Di fronte al cristianesimo addomesticato: Viva Cristo Re! Quando il Vangelo smette di essere scomodo per il mondo

Esiste un cristianesimo che il mondo moderno può tollerare senza troppe difficoltà.

Un cristianesimo che parla molto di valori, ma poco di peccato.
Che parla di fraternità, ma evita di parlare di conversione.
Che parla di Gesù come esempio morale, ma quasi mai come Signore.
Che difende la dignità umana, ma si vergogna di proclamare la sovranità di Dio.
Che vuole essere accettato da tutti, anche al prezzo di non dire chiaramente ciò che Cristo ha comandato di insegnare.

È un cristianesimo comodo.

Un cristianesimo addomesticato.

Un cristianesimo che può entrare perfettamente in una società secolarizzata, purché non pretenda di cambiarla, di metterla in discussione né di ricordarle che esiste una Verità al di sopra delle opinioni umane.

Di fronte a tutto questo, la Chiesa proclama qualcosa di molto più grande, più esigente e anche più liberatorio:

Viva Cristo Re!

Non si tratta di uno slogan politico.
Non è nostalgia per una determinata epoca storica.
Non significa trasformare il Vangelo in un programma di partito.
Non significa nemmeno imporre la fede con la forza.

Significa qualcosa di infinitamente più profondo:

Gesù Cristo è veramente Re.

Re dei cuori.
Re delle coscienze.
Re della storia.
Re della Chiesa.
Re della creazione.
Re dei vivi e dei morti.

E se Cristo è Re, allora il cristiano non può vivere come se Cristo fosse semplicemente un personaggio ammirevole del passato.

La questione fondamentale del nostro tempo non è soltanto se continuiamo a parlare di Gesù.

La questione è quale posto occupi realmente Gesù nella nostra vita.

Perché possiamo parlare di Cristo senza obbedire a Cristo. Possiamo ammirare Cristo senza seguire Cristo. Possiamo difendere alcuni valori cristiani senza accettare il cristianesimo. Possiamo persino utilizzare il nome di Gesù mentre abbiamo eliminato accuratamente dalla nostra fede tutto ciò che potrebbe risultare scomodo.

Ed è proprio qui che appare una delle grandi tentazioni spirituali del nostro tempo: trasformare il cristianesimo in qualcosa che non possa più scandalizzare nessuno perché abbiamo precedentemente eliminato da esso tutto ciò che esige conversione.

Ma il vero Cristo non si lascia addomesticare.

Cristo non è un ornamento culturale.

Cristo non è semplicemente un maestro di etica.

Cristo non è un simbolo di solidarietà.

Cristo non è un’ispirazione tra molte.

Cristo è il Signore.

E per questo la Chiesa può dirlo con tutta la forza della fede:

«Mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra» (Mt 28,18).


1. Che cosa significa realmente dire «Viva Cristo Re!»?

Prima di utilizzare questa espressione dobbiamo comprenderla correttamente.

La parola «re» può produrre oggi diverse associazioni. Possiamo pensare immediatamente a monarchie, governi, istituzioni politiche o strutture di potere.

Ma quando la Chiesa proclama la regalità di Gesù Cristo sta parlando, innanzitutto, di una realtà cristologica e teologica.

Cristo è Re perché è il Figlio eterno del Padre fatto uomo.

Non siamo di fronte a un governante umano che ha ricevuto temporaneamente un’autorità.

Siamo di fronte al Verbo incarnato.

San Giovanni inizia il suo Vangelo affermando:

«In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Gv 1,1).

E quel Verbo «si fece carne» (Gv 1,14).

Per questo la regalità di Cristo possiede una profondità incomparabile.

Pio XI spiegò nella Quas Primas, l’enciclica del 1925 dedicata all’istituzione della festa di Cristo Re, che la regalità di Cristo non deve essere intesa semplicemente come una metafora. Cristo possiede veramente un’autorità regale. Il Papa fonda questa regalità sia sulle Sacre Scritture sia sull’unione di Cristo con il Padre e sulla sua condizione di Redentore.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna ugualmente che Gesù Cristo è Signore, che possiede ogni potere in cielo e sulla terra e che la sua signoria si estende al cosmo e alla storia.

Pertanto, quando un cattolico dice:

«Viva Cristo Re!»

sta compiendo una vera professione di fede.

Sta dicendo:

Gesù non è soltanto qualcuno che ammiro. È qualcuno al quale appartengo.

Sta dicendo:

La mia vita ha un Signore.

