Quando Gesù Cristo morì sulla Croce, sorge una domanda tanto semplice quanto sconvolgente: Dio è morto? Se Gesù è veramente Dio ed è veramente morto sulla Croce, significa forse che Dio stesso è morto? Oppure è morta soltanto la natura umana di Cristo? E se è morta soltanto la natura umana, chi è esattamente colui che è morto sulla Croce?
Queste domande non sono semplici sottigliezze teologiche. Toccano il cuore della fede cristiana. A seconda di come rispondiamo, la nostra concezione di Cristo, della Redenzione, della Trinità e persino di Dio stesso può essere corretta oppure erronea.
La Chiesa cattolica ha affrontato queste domande fin dai primi secoli del cristianesimo con straordinaria precisione. Perché la Chiesa sapeva che qui era in gioco qualcosa che andava molto oltre una discussione intellettuale: la verità sulla persona di Gesù Cristo.
San Giovanni scrive nel Prologo del suo Vangelo:
«In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.» (Gv 1,1)
E pochi versetti più avanti aggiunge:
«E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.» (Gv 1,14)
Qui è già racchiuso l’intero mistero: colui che muore sulla Croce non è un semplice uomo. È il Verbo eterno di Dio, il Figlio, la seconda Persona della Santissima Trinità, che ha assunto una natura umana.
Ma come può morire il Dio eterno?
Per rispondere correttamente a questa domanda, dobbiamo distinguere con grande precisione.
1. La prima verità: Gesù Cristo è veramente Dio
Il cristianesimo non comincia con una semplice dottrina morale né con il ricordo di un uomo straordinario.
Comincia con una persona.
Gesù Cristo non è semplicemente un profeta, un saggio, un maestro morale o un rivoluzionario religioso.
Gesù Cristo è veramente Dio.
La Chiesa lo professa fin dalle sue origini.
Il Concilio di Nicea, nell’anno 325, formulò contro l’arianesimo che il Figlio è «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero», «generato, non creato, della stessa sostanza del Padre».
Questo significa che il Figlio non è meno Dio del Padre. Non è una creatura particolarmente elevata. Non è un semidio. Non è un essere creato da Dio.
È Dio.
E lo stesso Figlio eterno si è fatto uomo.
Qui comincia il grande mistero dell’Incarnazione.
2. Che cosa significano esattamente «natura» e «persona»?
Per comprendere la domanda «Dio è morto?», dobbiamo distinguere due termini che nel linguaggio quotidiano vengono spesso confusi: natura e persona.
La natura risponde alla domanda:
Che cos’è qualcuno?
La persona risponde alla domanda:
Chi è qualcuno?
In Cristo abbiamo un’unica persona divina:
la Persona del Figlio eterno, il Verbo.
Ma questa unica Persona possiede due nature complete:
- una natura divina,
- una natura umana.
Gesù Cristo, quindi, non è metà Dio e metà uomo.
È vero Dio e vero uomo.
Non sono due persone.
Non è un Gesù divino e un Gesù umano.
Ma un’unica Persona: il Figlio di Dio.
Questa verità è stata formulata con particolare precisione dai grandi Concili cristologici, soprattutto dal Concilio di Efeso, nel 431, e dal Concilio di Calcedonia, nel 451.
Cristo è un’unica Persona in due nature, «senza confusione, senza mutamento, senza divisione e senza separazione».
Questa dottrina viene chiamata unione ipostatica.
Ed è proprio qui che si trova la chiave per comprendere la morte di Cristo.
3. Arriviamo alla Croce: chi è morto?
Quando diciamo:
«Gesù Cristo è morto»,
diciamo una cosa completamente vera.
Ma dobbiamo comprendere in quale modo è morto.
La Persona che muore sulla Croce è la Persona del Figlio di Dio.
Non è una persona umana che esiste indipendentemente dal Figlio di Dio.
È il Figlio eterno che ha assunto una natura umana.
Perciò possiamo dire:
Il Figlio di Dio è veramente morto.
