Viviamo in un’epoca che tende a considerare tutte le cose come aventi lo stesso valore, nella quale la realtà viene compresa esclusivamente attraverso ciò che possiamo vedere e misurare, e nella quale l’uomo è considerato, in ultima analisi, il padrone assoluto della propria esistenza. La visione cristiana dell’universo, tuttavia, parte da una comprensione radicalmente diversa: la realtà non è un insieme di cose isolate, uguali e prive di significato, ma una creazione dotata di struttura, gradi di perfezione e orientata verso Dio, fonte di tutto ciò che esiste.
Dalla metafisica classica alla teologia di san Tommaso d’Aquino, passando attraverso i Padri della Chiesa e la tradizione scolastica, incontriamo un’idea fondamentale: nell’essere esiste un ordine. Minerali, piante, animali, esseri umani, angeli e, al di sopra di tutte le creature, Dio, non appartengono allo stesso grado di realtà, né possiedono un’identica perfezione.
Questa concezione è conosciuta come gerarchia ontologica dell’essere.
Sebbene possa sembrare una questione riservata a filosofi e teologi, le sue implicazioni riguardano profondamente il nostro modo di comprendere la vita, la dignità umana, la natura, la morale, l’educazione e il nostro rapporto con il Creatore.
Comprendere questa gerarchia ci permette di recuperare una verità che la mentalità contemporanea ha progressivamente dimenticato: non tutto ciò che esiste possiede lo stesso grado di perfezione, ma ogni essere creato ha il proprio posto, la propria natura e il proprio valore all’interno dell’ordine stabilito da Dio.
1. Che cosa significa la gerarchia ontologica dell’essere?
La parola ontologia deriva dal greco e si riferisce allo studio dell’essere in quanto essere. L’ontologia si domanda che cosa significhi esistere, quali siano i principi fondamentali della realtà e quali differenze esistano tra i diversi modi di essere.
Quando parliamo di gerarchia ontologica, ci riferiamo all’ordine degli esseri secondo il loro grado di perfezione, le loro capacità e il loro particolare modo di partecipare all’esistenza.
Non si tratta semplicemente di classificare le cose in base alla loro utilità, dimensione, complessità o importanza economica. Si tratta di riconoscere che la realtà possiede differenti livelli di perfezione e che ogni natura ha proprietà che la distinguono dalle altre.
Una pietra esiste, ma non vive. Una pianta vive, ma non sente. Un animale sente e si muove secondo i propri impulsi, ma non possiede la capacità razionale propria dell’uomo. L’essere umano comprende, delibera e può dirigere liberamente le proprie azioni verso il bene. Gli angeli, da parte loro, sono creature spirituali dotate di intelligenza e volontà, prive di corpo materiale.
E Dio non è semplicemente l’essere più elevato all’interno di questa classificazione. È infinitamente diverso da ogni creatura: Dio è l’Essere per essenza, mentre le creature esistono per partecipazione e ricevono da Lui tutto ciò che sono.
Questa distinzione costituisce uno dei fondamenti della metafisica cristiana.
2. Dio: l’Essere assoluto e fondamento di ogni esistenza
Per comprendere correttamente la gerarchia dell’essere, dobbiamo cominciare dal suo principio e fondamento: Dio.
La fede cattolica non presenta Dio come un elemento in più all’interno dell’universo, né semplicemente come il più potente di tutti. Dio trascende completamente l’ordine delle creature perché non dipende da alcuna realtà precedente e non ha bisogno di ricevere l’esistenza da un altro.
Nel Libro dell’Esodo troviamo una delle rivelazioni fondamentali dell’Antico Testamento. Quando Mosè domanda a Dio quale sia il suo nome, riceve questa risposta:
«Io sono colui che sono» (Esodo 3,14).
Questa espressione manifesta una verità essenziale: Dio è. La sua esistenza non dipende da alcuna condizione esterna. Non ha cominciato a esistere, non può cessare di esistere e non ha bisogno di nulla per essere.