Sta dicendo:

La verità non dipende dalla mia opinione.

Sta dicendo:

La morale non nasce dalle mode sociali.

Sta dicendo:

La mia coscienza non è un regno assolutamente indipendente da Dio.

Sta dicendo:

Cristo ha il diritto di regnare in me.

Ed è precisamente qui che comincia la vera rivoluzione cristiana.


2. Il problema del cristianesimo addomesticato

Il cristianesimo addomesticato conserva determinate parole cristiane, ma elimina progressivamente il loro contenuto soprannaturale.

Parla di amore, ma elimina il sacrificio.

Parla di misericordia, ma elimina il pentimento.

Parla di accoglienza, ma elimina la conversione.

Parla di dignità, ma elimina Dio come fondamento di quella dignità.

Parla di Gesù, ma evita di parlare della sua divinità.

Parla di Regno, ma trasforma il Regno di Dio in un semplice miglioramento sociale.

Parla di pace, ma dimentica che Cristo è anche giudice.

Parla di libertà, ma dimentica che la vera libertà è orientata verso la verità e il bene.

E così si produce una trasformazione silenziosa.

Il cristianesimo smette di essere una religione di salvezza e diventa una sorta di filosofia umanitaria.

Cristo viene ridotto a un maestro di buoni sentimenti.

Il Vangelo diventa una raccolta di consigli per essere persone migliori.

La Chiesa si trasforma in un’organizzazione sociale.

La liturgia diventa un’esperienza comunitaria.

La preghiera diventa benessere emotivo.

Il peccato diventa «fragilità».

La conversione diventa «crescita personale».

La santità diventa «essere una brava persona».

E il cielo finisce per essere trasformato in una sorta di metafora della speranza.

Ma questo non è più il cristianesimo nella sua completezza.

Perché il cristianesimo comincia precisamente con un’affermazione molto più radicale:

Dio è realmente entrato nella storia.

Il Verbo si è fatto carne.

Cristo è morto per i nostri peccati.

Cristo è veramente risorto.

Cristo è asceso al cielo.

Cristo ha inviato lo Spirito Santo.

Cristo ha fondato la sua Chiesa.

Cristo ha istituito i sacramenti.

Cristo chiama alla conversione.

Cristo giudicherà i vivi e i morti.

E Cristo ritornerà nella gloria.

Questo è molto più di un’etica.


3. Un cristianesimo che non dà fastidio assomiglia ormai poco al Vangelo

C’è una frase del Vangelo sulla quale dovremmo riflettere profondamente:

«Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» (Gv 15,19).

Cristo non sta dicendo che il cristiano debba cercare deliberatamente il rifiuto.

Non sta nemmeno insegnando che dobbiamo essere sgradevoli, aggressivi o incapaci di dialogare.

La Chiesa non ha come missione quella di provocare artificialmente i conflitti.

Ma sta annunciando una realtà inevitabile:

la verità cristiana entrerà necessariamente in conflitto con determinati modi di pensare quando questi contraddicono il Vangelo.

Ed è qui che appare la tentazione di adattare la fede.

Se determinati insegnamenti risultano impopolari, possiamo sentire la tentazione di attenuarli.

Se la castità sembra antiquata, possiamo smettere di parlarne.

Se l’indissolubilità matrimoniale risulta esigente, possiamo ridurla a un’idealizzazione.

Se il peccato mette a disagio, possiamo sostituirlo con un linguaggio esclusivamente psicologico.

Se l’inferno risulta politicamente scorretto, possiamo evitare di menzionarlo.

Se la Croce sembra troppo dura, possiamo sostituirla con un messaggio permanente di benessere.

Ma Cristo non ha mai detto:

«Seguitemi sempre che non risulti troppo scomodo».

Ha detto:

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24).

Questo è il cristianesimo reale.


4. Cristo Re non significa Cristo tiranno

Qui è necessaria una precisazione teologica fondamentale.

La regalità di Cristo non ha nulla a che vedere con la tirannia.

Cristo non regna come i tiranni.

Non governa distruggendo la libertà umana.

Non obbliga ad amare.

Non conquista le anime attraverso la violenza.

Il suo trono è la Croce.

La sua corona è una corona di spine.

Il suo scettro è il servizio.

La sua vittoria passa attraverso il sacrificio.

Lo stesso Cristo lo spiegò davanti a Pilato:

«Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,36).

Questo non significa che il suo Regno sia irrilevante per il mondo.

Significa che il suo Regno non proviene dalle logiche mondane del potere.