Ma dobbiamo aggiungere immediatamente:
È morto secondo la sua natura umana, non secondo la sua natura divina.
Questa è la distinzione decisiva.
La natura divina non può morire.
Dio è eterno.
Dio è incorruttibile.
Dio è immutabile.
Dio non può cessare di esistere.
Ma il Figlio di Dio ha assunto una natura umana, che poteva realmente soffrire e realmente morire.
Perciò la morte di Cristo è una morte reale.
Non apparente.
Non simbolica.
Non soltanto esteriore.
Gesù è veramente morto.
4. Possiamo dunque dire: «Dio è morto»?
Qui dobbiamo essere nuovamente molto precisi.
In un determinato senso, correttamente cristologico:
Sì, possiamo dire: Dio è morto.
Ma non dobbiamo intendere con ciò che la natura divina abbia cessato di esistere o che Dio non sia più stato Dio.
Che cosa è dunque accaduto?
La Persona che è morta è la Persona divina del Figlio.
Ma è morta secondo la natura umana.
Perciò possiamo dire:
«Il Figlio di Dio è morto.»
E possiamo persino dire:
«Dio è morto per noi.»
Ma non possiamo dire:
«La natura divina è morta.»
Questo sarebbe falso.
La natura divina non può morire.
La Persona del Figlio, invece, ha realmente sperimentato la morte nella sua natura umana.
Questa distinzione protegge contemporaneamente due verità fondamentali del cristianesimo:
Cristo è veramente Dio.
E:
Cristo è veramente uomo.
5. Che cosa significa dunque che Cristo «è morto»?
La morte umana significa la separazione dell’anima dal corpo.
Nella morte di Gesù avvenne esattamente questo.
Il suo corpo umano fu separato dalla sua anima umana.
Il corpo fu deposto nel sepolcro.
La sua anima discese nel regno dei morti.
Ma né il suo corpo né la sua anima furono separati dalla Persona del Verbo eterno.
Questo è uno dei misteri più profondi della fede cristiana.
Il corpo di Cristo rimase il corpo del Figlio di Dio.
E l’anima di Cristo rimase l’anima del Figlio di Dio.
La natura umana di Cristo fu realmente divisa nella morte – corpo e anima furono separati –, ma la Persona divina rimase unita a entrambi.
Perciò non dobbiamo mai pensare che il Figlio di Dio, durante la morte di Cristo, abbia cessato di essere uomo o Dio.
Il Figlio rimase colui che era sempre stato.
6. Il grande mistero del Sabato Santo
Il Sabato Santo è uno dei giorni più misteriosi della fede cristiana.
Il Venerdì Santo Cristo muore.
Il Sabato Santo il suo corpo giace nel sepolcro.
Ma che cosa accade a Cristo?
La Chiesa professa nel Credo:
«Discese agli inferi.»
Questo non significa che Cristo sia disceso nell’inferno dei dannati per soffrire lì.
Significa che la sua anima umana discese nello stato dei morti.
Il suo corpo rimase nel sepolcro.
La sua anima si trovava tra i morti.
Ma entrambi rimasero uniti alla Persona del Verbo.
Qui si manifesta l’incredibile profondità dell’unione ipostatica.
Nemmeno la morte poté distruggere l’unione tra la natura umana di Cristo e la sua Persona divina.
La morte separò l’anima dal corpo.
Ma non separò né l’anima né il corpo dal Figlio di Dio.
7. Il corpo morto di Gesù rimase il corpo del Figlio di Dio
Questa è una verità che può essere facilmente trascurata.
Quando il Venerdì Santo contempliamo il corpo morto di Cristo, non contempliamo il corpo di un uomo qualsiasi.
Contempliamo il corpo del Figlio di Dio fatto uomo.
Il corpo che giace nel sepolcro è lo stesso corpo che Maria ha portato.
Lo stesso corpo che nacque a Betlemme.
Lo stesso corpo che lavorò a Nazaret.
Lo stesso corpo che annunciò il Vangelo.