Nella metafisica di san Tommaso d’Aquino troviamo una formulazione particolarmente profonda di questa verità: Dio è Ipsum Esse Subsistens, cioè l’Essere stesso sussistente.
Che cosa significa?
Nelle creature distinguiamo ciò che una cosa è dal fatto che essa esista. Possiamo comprendere la natura di un albero senza che quell’albero debba necessariamente esistere. Lo stesso vale per una persona, un animale o qualsiasi altra realtà creata.
In Dio, invece, non esiste questa composizione tra essenza ed esistenza. La sua essenza è esistere. Perciò Dio non riceve l’essere: è l’Essere stesso, eterno, necessario e indipendente.
San Tommaso sviluppa questa dottrina soprattutto nella Prima Parte della Somma Teologica, questione 3, articolo 4, dove esamina se in Dio l’essenza e l’esistenza siano la stessa cosa.
Questo insegnamento ha una conseguenza decisiva: tutto ciò che esiste al di fuori di Dio dipende radicalmente da Lui.
Il Libro dell’Apocalisse contiene un’espressione che manifesta l’eternità e la sovranità divina:
«Io sono l’Alfa e l’Omèga, il principio e la fine» (Apocalisse 21,6).
Dio non occupa semplicemente la sommità di una piramide. È il fondamento stesso di tutta la realtà e il fine ultimo verso il quale è orientata la creazione.
3. La creazione: tutti gli esseri ricevono da Dio la propria esistenza
Se Dio è l’Essere per essenza, le creature possiedono un’esistenza ricevuta.
La dottrina cattolica insegna che Dio ha creato liberamente tutte le cose dal nulla. Questa verità è tradizionalmente conosciuta come creatio ex nihilo.
Non significa che Dio abbia trasformato una materia preesistente, ma che tutto ciò che esiste al di fuori di Lui ha in Dio la propria Causa prima.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna:
«Noi crediamo che Dio non ha bisogno di nulla di preesistente né di alcun aiuto per creare» (CCC, 296).
La creazione non è un’estensione della sostanza divina, né è una parte di Dio che si sia separata da Lui. Questa distinzione è essenziale per evitare di confondere la fede cristiana con le concezioni panteistiche, secondo le quali Dio e l’universo sarebbero, in ultima analisi, un’unica e medesima realtà.
Dio è distinto dalla sua creazione, ma è presente in essa sostenendola nell’esistenza.
Il Libro della Sapienza esprime questa dipendenza delle creature dal loro Creatore:
«Tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato» (Sapienza 11,24).
Pertanto, la gerarchia ontologica non significa che esistano esseri indipendenti che si siano collocati da soli su differenti gradini. Tutti ricevono da Dio la propria esistenza e tutte le loro perfezioni.
Il Catechismo, nei numeri 295-301, sviluppa questa dottrina riguardante la creazione, il suo ordine e la sua continua dipendenza da Dio.
L’esistenza stessa è un dono.
E proprio perché ogni essere riceve da Dio la propria esistenza, la creazione non è assurda né priva di significato. Possiede un ordine che può essere contemplato, studiato e riconosciuto dalla ragione umana.
4. I gradi di perfezione nella creazione: dalla materia alla vita spirituale
La creazione manifesta una straordinaria diversità di esseri. Ognuno possiede caratteristiche proprie e manifesta, in modo limitato, qualche perfezione che ha la sua origine ultima in Dio.
La tradizione filosofica e teologica distingue abitualmente diversi gradi di perfezione nel mondo creato.
Questa classificazione ci aiuta a comprendere che la realtà non è costituita da elementi indifferenziati, ma da nature distinte, ciascuna con le proprie capacità e operazioni.
4.1. Gli esseri inanimati: l’esistenza senza vita
Al livello più elementare troviamo gli esseri materiali privi di vita: minerali, rocce, acqua e altri elementi della natura.