Cristo non ha bisogno di un esercito per essere Re.

Non ha bisogno di propaganda.

Non ha bisogno di manipolazione.

Non ha bisogno di violenza.

La sua autorità deriva da ciò che Egli è e dalla verità che annuncia.

Per questo il cristianesimo autentico non ha bisogno di diventare un’ideologia.

Il cristiano non proclama Cristo Re per sostituire un partito politico con un altro.

Proclama Cristo Re perché nessun potere umano può occupare il posto che appartiene esclusivamente a Dio.


5. La Croce: il trono sconcertante del Re

Qui troviamo uno dei paradossi più profondi del cristianesimo.

Il Re vince mentre apparentemente viene sconfitto.

Il Re regna dalla croce.

Il Re vince morendo.

Il Re conquista donandosi.

Il Re salva attraverso il sacrificio.

Sul Calvario troviamo un contrasto straordinario.

Gli uomini pongono sopra Gesù un’iscrizione:

«Gesù Nazareno, Re dei Giudei».

Essi intendono trasformarla in un’accusa.

Dio la trasforma in una proclamazione.

La Croce rivela quale tipo di Re sia Cristo.

Non è un re che pretende che altri muoiano per lui.

È un Re che muore per i suoi sudditi.

Non è un re che cerca la propria gloria.

È un Re che si umilia per amore.

San Paolo lo esprime magistralmente:

«Umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome» (Fil 2,8-9).

La regalità cristiana comincia nella Croce.

Per questo ogni tentativo di proclamare «Cristo Re» senza accettare la Croce rischia di trasformarsi in una caricatura.


6. «Viva Cristo Re!» di fronte alla paura umana

Una delle grandi malattie spirituali del nostro tempo è la paura.

Paura di essere diversi.

Paura di essere considerati antiquati.

Paura di professare pubblicamente la fede.

Paura di parlare del peccato.

Paura di difendere la morale cristiana.

Paura di dire che qualcosa è oggettivamente sbagliato.

Paura di utilizzare parole come «verità», «conversione», «giudizio», «inferno», «sacrificio» o «santità».

Paura, persino, di essere identificati come cattolici.

E quando la paura entra nella vita cristiana, accade qualcosa di terribile:

il cristiano comincia a negoziare con il mondo prima ancora che qualcuno glielo abbia chiesto.

Comincia ad autocensurarsi.

Ad attenuare.

A nascondere.

A chiedere scusa per credere.

A parlare della fede come se fosse un’opinione privata che non può avere alcuna conseguenza pubblica.

Ma gli Apostoli non agirono così.

Dopo aver ricevuto lo Spirito Santo, Pietro e Giovanni furono minacciati affinché smettessero di parlare di Cristo.

La loro risposta fu:

«Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20).

Questa è la coraggiosa testimonianza cristiana.

Non arroganza.

Non aggressività.

Non fanatismo.

Fedeltà.


7. La storia di «Viva Cristo Re!» e dei martiri

L’espressione «Viva Cristo Re!» acquistò una risonanza speciale nella storia contemporanea del cattolicesimo ispanico, soprattutto legata ai martiri che diedero testimonianza di Cristo durante periodi di persecuzione religiosa.

Ma dobbiamo comprendere qualcosa di essenziale:

la forza dell’espressione non risiede in una specifica circostanza politica.

La sua radice è molto più antica.

I martiri di tutti i secoli hanno confessato, con le parole o con il proprio sangue, la supremazia di Cristo.

I primi cristiani vivevano in un mondo nel quale l’imperatore poteva esigere determinati atti di culto.

I cristiani si rifiutavano.

Non perché odiassero le autorità civili.

Non perché volessero distruggere lo Stato.

Ma perché esisteva una frontiera che non potevano oltrepassare:

solo Dio è Dio.

Quando il potere umano pretendeva di occupare il posto di Dio, il cristiano diceva «no».

E quel «no» poteva costare la libertà.

Poteva costare i beni.

Poteva costare la vita.

I martiri compresero qualcosa che noi dimentichiamo facilmente:

ci sono cose che valgono più della propria vita.

La verità.

La fede.

La fedeltà a Cristo.

La vita eterna.


8. Cristo Re e la libertà della Chiesa

Pio XI collegò esplicitamente la regalità di Cristo con la libertà della Chiesa di compiere la propria missione. Nella Quas Primas, spiegò che la Chiesa, come istituzione fondata da Cristo, non può essere ridotta a un’organizzazione subordinata agli interessi mutevoli del potere civile.