Lo stesso corpo che compì miracoli.
Lo stesso corpo che fu flagellato e crocifisso.
Lo stesso corpo che il terzo giorno risorgerà.
Il salmista aveva già profetizzato:
«Perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.» (cfr. Sal 16,10)
E san Pietro in seguito applicherà precisamente questo passo alla risurrezione di Cristo:
«Dio però lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte.» (cfr. At 2,24)
La morte non poté trattenere Cristo.
Perché colui che giaceva nel sepolcro era il Signore della vita.
8. È dunque morta soltanto la seconda Persona della Trinità?
Sì – ma anche qui dobbiamo distinguere con precisione.
Quando diciamo che è morta la seconda Persona, intendiamo:
La Persona del Figlio ha sperimentato la morte nella sua natura umana.
Non il Padre.
Non lo Spirito Santo.
E neppure la natura divina.
La seconda Persona della Trinità è l’unica Persona divina che si è fatta uomo.
Perciò è l’unica Persona divina che ha potuto soffrire e morire nella sua natura umana.
Qui entra in gioco un principio della teologia cristologica chiamato communicatio idiomatum, cioè la «comunicazione delle proprietà».
Poiché le proprietà delle due nature possono essere attribuite alla medesima Persona, possiamo dire:
- Dio si è fatto uomo.
- Dio è nato.
- Dio ha sofferto.
- Dio è stato crocifisso.
- Dio è morto.
Ma sempre comprendendo che questi eventi sono attribuiti alla Persona del Figlio secondo la sua natura umana.
Perciò l’espressione «Dio è morto» non è automaticamente eretica.
Diventa falsa se con essa si afferma che la natura divina sia morta.
9. «Dio è morto» non significa che la Trinità abbia cessato di esistere
Un altro punto importante riguarda la Trinità.
Se il Figlio muore, questo non significa che la Santissima Trinità abbia cessato di esistere.
Il Padre rimane Dio.
Lo Spirito Santo rimane Dio.
Il Figlio rimane Dio.
La natura divina rimane immutabile.
La Trinità non viene distrutta.
Non esiste alcun momento in cui «Dio non esiste».
Anche il Venerdì Santo Dio è pienamente Dio.
Anche nel sepolcro Dio è pienamente Dio.
Anche durante la morte di Cristo la natura divina rimane eterna, immortale e immutabile.
Ciò che accade è qualcosa di diverso:
La Persona divina del Figlio sperimenta la morte umana nella natura umana da Lui assunta.
Questo è il mistero.
10. Il paradosso: l’Autore della vita entra nella morte
Qui incontriamo uno dei più grandi paradossi del cristianesimo.
L’Autore della vita muore.
Il Creatore entra nel mondo delle creature.
L’Eterno assume il tempo.
L’Infinito assume un corpo umano.
L’Immortale entra nella morte.
Colui per mezzo del quale tutto è stato creato giace nel sepolcro.
San Pietro chiama Gesù:
«l’Autore della vita» (At 3,15).
E proprio questo Autore della vita muore.
Perché?
Perché Cristo non è venuto per contemplare la morte da una distanza sicura.
È venuto per vincerla dall’interno.
Assume la nostra natura umana per redimere la nostra natura umana.
Entra nella nostra morte per condurci fuori dalla morte.
Perciò la Croce non è il fallimento di Gesù.
La Croce è la via della vittoria.
11. La Croce non è stata un incidente
Talvolta la Passione di Gesù viene presentata come se Gesù fosse semplicemente la vittima di una cospirazione politica.
Naturalmente gli uomini coinvolti furono responsabili dei loro peccati.
Ma la Croce non è stata un caso.
Gesù sapeva che sarebbe morto.
Egli stesso annunciò la propria morte.
«Lo uccideranno e il terzo giorno risorgerà.» (cfr. Mt 17,22-23)
La Passione appartiene al piano divino della salvezza.
Questo non significa che Dio ami il peccato o che la responsabilità umana scompaia.
