtà.
La pace di Francesco è la pace di Cristo.
Cristo disse:
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace.»
Giovanni 14,27
Questa è la pace che Francesco volle ricevere.
Ed è questa la pace di cui anche noi abbiamo bisogno.
18. Pace interiore prima della pace esteriore
È impossibile costruire una vera pace sociale se il cuore umano è dominato dall’odio, dalla superbia, dall’avidità e dal risentimento.
La pace comincia dentro.
Ma non termina dentro.
Il cristiano pacificato diventa operatore di pace.
Per questo Francesco non si limita a chiedere che non vi siano guerre.
Ci invita a domandarci:
Sono io una causa di pace?
Nella mia famiglia?
Nel mio matrimonio?
Nel mio lavoro?
Nella mia parrocchia?
Su Internet?
Sui social network?
Nelle discussioni politiche?
Nelle discussioni religiose?
Nelle conversazioni con coloro che pensano diversamente?
Può essere relativamente semplice parlare di pace in astratto.
È molto più difficile trattenere una parola offensiva.
Perdonare.
Non restituire un’offesa.
Riconoscere un errore.
Chiedere perdono.
Rinunciare ad avere sempre l’ultima parola.
Qui comincia la vera pace cristiana.
19. San Francesco e la creazione
Arriviamo qui a uno degli aspetti per i quali Francesco è più conosciuto oggi.
Il santo di Assisi contemplava la creazione con profondo stupore.
Il sole.
La luna.
L’acqua.
Il fuoco.
La terra.
Gli animali.
Tutto poteva diventare per lui occasione di lode al Creatore.
Ma è fondamentale comprendere correttamente questa spiritualità.
Francesco non adorava la natura.
Adorava Dio.
La natura era creatura.
Dio era il Creatore.
Proprio perché amava il Creatore, poteva contemplare le creature con gratitudine.
Questo punto è teologicamente decisivo.
La fede cattolica rifiuta tanto il disprezzo della creazione quanto la sua divinizzazione.
Né materialismo.
Né panteismo.
Creazione.
Dio è Dio.
La creatura è creatura.
E proprio perché procede da Dio, possiede una dignità e un ordine che meritano rispetto.
20. Il Cantico delle Creature
Francesco espresse questa visione soprattutto nel celebre Cantico delle Creature.
«Laudato si’, mi’ Signore».
«Laudato sii, mio Signore».
Non comincia dicendo:
«Sia lodata la natura».
Comincia lodando Dio.
Questa differenza cambia tutto.
L’universo non è Dio.
Il sole non è Dio.
La terra non è Dio.
Gli animali non sono Dio.
Neppure l’uomo è Dio.
Tutto procede da Dio.
E tutto dovrebbe condurre a Dio.
Per questo la creazione può diventare un’autentica scuola di contemplazione.
21. San Francesco e l’ecologia integrale
Negli ultimi tempi, la figura di Francesco ha acquisito ancora maggiore rilevanza a causa della questione ecologica.
L’enciclica Laudato si’ ha presentato esplicitamente san Francesco come modello di cura della creazione, collegando tale cura all’attenzione verso i poveri, la pace, la giustizia e la sobrietà.
E questo collegamento è importante.
La spiritualità francescana non propone semplicemente:
«Bisogna proteggere gli alberi».
La sua visione è più profonda.
Domanda:
Che tipo di uomo stiamo costruendo?
Perché una persona dominata dall’avidità può distruggere la natura.
Ma può anche distruggere le relazioni umane.
Può sfruttare i lavoratori.
Può disprezzare gli anziani.
Può utilizzare gli altri come strumenti.
Può trasformare tutto in merce.
Per questo il problema ecologico ha anche una radice spirituale.
22. «Meno è più»
Qui emerge uno degli insegnamenti francescani più necessari per la nostra epoca.
Non abbiamo necessariamente bisogno di più.
Abbiamo bisogno di imparare a avere bisogno di meno.
La sobrietà cristiana non è tristezza.