Questo non significa che la Chiesa debba diventare un partito politico.

Al contrario.

La Chiesa trascende le strutture partitiche.

Può dialogare con diverse forme di organizzazione politica senza diventare proprietà di nessuna.

Perché il suo Re non è un presidente.

Non è un primo ministro.

Non è un monarca temporale.

Non è un’ideologia.

È Gesù Cristo.

Per questo il cattolico può partecipare responsabilmente alla vita pubblica senza confondere mai il Vangelo con una specifica piattaforma politica.

La Chiesa può insegnare principi morali.

Può difendere la dignità umana.

Può proclamare la verità sulla vita, sul matrimonio, sulla famiglia, sulla giustizia e sulla libertà.

Ma nessun partito può appropriarsi di Cristo.

E nessun cattolico dovrebbe consegnare a un partito la fedeltà che appartiene esclusivamente a Gesù Cristo.


9. Cristo Re regna anche sulla nostra coscienza

Questo punto è decisivo.

È facile parlare di Cristo Re in termini generali.

È molto più difficile permettere a Cristo di essere Re della nostra vita personale.

Perché possiamo denunciare il secolarismo mentre viviamo come pagani.

Possiamo parlare della difesa della fede mentre trascuriamo la preghiera.

Possiamo discutere sulla liturgia mentre alimentiamo il risentimento.

Possiamo difendere la dottrina mentre trattiamo male la nostra famiglia.

Possiamo pubblicare citazioni dei santi mentre viviamo schiavi dei nostri vizi.

Possiamo gridare «Viva Cristo Re!» e, allo stesso tempo, negargli il governo della nostra stessa esistenza.

La prima conquista di Cristo deve essere il nostro stesso cuore.

Sant’Agostino comprese perfettamente questa dinamica.

Dio non vuole semplicemente che riconosciamo che Egli esiste.

Vuole che torniamo a Lui.

Che la nostra intelligenza si sottometta alla verità.

Che la nostra volontà si sottometta al bene.

Che i nostri affetti siano purificati.

Che il nostro corpo sia vissuto secondo la sua dignità.

Che il nostro tempo sia ordinato.

Che i nostri beni siano utilizzati correttamente.

Che la nostra famiglia appartenga a Cristo.

Che il nostro lavoro sia offerto a Dio.

Che la nostra morte sia affidata a Lui.

Questo significa veramente che Cristo regni.


10. Cristo Re della mente

Viviamo in un’epoca di sovrabbondanza di informazioni.

Non avevamo mai avuto accesso a una quantità così grande di informazioni.

Ma informazione non significa saggezza.

I social network possono fare in modo che una menzogna venga ripetuta migliaia di volte fino a sembrare vera.

Un video di trenta secondi può sostituire anni di studio.

Un’opinione può essere presentata come conoscenza.

Un’emozione può essere presentata come argomento.

E la cultura digitale può creare piccole bolle nelle quali ogni persona ascolta soltanto ciò che conferma quello che già pensa.

Per questo proclamare Cristo Re significa anche permettere che Cristo governi la nostra intelligenza.

Il cristiano deve chiedersi:

Ciò che credo è vero?

Ciò che condivido è vero?

Sto diffondendo voci?

Sto giudicando ingiustamente?

Sto trasformando la fede in una guerra permanente di opinioni?

Cristo è Re anche dell’intelligenza.

Pio XI sottolineò precisamente che Cristo regna nelle intelligenze perché Egli è la Verità e da Lui proviene la verità che l’essere umano è chiamato ad accogliere.

Per questo un cattolico non dovrebbe avere paura di studiare.

La fede non teme la verità.

La fede autentica cerca la verità.


11. Cristo Re della famiglia

Una delle grandi battaglie spirituali del nostro tempo si combatte dentro le case.

Una famiglia cristiana non è semplicemente una famiglia che ha una croce appesa alla parete.

È una famiglia nella quale Cristo ha un posto reale.

Si prega?

Si benedice la tavola?

Si insegna ai bambini a chiedere perdono?

Si parla di Dio?

Si celebra la domenica come Giorno del Signore?

Si partecipa alla Santa Messa?

Si insegna ai figli a distinguere il bene dal male?

Si insegna loro che la castità è una virtù?

Si parla della morte e della vita eterna?

Si insegna loro ad amare la Chiesa?

Li si aiuta a comprendere che essere cristiani non consiste semplicemente nell’essere brave persone?