Significa piuttosto che Dio stesso può trarre la salvezza più grande dal peggiore crimine umano.
La morte di Cristo non è stata il fallimento della Provvidenza divina.
È stata la via attraverso la quale Dio ha manifestato il suo amore fino all’estremo.
San Paolo scrive:
«Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.» (Gal 2,20)
Questo è il cuore della Croce.
12. Perché Cristo doveva morire?
Questa domanda ci conduce direttamente nel mistero della Redenzione.
Perché Dio non poteva semplicemente perdonarci?
Perché Cristo doveva morire?
La teologia cattolica ha considerato questa domanda sotto diversi aspetti, ma al centro rimane una verità:
Il Figlio di Dio si è fatto uomo per redimerci.
L’uomo si era allontanato da Dio attraverso il peccato.
Il peccato non è semplicemente una violazione di una regola.
È una ferita nella relazione con Dio.
È un rifiuto dell’ordine divino.
È un allontanamento dal Bene supremo.
Cristo viene per superare questa separazione.
E lo fa attraverso l’amore perfetto e l’obbedienza perfetta.
Il nuovo Adamo obbedisce là dove il vecchio Adamo aveva disobbedito.
Il primo uomo tende la mano verso ciò che era proibito.
Il nuovo Adamo apre le sue mani sulla Croce.
Il primo Adamo porta la morte.
Cristo porta la vita.
13. Il Sangue di Cristo non è il sangue di un martire qualsiasi
Se Gesù fosse stato soltanto un uomo comune, la sua morte non avrebbe avuto lo stesso significato redentivo.
La grandezza della Croce è legata alla grandezza della Persona che vi è appesa.
Colui che versa il suo sangue è il Figlio di Dio.
San Paolo dice:
«In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati.» (Ef 1,7)
Il Sangue di Cristo possiede un significato unico perché colui che versa il suo sangue è vero Dio e vero uomo.
Perciò la Passione non è semplicemente la tragica fine di un uomo buono.
È il sacrificio del Figlio fatto uomo.
La Croce possiede una dignità infinita perché la Persona di Cristo possiede una dignità infinita.
14. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»
Una delle parole più difficili pronunciate da Gesù sulla Croce è:
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46)
Alcuni hanno concluso da queste parole che il Padre avesse realmente abbandonato il Figlio o che all’interno della Trinità si fosse verificata una separazione.
Non è così.
Gesù sta citando il Salmo 22.
Questo Salmo comincia con un grido di abbandono, ma termina nella speranza e nella fiducia in Dio.
Cristo assume su di sé l’esperienza umana più profonda della sofferenza.
Entra nell’oscurità estrema della sofferenza umana.
Ma non c’è alcuna separazione della natura divina.
Il Padre non cessa di essere Padre.
Il Figlio non cessa di essere Figlio.
Lo Spirito Santo non cessa di essere lo Spirito Santo.
La Trinità rimane perfettamente unita.
Cristo, tuttavia, sperimenta nella sua natura umana tutto il peso della sofferenza e del senso di apparente abbandono da parte di Dio.
Proprio per questo si fa vicino all’uomo sofferente.
15. La morte non distrugge la divinità – rivela l’amore
San Paolo scrive di Cristo:
«Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.» (cfr. Fil 2,8)
La natura divina non viene modificata dalla morte.
Ma l’amore del Figlio diventa visibile nella sofferenza umana.
La Croce non dimostra che Dio è debole.
Dimostra fino a che punto arriva l’amore di Dio per noi.
Il Figlio di Dio non era obbligato ad assumere la morte.
L’ha assunta volontariamente.
Non per debolezza.
Ma per amore.
16. Dio può soffrire?
Anche qui dobbiamo distinguere.
La natura divina è impassibile.
Questo non significa che Dio sia privo di sentimenti.
Significa che Dio non può essere sottoposto passivamente a una costrizione esterna e che la sua natura divina non può essere modificata o distrutta dal dolore.
Ma il Figlio ha assunto una natura umana.
E questa natura umana può soffrire.