Questi esseri esistono, possiedono proprietà determinate e agiscono secondo le leggi proprie della loro natura. Tuttavia, non hanno la capacità di nutrirsi, crescere biologicamente attraverso la propria attività, riprodursi o percepire il mondo.
Una pietra esiste, ma non vive.
Questo non significa che sia priva di valore. La sua esistenza è buona in quanto proviene da Dio e fa parte dell’ordine della creazione.
La materia costituisce inoltre il fondamento fisico di numerose realtà superiori: gli organismi viventi hanno bisogno di elementi materiali per svolgere le proprie funzioni.
L’universo materiale non è dunque una realtà spregevole o accidentale. È opera di Dio e merita rispetto.
4.2. Gli esseri vegetali: la nascita della vita
Al di sopra degli esseri inanimati troviamo gli organismi vegetali.
Le piante possiedono la vita. Si nutrono, crescono, si sviluppano e si riproducono. Svolgono operazioni che gli esseri inanimati non possono compiere attraverso la propria attività.
La filosofia aristotelico-tomista spiega queste differenze attraverso il concetto di anima.
È importante chiarire che, in questo contesto, l’anima non deve essere intesa esclusivamente come una realtà spirituale e immortale, come avviene nel caso dell’anima umana. Il termine designa il principio vitale grazie al quale un organismo è un essere vivente e compie le proprie operazioni specifiche.
I vegetali possiedono quella che tradizionalmente viene chiamata anima vegetativa, le cui facoltà fondamentali sono la nutrizione, la crescita e la riproduzione.
La loro vita non implica conoscenza sensibile né volontà razionale.
Nel racconto della Genesi troviamo la comparsa della vegetazione all’interno dell’opera creatrice di Dio:
«La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che fanno sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la propria specie» (Genesi 1,11).
La vita vegetale manifesta un grado di perfezione superiore a quello della materia inanimata, perché incorpora capacità che quest’ultima non possiede.
4.3. Gli animali: la vita sensibile
Un grado superiore appartiene agli animali.
Oltre alle funzioni vegetative, possiedono sensibilità, percezione e capacità di movimento. Possono provare sensazioni di dolore e piacere, reagire agli stimoli e agire secondo le proprie inclinazioni naturali.
La tradizione tomista parla di anima sensitiva, che costituisce il principio delle loro operazioni vitali e sensibili.
Gli animali possono percepire il dolore e il piacere, riconoscere il proprio ambiente e sviluppare comportamenti complessi. Tuttavia, le loro operazioni non equivalgono all’intelligenza razionale e alla volontà libera proprie dell’essere umano.
È importante non confondere l’intelligenza animale, intesa in senso ampio, con la capacità intellettuale umana di conoscere realtà universali, formulare giudizi morali e riflettere sul significato della propria esistenza.
La Sacra Scrittura riconosce il valore degli animali all’interno della creazione. Nel Libro dei Salmi leggiamo:
«Quanto sono grandi le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con sapienza» (Salmo 104,24).
Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al numero 2416, ricorda che gli animali sono creature di Dio e sono sotto la sua provvidenza. Per questo motivo, l’uomo deve trattarli con rispetto ed evitare di causare loro sofferenze inutili.
Riconoscere il loro valore, tuttavia, non richiede di attribuire loro una natura identica a quella degli esseri umani.
L’animale merita rispetto per ciò che è, non perché sia una versione inferiore dell’uomo.
4.4. L’uomo: la creatura materiale e spirituale
Nel mondo visibile, l’essere umano occupa un posto singolare.
L’uomo non è semplicemente un organismo biologico più complesso degli altri. Né è uno spirito accidentalmente imprigionato in un corpo.
L’uomo è un’unità sostanziale di corpo e anima spirituale.