Cristo Re deve entrare nella famiglia.

Perché una famiglia senza Dio può finire per dipendere esclusivamente dalle mode culturali per educare i propri figli.

E le mode cambiano.

La verità rimane.


12. Cristo Re del nostro tempo libero

Può sembrare un dettaglio insignificante.

Non lo è.

Che cosa facciamo con le nostre ore?

Che cosa consumiamo?

Che cosa guardiamo?

Che cosa ascoltiamo?

Che cosa seguiamo su internet?

Di cosa parliamo?

Quanto tempo dedichiamo alla preghiera?

Quanto tempo dedichiamo allo schermo?

Cristo non vuole soltanto un’ora alla settimana.

Vuole la nostra vita.

Il cristianesimo non consiste nel separare:

«Questo è religioso»

da

«Questa è la mia vita normale».

Tutto appartiene a Cristo.

Il nostro lavoro.

Il nostro riposo.

La nostra sessualità.

La nostra economia.

La nostra educazione.

La nostra politica.

La nostra cultura.

I nostri amici.

I nostri progetti.

Le nostre sofferenze.

La nostra morte.

Tutto può diventare luogo d’incontro con Dio.


13. Cristo Re e il peccato

Qui arriviamo a uno dei punti più difficili.

Se Cristo è Re, allora esiste una legge.

E se esiste una legge divina, esiste anche il peccato.

Il cristianesimo contemporaneo può sentire la tentazione di parlare del peccato esclusivamente come di un’imperfezione psicologica.

Ma il peccato è molto più serio.

È una rottura con Dio.

È una ribellione contro l’ordine voluto da Dio.

È una scelta volontaria contro il bene conosciuto.

Per questo il cristianesimo non può eliminare la conversione.

Giovanni Battista iniziò la sua predicazione dicendo:

«Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Mt 3,2).

Osserviamo la relazione.

Regno e conversione.

Cristo regna.

Pertanto, noi dobbiamo convertirci.

Non può esserci una vera proclamazione di Cristo Re senza pentimento.


14. Misericordia senza conversione: una falsificazione pericolosa

Uno degli errori più frequenti consiste nel contrapporre misericordia e verità.

Come se dovessimo scegliere:

o misericordia

o

verità.

Ma in Cristo entrambe le realtà si incontrano.

La misericordia non significa dire che il peccato non importa.

La misericordia significa che Dio offre al peccatore la possibilità di tornare.

Il padre del figlio prodigo non dice:

«Quello che hai fatto andava bene».

Lo abbraccia.

Lo accoglie.

Lo ristabilisce nella sua dignità.

Ma il figlio è tornato.

C’è conversione.

Per questo la misericordia cristiana non è mai una semplice approvazione.

La vera misericordia è molto più esigente:

ama il peccatore abbastanza da desiderare la sua salvezza.


15. Cristo Re e la santità

La grande risposta al cristianesimo addomesticato non consiste soltanto nel parlare più forte.

È essere santi.

Perché una Chiesa piena di persone sante è molto più difficile da addomesticare.

I santi non furono necessariamente persone rumorose.

Molti furono silenziosi.

Santa Teresa di Lisieux visse nascosta.

San Giuseppe lavorò nel silenzio.

Santa Teresa di Calcutta servì i poveri.

San Massimiliano Maria Kolbe offrì la propria vita.

San Francesco d’Assisi abbracciò la povertà.

San Giovanni Maria Vianney trascorse innumerevoli ore nel confessionale.

I martiri diedero testimonianza.

La santità assume molte forme.

Ma tutti avevano qualcosa in comune:

Cristo non occupava un angolo delle loro vite. Cristo era il centro.


16. La Chiesa non ha bisogno di un cristianesimo più comodo, ma di cristiani più santi

Forse questa è una delle domande fondamentali del nostro tempo.

Non abbiamo bisogno soltanto di nuove strategie.

Non abbiamo bisogno soltanto di campagne migliori.

Non abbiamo bisogno semplicemente di una comunicazione più attraente.

Abbiamo bisogno di santi.

Santi che preghino.

Santi che conoscano la dottrina.

Santi che confessino i propri peccati.

Santi che educhino i propri figli.

Santi che lavorino onestamente.

Santi che soffrano con speranza.

Santi che sappiano difendere la verità senza perdere la carità.

Santi che sappiano dire «no» quando è necessario.

Santi che sappiano perdonare.

Santi che non abbiano paura di vivere cristianamente.

Perché l’evangelizzazione comincia molte volte molto prima di pronunciare una parola.