Perciò possiamo dire:
Il Figlio di Dio ha realmente sofferto.
Ma:
Ha sofferto nella sua natura umana.
La sua divinità non ha cessato di essere perfetta e immutabile.
Questo non è un limite all’amore di Dio.
Al contrario.
Mostra fino a che punto il Figlio di Dio si è spinto per redimerci.
17. Il pericolo di dire: «È morta soltanto l’umanità»
Anche un’altra formulazione può diventare problematica.
Talvolta si sente dire:
«È morta soltanto la parte umana di Gesù.»
Se con ciò si intende che soltanto la natura umana può morire, l’affermazione è corretta.
Ma se si intende che un «Gesù» umano autonomo e indipendente dal Figlio di Dio sia morto, allora è falsa.
Perché in Cristo non esiste una persona umana accanto alla Persona divina.
Gesù non è una persona umana unita a una Persona divina.
Gesù è la Persona divina del Figlio che ha assunto una natura umana completa.
Perciò è veramente il Figlio di Dio colui che nasce.
È veramente il Figlio di Dio colui che soffre.
È veramente il Figlio di Dio colui che viene crocifisso.
È veramente il Figlio di Dio colui che muore.
Ma tutto ciò avviene secondo la natura umana.
18. L’altro errore: «La divinità è morta»
L’errore opposto sarebbe dire:
«La natura divina è morta.»
Questo è impossibile.
Dio non può cessare di essere Dio.
La natura divina è eterna.
È immortale.
È immutabile.
Perciò la formulazione cristologica corretta è:
Il Figlio di Dio è morto secondo la sua natura umana.
Questa formula custodisce l’intero mistero.
19. Il mistero del Sabato Santo
Il Sabato Santo è forse il momento migliore per contemplare questo mistero.
Cristo è veramente morto.
Il suo corpo giace nel sepolcro.
La sua anima è separata dal corpo.
Ma la Persona del Verbo rimane unita a entrambi.
Il corpo non diventa un cadavere qualsiasi.
L’anima non diventa un’anima separata da Dio.
Entrambi rimangono proprietà del Figlio fatto uomo.
La morte separa gli elementi della natura umana.
Ma non distrugge l’unione ipostatica.
Questo è un mistero che non potremo mai esaurire completamente.
Ma possiamo crederlo.
20. «Ero morto, ma ora vivo»
Nel libro dell’Apocalisse Cristo dice:
«Ero morto, ma ora vivo per i secoli dei secoli.» (Ap 1,18)
Questa affermazione è straordinaria.
Gesù non dice:
«Sembravo essere morto.»
Dice:
«Ero morto.»
Perciò la Chiesa non ha mai insegnato che la morte di Cristo fosse soltanto apparente.
La morte fu reale.
La Risurrezione fu reale.
E proprio per questo la nostra speranza è reale.
21. La Risurrezione dimostra che la Croce non è stata una sconfitta
San Paolo scrive:
«Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui.» (Rm 6,9)
La Risurrezione non è semplicemente il ritorno di un uomo alla sua vita precedente.
Cristo entra in uno stato glorificato.
La morte ha perso il suo potere.
Il sepolcro non lo ha trattenuto.
Colui che era veramente morto è veramente risorto.
Perciò il cristianesimo non è una religione della sconfitta.
È la religione della vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte.
22. La discesa agli inferi
Quando nel Credo diciamo che Cristo «discese agli inferi», dobbiamo comprendere che cosa significhi.
La Chiesa non insegna che Gesù, dopo la sua morte, sia andato nell’inferno dei dannati per soffrire.
È disceso nel regno dei morti, nello stato dei defunti.
Lì ha proclamato la vittoria e ha aperto ai giusti l’accesso alla salvezza.
La morte di Cristo, dunque, non è la fine.
Anche nel silenzio del sepolcro la salvezza è all’opera.
23. La Croce mostra che Dio non ama da lontano
Questa verità possiede un’enorme importanza pastorale.