Questo insegnamento appartiene al cuore stesso dell’antropologia cristiana ed è stato sviluppato soprattutto da san Tommaso d’Aquino, il quale spiega che l’anima razionale è la forma sostanziale del corpo umano.
In altre parole, l’anima non è un abitante indipendente che utilizza il corpo come se fosse uno strumento. È il principio vitale che fa sì che il corpo umano sia precisamente un corpo umano.
Il Catechismo lo esprime al numero 365:
«L’unità dell’anima e del corpo è così profonda che si deve considerare l’anima come la “forma” del corpo».
L’anima umana possiede facoltà vegetative e sensitive, ma anche intellettive e volitive.
Grazie all’intelligenza, l’uomo può conoscere la verità, comprendere concetti universali e riflettere sulla propria esistenza. Grazie alla volontà, può scegliere liberamente e orientare le proprie azioni verso il bene.
Questa capacità razionale e spirituale distingue l’essere umano dalle altre creature materiali.
Ma la sua dignità non deriva soltanto dalle sue capacità intellettuali, dalla sua produttività o dalla sua autonomia.
Il suo fondamento più profondo risiede nel fatto di essere stato creato a immagine e somiglianza di Dio:
«Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza» (Genesi 1,26).
L’uomo è immagine di Dio perché ha ricevuto una natura spirituale, capace di conoscere e amare, ed è chiamato a entrare in comunione con il suo Creatore.
Per questo motivo, la sua dignità non dipende dall’età, dalla salute, dall’intelligenza, dalla ricchezza o dalla posizione sociale.
Un neonato, una persona con disabilità intellettiva, un anziano non autosufficiente e un uomo nel pieno della maturità possiedono tutti la stessa dignità umana fondamentale.
La dignità dell’uomo non si misura da ciò che può produrre, ma da ciò che è.
Il Catechismo sviluppa questo insegnamento nei numeri 355-357.
4.5. Gli angeli: creature puramente spirituali
Al di sopra dell’uomo, all’interno dell’ordine delle creature, troviamo gli angeli.
La dottrina cattolica insegna che sono esseri spirituali, personali, intelligenti e liberi, creati da Dio.
Non possiedono un corpo materiale come gli esseri umani. La loro natura è spirituale e, per questo motivo, il loro modo di conoscere e agire è diverso dal nostro.
L’esistenza degli angeli non è una semplice rappresentazione poetica delle forze della natura. È una verità di fede che appartiene alla dottrina della Chiesa.
Il Catechismo, al numero 328, afferma espressamente:
«L’esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di fede».
La Bibbia offre numerose testimonianze sulla loro esistenza e sulla loro missione.
Nella Lettera agli Ebrei leggiamo:
«Non sono forse tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati a servire coloro che devono ereditare la salvezza?» (Ebrei 1,14).
Gli angeli servono Dio e partecipano ai suoi disegni provvidenziali. Sono messaggeri, protettori e servitori della sua volontà.
La loro natura spirituale li colloca a un grado di perfezione ontologica superiore a quello delle creature materiali, compreso l’uomo considerato dal punto di vista della sua natura puramente umana.
Questo non significa che l’uomo sia una creatura insignificante, né che il suo destino sia inferiore nell’ordine della salvezza. Dio ha chiamato l’essere umano a una comunione soprannaturale con Lui che supera le possibilità della sua stessa natura.
La superiorità ontologica naturale degli angeli non deve essere confusa con una superiorità automatica nella santità rispetto a tutti gli uomini.
Un angelo fedele rimane nella grazia di Dio; un uomo può raggiungere la santità mediante la grazia ed essere glorificato da Cristo.
La storia della salvezza non è una competizione tra nature, ma la manifestazione dell’amore di Dio verso le sue creature.
5. La gerarchia degli angeli e la tradizione cristiana
La riflessione sull’ordine degli esseri spirituali ha una lunga storia nella teologia cristiana.
Uno degli autori che maggiormente influenzò questo ambito fu il cosiddetto Pseudo-Dionigi Areopagita, autore cristiano della fine del V secolo o dell’inizio del VI secolo.