Comincia quando qualcuno contempla la nostra vita e può chiedersi:

«Che cosa ha quella persona che io non ho?»


17. Il Regno di Cristo è già presente, ma non è ancora giunto alla sua pienezza

La teologia cattolica mantiene una tensione straordinariamente bella.

Cristo regna già.

Ma attendiamo ancora la manifestazione piena del suo Regno.

Il Catechismo insegna che Cristo regna già attraverso la Chiesa, che è il germe e l’inizio del Regno sulla terra, mentre attendiamo il suo compimento definitivo.

Per questo il cristiano vive tra due realtà:

già

e

non ancora.

Siamo già stati redenti.

Ma attendiamo ancora la risurrezione gloriosa.

Abbiamo già la grazia.

Ma lottiamo ancora contro il peccato.

Conosciamo già Cristo.

Ma camminiamo ancora verso la visione beatifica.

La vittoria appartiene già a Cristo.

Ma sperimentiamo ancora la presenza del male.

Questo impedisce due errori.

Il primo è il pessimismo assoluto:

«È tutto perduto».

No.

Cristo ha vinto.

Il secondo è il trionfalismo ingenuo:

«Il Regno di Dio è già completamente realizzato sulla terra».

Nemmeno questo.

Attendiamo ancora.

Combattiamo ancora.

Soffriamo ancora.

Evangelizziamo ancora.

Continuiamo a pregare:

«Venga il tuo Regno».


18. Come si combatte il cristianesimo addomesticato?

Non attraverso l’odio.

Non attraverso la violenza.

Non attraverso gli insulti.

Non attraverso le cospirazioni.

Non attraverso l’ossessione politica.

Non attraverso una guerra permanente contro chiunque pensi diversamente.

Lo si combatte attraverso la fedeltà.

Primo: recuperare la preghiera

Un cristiano che non prega finisce per dipendere da se stesso.

E chi dipende soltanto da se stesso finisce per esaurirsi.

La preghiera ci ricorda che Cristo è veramente Re.

Secondo: recuperare la confessione

Il Sacramento della Penitenza distrugge una delle grandi menzogne moderne:

«Non ho bisogno che nessuno mi dica che sto sbagliando».

Abbiamo bisogno di conversione.

Abbiamo bisogno della grazia.

Abbiamo bisogno della misericordia.

Terzo: recuperare l’Eucaristia

Nell’Eucaristia Cristo è realmente presente.

Non simbolicamente.

Non metaforicamente.

Realmente.

E davanti a Cristo Eucaristia impariamo chi è veramente il nostro Re.

Quarto: recuperare la dottrina

Un cattolico che non conosce la propria fede è facilmente manipolabile.

Per questo bisogna leggere il Catechismo.

Studiare la Sacra Scrittura.

Conoscere la Tradizione.

Leggere i santi.

Conoscere il Magistero.

Quinto: recuperare la vita sacramentale

Il cristianesimo non è un’ideologia.

È una vita soprannaturale.

La grazia di Dio trasforma l’uomo.

Sesto: educare i figli

Non possiamo delegare completamente la formazione spirituale dei nostri figli alla cultura.

La famiglia ha una responsabilità insostituibile.

Settimo: vivere con coerenza

La proclamazione di Cristo Re deve cominciare nella nostra stessa casa.


19. Che cosa significa oggi gridare «Viva Cristo Re!»?

Significa alzarsi ogni mattina e dire:

«Signore, la mia vita è tua».

Significa scegliere la verità anche quando è scomoda.

Significa rimanere fedeli anche quando nessuno applaude.

Significa rifiutare il peccato anche quando è popolare.

Significa perdonare quando costa.

Significa difendere la fede senza odiare chi non crede.

Significa educare i figli nella fede.

Significa lavorare onestamente.

Significa custodire la purezza.

Significa rispettare il matrimonio.

Significa difendere la vita umana.

Significa rivolgersi a Dio nella sofferenza.

Significa inginocchiarsi davanti a Cristo.

Significa confessare i nostri peccati.

Significa rialzarsi dopo essere caduti.

Significa ricordare che nessuna moda culturale può diventare il criterio supremo della verità.

E significa anche accettare qualcosa di profondamente consolante:

non dobbiamo essere noi a salvare il mondo.

Il mondo ha già un Salvatore.

Il suo nome è Gesù Cristo.


20. Cristo non ha bisogno che lo rendiamo moderno

Esiste una tentazione particolarmente sottile.