Molte persone oggi soffrono per la solitudine, la malattia, il lutto, la paura, il rifiuto e la perdita.
E talvolta si chiedono:
«Dov’è Dio nella mia sofferenza?»
La Croce risponde:
Dio non è lontano dalla sofferenza umana.
Il Figlio di Dio ha assunto la nostra natura umana.
Ha sperimentato la stanchezza.
Ha sperimentato la fame e la sete.
Ha sperimentato il rifiuto.
Ha sperimentato il tradimento.
Ha sperimentato il dolore fisico.
Ha sperimentato l’abbandono.
Ha sperimentato la morte.
Perciò il cristiano non può mai dire:
«Dio non sa che cosa significhi soffrire.»
Al contrario.
Dio è entrato nella sofferenza in Cristo.
Non perché la natura divina dovesse soffrire, ma perché il Figlio ha assunto una natura umana che poteva realmente soffrire.
24. Cristo non è semplicemente un rappresentante dei valori umani
Questo è particolarmente importante nel nostro tempo.
Alcune forme di cristianesimo moderno parlano molto di Gesù, ma lo riducono a un maestro morale.
Gesù diventa allora un simbolo di solidarietà, pace, tolleranza, giustizia sociale o fratellanza.
Queste cose possono essere buone.
Ma non sono il Vangelo.
Il Vangelo non dice:
«Siate semplicemente brave persone.»
Il Vangelo dice:
Il Figlio di Dio si è fatto uomo, ha sofferto per i nostri peccati, è morto, è risorto e ci apre la via alla vita eterna.
Se Cristo fosse soltanto un modello morale, non avremmo bisogno della Redenzione.
Avremmo bisogno soltanto di una migliore educazione.
Ma abbiamo bisogno di qualcosa di più dell’educazione.
Abbiamo bisogno della grazia.
Abbiamo bisogno della Redenzione.
Abbiamo bisogno di Cristo.
25. Perché oggi è importante sapere se Dio è morto?
Perché concezioni errate su Cristo conducono a concezioni errate sul cristianesimo.
Se Gesù fosse soltanto uomo, la Croce sarebbe in definitiva soltanto la tragica fine di un uomo buono.
Se Gesù fosse stato soltanto Dio e non avesse posseduto una vera natura umana, la sua sofferenza sarebbe stata un’illusione.
Ma la dottrina cattolica evita entrambi gli errori.
Gesù è:
vero Dio e vero uomo.
Perciò:
La sua morte è reale.
E:
La sua divinità rimane immutabile.
La Croce è quindi possibile perché la Persona è divina e la natura assunta è umana.
26. La Croce ci mostra chi è Dio
La Croce non è soltanto una spiegazione di ciò che Gesù ha fatto.
Ci rivela anche chi è Dio.
«Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito.» (Gv 3,16)
La Croce rivela l’amore di Dio.
Il Padre manda il Figlio.
Il Figlio si offre volontariamente.
Lo Spirito Santo opera nell’opera della salvezza.
L’intera Trinità è all’opera nell’opera della Redenzione.
Ma la distinzione personale delle Persone divine non viene abolita.
Il Padre non è il Figlio.
Il Figlio non è lo Spirito Santo.
Lo Spirito Santo non è il Padre.
E tuttavia sono l’unico Dio.
La Croce ci conduce quindi nel mistero più intimo dell’amore divino.
27. Maria ai piedi della Croce
Anche la Vergine Maria riceve una particolare importanza alla luce di questo mistero.
Maria sta ai piedi della Croce.
Vede suo Figlio morire.
Ma colui che ella ha generato come Figlio è allo stesso tempo il Figlio eterno di Dio.
Per questo la Chiesa chiama Maria Theotokos, «Madre di Dio».
Questo non significa che Maria abbia generato la natura divina.
Significa che colui che ella ha generato è veramente una Persona divina: il Figlio.
Maria è dunque la Madre di Gesù Cristo, e Gesù Cristo è vero Dio.
Anche qui la distinzione tra persona e natura ci aiuta.