È importante precisare che non deve essere identificato storicamente con Dionigi menzionato negli Atti degli Apostoli, sebbene i suoi scritti abbiano circolato per secoli sotto quel nome.
La sua opera La gerarchia celeste sviluppò un’interpretazione teologica dell’ordine degli esseri angelici, distinguendo nove cori raggruppati in tre gerarchie.
La classificazione tradizionale è la seguente:
Prima gerarchia:
- Serafini.
- Cherubini.
- Troni.
Seconda gerarchia:
- Dominazioni.
- Virtù.
- Potestà.
Terza gerarchia:
- Principati.
- Arcangeli.
- Angeli.
Questa classificazione è collegata a diverse denominazioni angeliche presenti nella Sacra Scrittura, specialmente in Isaia 6,2-3, Ezechiele 10, Colossesi 1,16 ed Efesini 1,21.
Lo Pseudo-Dionigi interpretò questi nomi all’interno di un sistema di ordine, illuminazione e partecipazione alla bontà divina.
L’idea fondamentale è che le creature spirituali ricevono da Dio le proprie perfezioni e partecipano ai suoi doni secondo la loro natura.
Questa concezione influenzò profondamente la teologia medievale, soprattutto san Tommaso d’Aquino.
Tuttavia, è necessario distinguere tra l’esistenza degli angeli, che è una dottrina di fede, e le spiegazioni teologiche riguardanti l’esatta distribuzione dei loro cori e delle loro funzioni, che appartengono allo sviluppo della tradizione teologica e non devono essere tutte presentate come definizioni dogmatiche.
La Chiesa insegna la realtà degli angeli, ma non ha definito come dogma tutti i dettagli di ogni classificazione tradizionale.
6. San Tommaso d’Aquino: la perfezione dell’essere e la partecipazione
La gerarchia ontologica trova una delle sue formulazioni filosofiche più profonde nel pensiero di san Tommaso d’Aquino.
Il suo contributo fondamentale consiste nello spiegare che gli esseri creati non possiedono l’esistenza per se stessi, ma partecipano all’essere ricevuto da Dio.
Nella Prima Parte della Somma Teologica, questione 44, articolo 1, san Tommaso affronta precisamente la questione se tutti gli esseri procedano da Dio come Causa prima.
La sua risposta si fonda su una distinzione essenziale: Dio è l’Essere per essenza; le creature sono esseri per partecipazione.
Per comprenderlo possiamo utilizzare un semplice paragone.
Una lampada può illuminare perché riceve energia. La sua capacità di illuminare non costituisce una proprietà indipendente da qualsiasi fonte energetica.
In modo analogo, sebbene il paragone sia limitato, le creature possiedono l’essere perché lo ricevono da Dio, che non dipende da alcuna causa.
San Tommaso sostiene che i diversi gradi di perfezione delle creature sono legati ai loro differenti modi di partecipare all’essere.
Non tutte le creature possiedono le stesse perfezioni, né le ricevono nello stesso modo.
Una pianta possiede la vita, ma non la sensibilità. Un animale possiede la sensibilità, ma non l’intelligenza spirituale. L’uomo possiede una natura corporea e spirituale. L’angelo possiede una natura puramente spirituale.
Questa diversità non è un difetto della creazione. Fa parte della sua ricchezza.
Nella questione 47 della Prima Parte della Somma Teologica, san Tommaso studia la distinzione e la molteplicità delle cose. Qui spiega che la perfezione dell’universo richiede una diversità di creature e differenti gradi di perfezione.
Una creazione composta esclusivamente da esseri identici sarebbe meno ricca nella diversità delle perfezioni rispetto a un universo nel quale esistono molteplici nature, ciascuna con le proprie capacità.