Pensare che dobbiamo «aggiornare» Cristo affinché possa essere accettato.

Ma Cristo non ha bisogno di essere aggiornato.

Siamo noi ad avere bisogno di convertirci.

Il Vangelo non ha bisogno di adattarsi a ogni generazione fino a perdere il proprio contenuto.

Ha bisogno di essere annunciato in modo comprensibile a ogni generazione.

C’è un’enorme differenza.

Possiamo utilizzare nuovi mezzi.

Nuove tecnologie.

Nuove forme di comunicazione.

Nuovi linguaggi pedagogici.

Ma il contenuto della fede non può diventare una sostanza malleabile che assume qualsiasi forma pur di essere accettata.

Il cristianesimo non esiste perché il mondo dica:

«Che piacevole questa religione, perché non mi chiede di cambiare nulla».

Esiste per annunciare:

«Cristo ti ama e ti chiama a convertirti, a vivere nella grazia e a entrare nella vita eterna».


21. Il Re che ritornerà

Esiste una dimensione escatologica che non dovremmo mai dimenticare.

Cristo non soltanto regnò duemila anni fa.

Cristo regna oggi.

E Cristo ritornerà.

Il Catechismo insegna che Cristo possiede il diritto di giudicare definitivamente le opere e i cuori degli uomini e che questo diritto è legato alla sua opera redentrice.

Questo dovrebbe trasformare il nostro modo di vivere.

Perché un giorno scompariranno i nostri argomenti.

Scompariranno le nostre scuse.

Scompariranno le nostre maschere.

Scomparirà l’approvazione degli altri.

Non importerà quanti follower abbiamo avuto.

Non importerà quanti «mi piace» abbiamo ricevuto.

Non importerà se siamo stati popolari.

Non importerà se il mondo ci ha considerati moderni o antiquati.

La domanda sarà molto più semplice:

Ho amato Cristo?

Ho vissuto nella sua grazia?

Sono stato fedele?

Mi sono pentito dei miei peccati?

Ho amato il prossimo?

Ho vissuto secondo la verità?

Perché Cristo è Re.

E verrà il giorno in cui tutta la creazione riconoscerà pienamente ciò che la fede proclama ora.


22. «Ogni ginocchio si pieghi»

San Paolo scrisse:

«Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore, a gloria di Dio Padre» (Fil 2,10-11).

Questa è la prospettiva definitiva.

Il mondo può ignorare Cristo.

Può deridere Cristo.

Può cercare di ridurlo a un personaggio storico.

Può sostituirlo con le ideologie.

Può trasformare il suo messaggio in una raccolta di valori.

Può cercare di addomesticarlo.

Ma nulla di tutto questo cambia la realtà.

Cristo rimane Re.

La sua regalità non dipende dai sondaggi.

Non dipende dalle tendenze.

Non dipende dai governi.

Non dipende dai mezzi di comunicazione.

Non dipende dal fatto che una generazione lo riconosca.

Cristo è Re perché è il Signore.


23. Di fronte al cristianesimo addomesticato, recuperare la radicalità del Vangelo

Forse la grande sfida del nostro tempo non consiste nel fare in modo che il cristianesimo sia più accettabile.

Forse consiste nel fare in modo che noi cristiani torniamo a essere veramente cristiani.

Che torniamo a pregare.

Che torniamo a confessarci.

Che torniamo a ricevere la Comunione degnamente.

Che torniamo a conoscere la dottrina.

Che torniamo a leggere la Scrittura.

Che torniamo ad amare i santi.

Che torniamo a insegnare ai nostri figli.

Che torniamo a vivere la liturgia con riverenza.

Che torniamo a parlare del peccato e della grazia.

Che torniamo a parlare del cielo.

Che torniamo a ricordare la morte.

Che torniamo ad attendere la risurrezione.

Che torniamo a comprendere che la Chiesa non esiste per confermare le nostre opinioni, ma per condurci alla verità e alla salvezza.

E, soprattutto, che torniamo a mettere Cristo al centro.

Perché forse abbiamo cercato di risolvere troppe cose guardando in ogni direzione tranne che verso di Lui.


24. Cristo Re comincia da noi

Non possiamo pretendere che Cristo regni nella società se non regna nella nostra anima.

Non possiamo denunciare il secolarismo mentre viviamo in modo secolarizzato.

Non possiamo lamentarci della perdita della fede mentre noi stessi smettiamo di pregare.

Non possiamo chiedere famiglie cristiane se non costruiamo case cristiane.