Maria non è la Madre della Trinità.
Ma è la Madre del Figlio di Dio fatto uomo.
28. «È veramente morto»
Quando difendiamo la verità sulla morte di Cristo, difendiamo allo stesso tempo la verità sull’Incarnazione.
Se Cristo non fosse veramente morto, non sarebbe stato veramente uomo.
La morte umana fa parte dell’esistenza umana.
Cristo assume pienamente la nostra natura umana.
Perciò assume anche la morte.
Non il peccato.
Ma la morte.
E assumendo la morte, santifica l’esistenza umana fino al suo limite estremo.
29. L’errore secondo cui la divinità avrebbe abbandonato Gesù
Un altro errore consiste nell’affermare che la Persona divina, durante la sofferenza di Gesù, si sia «allontanata» dal suo corpo o dalla sua anima.
È falso.
La Persona divina del Figlio rimane sempre unita alla natura umana di Cristo.
Anche sulla Croce.
Anche nel sepolcro.
Anche nella morte.
Non c’è alcun momento in cui Gesù cessi di essere il Figlio di Dio.
Non c’è alcun momento in cui la natura umana di Cristo venga separata dalla Persona divina.
Questo significherebbe la distruzione dell’unione ipostatica.
E proprio questo non accade.
30. La risposta precisa alla domanda iniziale
Torniamo ora alla nostra domanda di partenza:
Dio è morto?
La risposta è:
Gesù Cristo è morto?
Sì.
Il suo corpo è morto?
Sì.
La sua anima umana è stata separata dal suo corpo umano?
Sì.
Il Figlio di Dio ha cessato di esistere?
No.
La natura divina è morta?
No.
La Persona del Figlio è rimasta unita alla sua natura umana?
Sì.
Possiamo dire: «Dio è morto»?
Sì, se intendiamo che la Persona divina del Figlio ha realmente sperimentato la morte secondo la sua natura umana.
No, se intendiamo che la natura divina abbia cessato di esistere.
Questa è la precisione cattolica.
31. Una formula da ricordare
Possiamo riassumere l’intero mistero in un’unica affermazione:
Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è realmente morto secondo la sua natura umana; ma la sua Persona divina, il Verbo eterno, non ha cessato di esistere e non si è separata né dalla sua anima né dal suo corpo.
Questa formulazione protegge entrambe le grandi verità:
Cristo è vero Dio.
Cristo è vero uomo.
E protegge allo stesso tempo la verità della sua morte reale.
32. La grandezza della Croce
La Croce è grande perché il mistero che lì si compie è infinitamente grande.
L’Immortale entra nella mortalità.
La Vita entra nella morte.
Il Creatore assume una natura creata.
L’Eterno entra nel tempo.
Il Signore della gloria viene umiliato.
Colui davanti al quale gli angeli si prostrano viene deriso.
Colui che sostiene l’universo si lascia inchiodare a una Croce.
Questo è il mistero del cristianesimo.
Non una semplice storia morale.
Non una leggenda.
Non un simbolo della solidarietà umana.
È Dio che si è fatto uomo e che si è donato per noi per amore.
33. La Croce e la nostra vita
Questa verità non è importante soltanto per i teologi.
È importante per ogni cristiano.
Quando soffriamo, possiamo guardare a Cristo.
Quando siamo malati, possiamo guardare a Cristo.
Quando perdiamo una persona cara, possiamo guardare a Cristo.
Quando ci sentiamo abbandonati, possiamo guardare a Cristo.
Quando sperimentiamo la nostra stessa mortalità, possiamo guardare a Cristo.
Perché Cristo conosce la strada attraverso la morte.
E l’ha già percorsa.
Ma non è rimasto nella morte.
Perciò il cristiano non è chiamato a fingere che la sofferenza non esista.
È chiamato a vivere la sofferenza alla luce di Cristo.
La Croce non trasforma necessariamente e immediatamente le nostre circostanze.
Ma trasforma il significato che possiamo dare loro.