Qui troviamo un’idea particolarmente importante: la perfezione dell’insieme non richiede che ogni singola creatura possieda individualmente tutte le perfezioni possibili, ma che la diversità ordinata manifesti la ricchezza della sapienza divina.
Questo permette di comprendere perché l’esistenza di esseri differenti non costituisca, di per sé, un’ingiustizia.
La pietra non ha bisogno dell’intelligenza per compiere la propria natura. La pianta non ha bisogno della libertà. L’animale non ha bisogno di diventare uomo.
Ogni creatura possiede una perfezione propria e contribuisce, a suo modo, all’ordine universale.
7. La gerarchia ontologica non significa che tutte le creature abbiano lo stesso valore morale
È necessario soffermarsi su una questione che può generare confusione.
Riconoscere differenti gradi di perfezione ontologica non significa affermare che gli esseri umani possano essere classificati in categorie di dignità secondo la loro intelligenza, forza, ricchezza, salute o posizione sociale.
La gerarchia dell’essere non giustifica alcuna gerarchia di dignità tra le persone umane.
Tutti gli uomini condividono la stessa natura umana. Pertanto, tutti possiedono una dignità fondamentale e inviolabile.
La persona più intelligente non è più umana di chi ha difficoltà a comprendere. L’uomo potente non possiede una dignità essenziale superiore a quella del povero. La persona sana non vale più di quella malata.
La dottrina cristiana rifiuta qualsiasi interpretazione che trasformi le differenze naturali tra le persone in una giustificazione dell’oppressione, dello sfruttamento o del disprezzo.
Dobbiamo anche distinguere tra perfezione ontologica e perfezione morale.
Un essere umano conserva la propria natura e dignità anche quando commette atti moralmente cattivi. Tuttavia, le sue azioni possono perfezionare o deformare moralmente la sua vita.
Un uomo può possedere grandi capacità intellettuali e utilizzarle per il male. Un altro può avere una formazione limitata e vivere tuttavia con profonda carità e umiltà.
Nell’ordine morale, la santità non si misura dalla posizione sociale né dalla capacità intellettuale, ma dall’unione con Dio e dalla crescita nelle virtù.
Per questo motivo, la gerarchia ontologica non deve essere utilizzata per stabilire privilegi umani né per giustificare il dominio di alcuni sugli altri.
L’autorità legittima, secondo la dottrina cristiana, deve essere ordinata al servizio del bene comune.
Cristo stesso insegnò ai suoi discepoli:
«Chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore» (Matteo 20,26).
La vera grandezza umana non consiste nell’imporsi sugli altri, ma nel vivere secondo l’ordine del bene.
8. La grazia: l’uomo è chiamato a un destino superiore alla propria natura
Finora abbiamo parlato principalmente dell’ordine naturale della creazione. Ma la fede cattolica ci rivela qualcosa di ancora più profondo.
L’uomo non è stato creato soltanto per vivere, sviluppare le proprie facoltà naturali e scomparire.
È stato chiamato a partecipare alla vita soprannaturale di Dio.
Questa realtà è conosciuta come grazia santificante.
La grazia non distrugge la natura umana né la sostituisce con un’altra. La eleva, la risana e la rende capace di partecipare alla vita divina.
San Pietro esprime questa vocazione in modo straordinario:
«Affinché diventiate partecipi della natura divina» (2 Pietro 1,4).
Questa partecipazione non significa che l’uomo diventi Dio per essenza, né che scompaia la distinzione tra il Creatore e la creatura.
Significa che Dio, per pura generosità, comunica all’uomo una partecipazione soprannaturale alla propria vita.
Il Catechismo spiega questa dottrina al numero 1997:
«La grazia è una partecipazione alla vita di Dio».
Qui appare una distinzione fondamentale per comprendere la visione cattolica dell’essere.
Una cosa è la perfezione che appartiene a una natura in virtù di ciò che essa è; un’altra è l’elevazione soprannaturale che Dio concede gratuitamente.