È libertà.
Una persona che ha continuamente bisogno di comprare, aggiornare, consumare, accumulare o mostrare può diventare schiava dei propri desideri.
Francesco mostra un’altra strada:
ricevere, ringraziare, utilizzare, condividere e distaccarsi.
La vita non si misura dalla quantità di cose che possediamo.
Si misura dall’amore con cui viviamo.
23. San Francesco di fronte alla cultura dello scarto
La nostra società corre il rischio di valutare le persone in base alla loro utilità.
Finché sei produttivo, sei importante.
Quando invecchi, puoi diventare un peso.
Quando sei malato, puoi essere visto come un problema.
Quando sei povero, puoi essere invisibile.
Quando non produci, puoi essere scartato.
Lo sguardo di Francesco è radicalmente diverso.
Il lebbroso non è un oggetto.
Il povero non è un fastidio.
Il malato non è un peso.
L’anziano non è inutile.
L’essere umano possiede una dignità che non deriva da ciò che produce.
Deriva da Dio.
Per questo la carità cristiana deve cominciare precisamente là dove termina la logica utilitaristica.
24. San Francesco e la morte
Forse uno degli aspetti più impressionanti della sua vita è il suo rapporto con la morte.
Francesco chiamò la morte:
«sorella morte corporale».
Può sembrare strano in una cultura che cerca di evitare persino di pronunciare la parola.
Ma Francesco non contemplava la morte come una sconfitta assoluta.
La contemplava a partire da Cristo.
Il cristiano non crede nella morte come destino ultimo.
Crede nella Risurrezione.
San Paolo scrive:
«Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui.»
Romani 6,8
Francesco morì il 3 ottobre 1226 alla Porziuncola.
Morì disteso sulla nuda terra, dopo aver benedetto i suoi fratelli.
La sua morte ha ricevuto nella tradizione francescana il nome di Transito.
Non semplicemente «morte».
Transito.
Passaggio.
Ingresso nella vita eterna.
25. Quando si celebra san Francesco d’Assisi?
La festa liturgica di san Francesco d’Assisi si celebra il 4 ottobre.
Il suo transito ebbe luogo la sera del 3 ottobre 1226, mentre la celebrazione liturgica della sua festa corrisponde al giorno successivo.
La tradizione francescana conserva in modo particolare la celebrazione del Transito di san Francesco il 3 ottobre e la sua festa il 4.
Pertanto:
3 ottobre: Transito di san Francesco.
4 ottobre: Festa di san Francesco d’Assisi.
Il calendario liturgico colloca così la memoria del santo immediatamente dopo aver contemplato il suo ingresso nella vita eterna.
È profondamente significativo.
La Chiesa non celebra semplicemente la biografia di un uomo ammirevole.
Celebra un cristiano che ha concluso il suo pellegrinaggio terreno e che, per grazia di Dio, ha raggiunto la patria celeste.
26. Il significato spirituale del 4 ottobre
Il 4 ottobre non dovrebbe essere solamente una data per fare gli auguri a coloro che si chiamano Francesco.
Né dovrebbe trasformarsi soltanto nella giornata degli animali.
È un’occasione per contemplare una delle grandi domande cristiane:
Che cosa significa seguire Gesù Cristo?
Francesco risponde:
Povertà.
Umiltà.
Penitenza.
Preghiera.
Carità.
Eucaristia.
Fraternità.
Evangelizzazione.
Croce.
Gioia.
Pace.
Distacco.
Amore per Dio.
Amore per il prossimo.
E speranza della vita eterna.
27. 2026: l’VIII Centenario del transito di san Francesco
Quest’anno 2026 ha un’importanza straordinaria.
Ricorrono 800 anni dal transito di san Francesco d’Assisi.
La Santa Sede ha stabilito un Anno Giubilare speciale dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027, in occasione dell’VIII Centenario. La Penitenzieria Apostolica ha inoltre concesso la relativa indulgenza plenaria alle condizioni stabilite.
Non si tratta di una semplice commemorazione storica.