Non possiamo reclamare rispetto per la liturgia se vi partecipiamo distrattamente.

Non possiamo parlare di evangelizzazione se la nostra vita non riflette il Vangelo.

La grande battaglia comincia dentro.

Cristo vuole essere Re del nostro cuore.

E per questo dobbiamo aprirgli la porta.

Come dice l’Apocalisse:

«Ecco, sto alla porta e busso» (Ap 3,20).

Cristo bussa.

Non sfonda la porta.

Non obbliga.

Aspetta.

Ma quando apriamo, comincia una trasformazione.


25. Il vero significato di «Viva Cristo Re»

Per questo, quando un cattolico pronuncia:

Viva Cristo Re!

non dovrebbe farlo come un semplice slogan.

Dovrebbe essere una preghiera.

Viva Cristo Re nella mia intelligenza.

Che io pensi secondo la verità.

Viva Cristo Re nella mia volontà.

Che io scelga il bene.

Viva Cristo Re nel mio cuore.

Che io ami correttamente.

Viva Cristo Re nella mia famiglia.

Che la nostra casa sia cristiana.

Viva Cristo Re nel mio lavoro.

Che io agisca con giustizia e onestà.

Viva Cristo Re nelle mie parole.

Che io non menta e non distrugga il prossimo.

Viva Cristo Re nei miei occhi.

Che io non cerchi ciò che corrompe il cuore.

Viva Cristo Re nel mio corpo.

Che io lo tratti come tempio dello Spirito Santo.

Viva Cristo Re nelle mie sofferenze.

Che io non perda la speranza.

Viva Cristo Re nella mia morte.

Che io possa consegnare la mia vita nelle sue mani.

E allora questa espressione smette di essere soltanto un grido.

Diventa un’esistenza.


Conclusione: non vogliamo un Cristo addomesticato

Il mondo può facilmente tollerare un Cristo ridotto a maestro di morale.

Può tollerare un Gesù trasformato in simbolo di solidarietà.

Può tollerare un Gesù trasformato in ispirazione culturale.

Può tollerare persino un Gesù che appaia in quadri, monumenti, libri e celebrazioni, purché rimanga accuratamente rinchiuso nell’ambito del privato.

Ma il Cristo del Vangelo non accetta questo posto.

Perché Cristo non ha detto:

«Ammiratemi».

Ha detto:

«Seguimi».

Non ha detto:

«Includetemi tra le vostre opinioni».

Ha detto:

«Io sono la Via, la Verità e la Vita» (Gv 14,6).

Non ha detto:

«Prendete da me i valori che vi risultano utili».

Ha detto:

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24).

E per questo, di fronte a un cristianesimo ridotto a valori umani, di fronte a una fede trasformata in semplice sentimento, di fronte a una religione che teme di confessare la verità, di fronte a un Vangelo mutilato per renderlo più comodo, il cattolico deve recuperare una certezza semplice e radicale:

Gesù Cristo è Re.

Re quando il mondo lo acclama.

Re quando il mondo lo rifiuta.

Re quando siamo molti.

Re quando siamo soli.

Re nella gloria.

Re nell’Eucaristia.

Re nella Croce.

Re nel cuore del santo.

Re nell’ultimo respiro del martire.

Re della storia.

Re della Chiesa.

Re delle nostre famiglie.

Re delle nostre anime.

E verrà il giorno in cui vedremo con i nostri stessi occhi ciò che ora crediamo per fede.

Allora non ci sarà più discussione.

Non ci saranno più opinioni.

Non ci saranno più ideologie.

Non ci saranno più mode.

Rimarrà soltanto la verità.

Gesù Cristo è il Signore.

Per questo, oggi, domani e fino all’ultimo giorno, la Chiesa può continuare a proclamarlo con umiltà, coraggio e speranza:

VIVA CRISTO RE!

Non come uno slogan di odio.

Non come una bandiera di partito.

Non come nostalgia politica.

Ma come una professione di fede.

Come una promessa.

Come una preghiera.

Come un’offerta.

Come il riconoscimento che, al di sopra di tutti i poteri umani, esiste un Re che non passa, un Regno che non finisce e una Verità che nessuna epoca può abolire.

Viva Cristo Re!

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Pater noster, qui es in cælis: sanc­ti­ficétur nomen tuum; advéniat regnum tuum; fiat volúntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidiánum da nobis hódie; et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris; et ne nos indúcas in ten­ta­tiónem; sed líbera nos a malo. Amen.

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