34. La risposta cristiana a un mondo che rimuove la morte
La nostra società spesso cerca di rimuovere la morte dalla propria coscienza.
Ne parliamo poco.
Nascondiamo i morenti.
Evitiamo il linguaggio della caducità.
Cerchiamo di dimenticare la morte attraverso l’intrattenimento, il consumo e la distrazione continua.
Ma la morte rimane.
San Paolo chiama la morte:
«l’ultimo nemico che sarà annientato» (1 Cor 15,26).
Il cristianesimo non nega la morte.
La affronta.
Ma allo stesso tempo proclama che la morte non ha l’ultima parola.
Perché Cristo è morto.
E Cristo è risorto.
Perciò anche il cristiano può morire senza perdere la speranza.
35. Non adoriamo un cadavere – adoriamo il Signore risorto
La Chiesa venera la Croce.
Ma non venera la Croce come simbolo di una sconfitta.
La Croce è inseparabile dalla Risurrezione.
Il Crocifisso è il Risorto.
Colui che era morto vive.
Colui che giaceva nel sepolcro è risorto.
Per questo rimane il grido della Chiesa:
Ave Crux, spes unica.
Ave, o Croce, unica nostra speranza.
La Croce è speranza perché colui che vi è morto è il Signore della vita.
36. L’ultima precisazione: il mistero non deve essere semplificato
Dobbiamo quindi evitare due errori opposti.
Il primo errore è:
«La divinità è morta.»
È falso se con ciò si intende che la natura divina abbia cessato di esistere.
Il secondo errore è:
«È morto soltanto un Gesù umano.»
È anch’esso falso se con ciò si intende che una persona umana sia morta indipendentemente dal Figlio di Dio.
La verità è più profonda:
Il Figlio di Dio stesso è realmente morto – ma secondo la sua natura umana.
Questo è il mistero.
Questa è la precisione della cristologia cattolica.
Questa è la bellezza della fede.
Conclusione: il Dio immortale che ha voluto morire per noi
Quando il Venerdì Santo guardiamo alla Croce, non dobbiamo fermarci a un’immagine puramente umana.
Non vediamo soltanto un uomo innocente ucciso dai suoi nemici.
Vediamo il Figlio di Dio fatto uomo.
Vediamo il Figlio eterno che ha assunto la nostra natura umana.
Vediamo colui che è vero Dio e vero uomo.
E lo vediamo morire veramente.
Ma la sua natura divina non muore.
La Trinità non viene distrutta.
Il Figlio non cessa di essere Dio.
Il Figlio non cessa di essere il Figlio.
E proprio per questo la sua morte possiede un significato infinito.
Il Dio immortale ha assunto la morte nella sua natura umana affinché noi, attraverso la sua grazia, potessimo ricevere la vita eterna.
Questo non è una contraddizione.
È il cuore del mistero dell’Incarnazione.
La morte di Cristo ci mostra quanto sia grave il peccato.
Ma, ancora di più, ci mostra quanto sia grande l’amore di Dio.
San Paolo riassume il mistero con queste parole:
«Noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio.» (1 Cor 1,23-24)
Sulla Croce vediamo un’apparente debolezza.
Ma lì opera la potenza di Dio.
Vediamo un’apparente sconfitta.
Ma lì comincia la vittoria.
Vediamo la morte.
Ma lì viene aperta la via alla vita.
E vediamo un uomo morire.
Ma quest’uomo è il Figlio eterno di Dio.
Gesù Cristo è veramente morto – non secondo la sua natura divina, ma secondo la sua natura umana. Tuttavia, proprio perché colui che muore è la Persona divina del Figlio, possiamo professare con verità: il Figlio di Dio è morto per noi.
E per questo la Croce rimane per sempre il grande mistero della fede cristiana:
L’Eterno è entrato nel tempo.
L’Immortale ha assunto la mortalità.
La Vita è entrata nella morte.
E il Figlio di Dio è morto nella sua carne, affinché noi potessimo vivere eternamente in Dio.