La Chiesa propone di tornare a guardare Francesco per recuperare qualcosa di essenziale:
il Vangelo vissuto con radicalità.
Papa Leone XIV, inaugurando questo centenario, ha ricordato che Francesco trovò in Cristo la fonte della vera pace e lo ha presentato come testimone di riconciliazione e concordia in un mondo segnato da conflitti e divisioni.
Pertanto, questo VIII Centenario costituisce una magnifica occasione per riscoprire il santo.
Non soltanto per ammirarlo.
Per imitarlo.
28. Un’indulgenza non è un «premio» per aver visitato un luogo
In questo contesto è opportuno spiegare qualcosa di importante secondo la dottrina cattolica.
L’indulgenza non significa che possiamo «comprare» il perdono di Dio.
Il peccato grave richiede la grazia di Dio e, quando è necessario, l’assoluzione sacramentale nel sacramento della Penitenza.
L’indulgenza riguarda la remissione davanti a Dio della pena temporale dovuta per i peccati la cui colpa è già stata perdonata, secondo la dottrina della Chiesa.
Il decreto della Penitenzieria Apostolica per questo Anno di San Francesco stabilisce l’indulgenza plenaria alle condizioni abituali, comprese la confessione sacramentale, la comunione eucaristica e la preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre, oltre alle opere indicate per questo giubileo.
È dunque un’occasione di grazia.
Ma richiede conversione.
29. Che cosa può insegnarmi san Francesco oggi?
Qui arriviamo alla questione fondamentale.
Perché possiamo studiare Francesco per ore e non cambiare assolutamente nulla.
La domanda non è soltanto:
«Che cosa fece Francesco?»
La domanda è:
«Che cosa vuole Dio che faccia io dopo aver conosciuto la sua vita?»
Primo insegnamento: torna a Cristo
Francesco non cominciò riformando il mondo.
Cominciò lasciando che Cristo riformasse il suo cuore.
La santità comincia sempre da lì.
Prima di cambiare gli altri, dobbiamo permettere a Dio di cambiare noi.
Secondo insegnamento: recupera la preghiera
Francesco fu un uomo di preghiera.
Viviamo circondati dal rumore.
Schermi.
Notizie.
Messaggi.
Social network.
Opinioni.
Video.
Discussioni.
Informazioni.
Ma l’anima ha bisogno di silenzio.
Un cristiano che non rimane mai solo davanti a Dio difficilmente potrà conoscere profondamente la volontà di Dio.
Recuperiamo il silenzio.
Recuperiamo l’adorazione.
Recuperiamo la preghiera personale.
Recuperiamo il Rosario.
Recuperiamo la meditazione del Vangelo.
Recuperiamo la confessione.
Recuperiamo l’Eucaristia.
Terzo insegnamento: impara a distaccarti
Non è necessario abbandonare immediatamente tutti i nostri beni.
Ma dobbiamo domandarci:
Da che cosa sono schiavo?
Che cosa non sono disposto a consegnare a Dio?
Quale cosa occupa troppo spazio nel mio cuore?
Quale possesso, abitudine, ambizione o bisogno di riconoscimento domina la mia vita?
Francesco insegna che la libertà comincia quando smettiamo di aver bisogno di tante cose per sentirci qualcuno.
Quarto insegnamento: guarda il povero
Non passare oltre.
Non ridurre il bisognoso a una cifra.
Guardalo.
Ascoltalo.
Aiutalo.
E, quando è possibile, stabilisci con lui una vera relazione umana.
La carità non consiste soltanto nel dare.
È amare.
Quinto insegnamento: fai la pace
Forse questo è uno degli insegnamenti più difficili.
Pensa a qualcuno con cui sei in conflitto.
Qualcuno che non perdoni.
Qualcuno che ti ha fatto del male.
Qualcuno a cui hai fatto del male.
Chiedi a Dio:
«Signore, che cosa posso fare perché inizi la riconciliazione?»
Potrebbe essere necessario parlare.
Potrebbe essere necessario chiedere perdono.
Potrebbe essere necessario perdonare.
Potrebbe essere necessario rimanere in silenzio per un certo periodo.
Ma il cristiano non può amare la guerra interiore.
30. Dobbiamo anche imparare dal suo amore per la creazione
Possiamo recuperare qualcosa di tanto semplice quanto il ringraziare.
Ringraziare per l’acqua.
Per il cibo.
Per il sole.
Per la pioggia.
Per la campagna.
Per gli animali.
Per una conversazione.
Per una famiglia.
Per la vita.
Ma, soprattutto:
ringraziare Dio.
Perché il cristiano non si ferma alla creatura.
Sale dalla creatura al Creatore.
Come ricorda la Scrittura:
«Le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute.»
Romani 1,20
La creazione può così diventare una catechesi silenziosa.
31. San Francesco non fu un sentimentale
Questo punto merita di essere sottolineato.
Talvolta Francesco è stato trasformato in una figura amabile, simpatica e quasi infantile.
Il santo che parlava agli uccelli.
Il santo che amava gli animali.
L’uomo sorridente che amava la natura.
Tutto questo è attraente.
Ma è incompleto.
Il vero Francesco fu molto più radicale.
Fu un penitente.
Un uomo di digiuno.
Un uomo di preghiera.
Un uomo che abbracciò i lebbrosi.
Un uomo che rinunciò alle ricchezze.
Un uomo segnato dalla Croce.
Un uomo che ricevette le stimmate.
Un uomo che soffrì.
Un uomo che predicò la conversione.
Un uomo che volle obbedire alla Chiesa.
Un uomo che desiderò imitare Cristo fino all’estremo.
Per questo non dobbiamo addomesticare Francesco.
Il vero Francesco ci mette a disagio.
Perché ci chiede a che cosa siamo disposti a rinunciare per Cristo.
32. Il Francesco di cui il mondo attuale ha bisogno
Viviamo in una società tecnologicamente avanzata ma spiritualmente disorientata.
Abbiamo strumenti straordinari, ma non sempre sappiamo per che cosa vivere.
Possiamo comunicare istantaneamente con qualcuno che si trova dall’altra parte del pianeta e, allo stesso tempo, sentirci incapaci di parlare con la persona che abbiamo accanto.
Possiamo immagazzinare quantità immense di informazioni e, tuttavia, non sapere rispondere alle domande fondamentali:
Chi sono?
Perché esisto?
Per che cosa vivo?
Che cos’è il bene?
Che cos’è la verità?
Che cosa accade dopo la morte?
Francesco offre una risposta straordinariamente semplice:
Dio.
Dio è il principio.
Dio è il fine.
Cristo è la via.
La Chiesa è la famiglia spirituale.
La carità è il modo di vivere.
La Croce è la via.
La Risurrezione è la speranza.
33. L’autentica «rivoluzione» di san Francesco
Francesco fu rivoluzionario, ma non nel senso ideologico moderno.
La sua rivoluzione consistette in qualcosa di molto più profondo:
prendere sul serio il Vangelo.
In un mondo ossessionato dal possesso, scelse la povertà.
In un mondo ossessionato dal prestigio, scelse l’umiltà.
In un mondo segnato dalla violenza, annunciò la pace.
In un mondo che rifiutava il lebbroso, lo abbracciò.
In un mondo centrato sul potere, scelse di servire.
In un mondo dominato dalla preoccupazione per il domani, confidò nella Provvidenza.
In un mondo che poteva trasformare la religione in una questione sociale, mise Cristo al centro.
Questo continua a essere rivoluzionario.
34. Che cosa significa veramente essere «francescano»?
Non significa semplicemente amare gli animali.
Non significa semplicemente vestirsi poveramente.
Non significa semplicemente difendere l’ambiente.
Non significa semplicemente parlare di pace.
Non significa semplicemente lavorare con persone bisognose.
Tutto questo può far parte di un’autentica spiritualità francescana.
Ma il fondamento è un altro:
seguire Cristo povero, umile, crocifisso e risorto.
Se togliamo Cristo, rimane un’estetica.
Se togliamo il Vangelo, rimane un’ideologia.
Se togliamo la Chiesa, rimane un movimento culturale.
Se togliamo la Croce, rimane sentimentalismo.
Ma quando Cristo rimane al centro, tutto acquista il suo vero significato.
35. Una preghiera ispirata a san Francesco
In questo giorno possiamo fare una preghiera molto semplice:
«Signore Gesù Cristo,
rendi il mio cuore povero e libero.
Insegnami a non vivere schiavo delle cose.
Dammi l’umiltà di riconoscere i miei peccati.
Dammi la forza di convertirimi.
Dammi la carità per servire i poveri.
Dammi la pazienza per perdonare.
Dammi il coraggio di chiedere perdono.
Dammi amore per la tua Chiesa.
Dammi riverenza davanti all’Eucaristia.
Dammi amore per la Santissima Vergine.
Dammi rispetto e gratitudine per la tua creazione.
Fammi strumento della tua pace.
E quando arriverà la mia ora,
concedimi di accogliere la morte
non come una sconfitta,
ma come il transito verso di Te.
Per intercessione di san Francesco d’Assisi,
concedimi di vivere il Vangelo
con umiltà, gioia e fedeltà.
Amen.»
36. Conclusione: tornare all’essenziale
San Francesco d’Assisi morì ottocento anni fa.
Ma non appartiene al passato.
Appartiene alla Chiesa di tutti i tempi.
La sua vita continua a parlarci perché il Vangelo che egli volle vivere non è invecchiato.
Cristo continua a dire:
«Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi.»
Matteo 19,21
Non tutti siamo chiamati a riprodurre materialmente la vita di Francesco.
Non tutti siamo chiamati a entrare in un ordine religioso.
Non tutti siamo chiamati a vivere in un eremo.
Non tutti siamo chiamati ad abbandonare le nostre professioni, famiglie o responsabilità.
Ma tutti siamo chiamati ad ascoltare la voce di Cristo.
Tutti siamo chiamati alla santità.
Tutti siamo chiamati alla conversione.
Tutti siamo chiamati ad amare.
Tutti siamo chiamati a distaccarci da ciò che ci separa da Dio.
Tutti siamo chiamati a portare la nostra croce.
Tutti siamo chiamati a cercare la pace.
Tutti siamo chiamati a vivere nella Chiesa.
E tutti siamo chiamati a terminare il nostro cammino con la speranza riposta nella vita eterna.
Francesco comprese che la grandezza del cristiano non consiste nell’essere importante agli occhi degli uomini.
Consiste nell’appartenere completamente a Dio.
Per questo rimane attuale.
Per questo continua a essere scomodo.
Per questo continua a essere necessario.
E per questo, ottocento anni dopo il suo transito, la Chiesa torna a porre i nostri occhi su di lui.
Non perché ammiriamo semplicemente il santo.
Ma perché impariamo da lui a guardare Cristo.
Perché, alla fine, questa fu tutta la vita di Francesco:
lasciare tutto per trovare Cristo, e trovare in Cristo la vera ricchezza.
E forse questa è anche la domanda che questo 4 ottobre dovrebbe rimanere risuonando nel nostro cuore:
Che cosa dovrei abbandonare io per seguire più fedelmente Gesù Cristo?
San Francesco d’Assisi,
prega per noi.
San Francesco, povero e umile,
prega per noi.
San Francesco, innamorato di Cristo crocifisso,
prega per noi.
San Francesco, amante della Chiesa,
prega per noi.
San Francesco, fratello dei poveri,
prega per noi.
San Francesco, strumento della pace di Cristo,
prega per noi.
San Francesco, modello di penitenza e conversione,
prega per noi.
San Francesco, testimone della perfetta letizia,
prega per noi.
San Francesco d’Assisi,
prega per noi e insegnaci a vivere il Vangelo.