L’uomo non può raggiungere la visione beatifica con le proprie forze. Nessuno sforzo intellettuale, morale o scientifico può produrre da solo l’unione soprannaturale con Dio.
È un dono della grazia.
Perciò, il fine ultimo dell’esistenza umana non consiste semplicemente nel raggiungere il massimo sviluppo delle capacità naturali, ma nell’arrivare alla comunione eterna con Dio.
Questa è la vocazione per la quale siamo stati creati.
9. Gesù Cristo: il centro di tutta la creazione e della storia
La gerarchia ontologica raggiunge il suo significato definitivo quando la contempliamo alla luce di Gesù Cristo.
Il cristianesimo non presenta un universo il cui ordine termina nell’uomo o negli angeli. Tutta la creazione trova in Cristo il proprio principio e il proprio fine.
San Paolo scrive:
«Perché in lui sono state create tutte le cose: quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili» (Colossesi 1,16).
E aggiunge:
«Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Colossesi 1,16).
Cristo non è una creatura in più all’interno della gerarchia. È il Figlio eterno di Dio, la Seconda Persona della Santissima Trinità, consustanziale al Padre.
Nell’Incarnazione, il Verbo ha assunto una vera natura umana senza cessare di essere Dio.
Per questo Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo.
La sua umanità non trasforma la sua Persona divina in una creatura, né divide Cristo in due persone. In Lui esistono due nature, divina e umana, unite nell’unica Persona del Verbo.
Questa dottrina fu definita solennemente nel Concilio di Calcedonia, celebrato nell’anno 451.
L’Incarnazione rivela qualcosa di straordinario: Dio non disprezza la creazione, ma ha voluto assumere la nostra natura umana.
Il corpo umano, lungi dall’essere una realtà indegna o spregevole, è stato elevato a una dignità incomparabile attraverso il mistero dell’Incarnazione.
E mediante la Risurrezione, Cristo inaugura la nuova creazione.
Il Catechismo, al numero 349, spiega che la prima creazione trova il suo significato e il suo compimento nella nuova creazione inaugurata dalla Risurrezione di Cristo.
Per questo motivo, la gerarchia ontologica non deve essere intesa come una semplice classificazione filosofica. Il suo significato ultimo è cristologico.
Tutto procede da Dio, tutto sussiste per la sua potenza e tutto è chiamato a trovare in Cristo il proprio compimento.
10. La gerarchia ontologica di fronte alla mentalità contemporanea
La comprensione cristiana della gerarchia ontologica ha un’importanza particolare nella nostra epoca, perché molte correnti culturali hanno indebolito l’idea che nella realtà esista un ordine oggettivo.
In alcuni orientamenti contemporanei si tende a ridurre tutte le differenze a costruzioni soggettive, convenzioni sociali o semplici rapporti di potere.
Dal punto di vista cattolico, tuttavia, la realtà possiede una struttura che non dipende esclusivamente da ciò che l’uomo pensa al riguardo.
La natura umana non è un’invenzione culturale. La differenza tra un animale e una persona non è una semplice convenzione. Neppure il bene e il male dipendono esclusivamente dalle preferenze individuali.
La ragione umana può scoprire aspetti di quest’ordine perché partecipa di una capacità intellettuale che le permette di conoscere la verità.
Questa questione ha diverse conseguenze importanti.
10.1. Contro il materialismo: l’uomo è più della materia
Il materialismo filosofico, nelle sue diverse formulazioni, sostiene che la realtà si spiega fondamentalmente attraverso la materia e i suoi processi.
La visione cristiana, senza negare l’importanza delle scienze naturali, afferma che la realtà non può essere ridotta alla dimensione materiale.
L’uomo possiede una dimensione spirituale che non può essere adeguatamente spiegata come una semplice somma di processi fisici.
L’intelligenza umana non si limita a reagire agli stimoli. Può conoscere verità universali, riflettere sul bene, formulare giudizi morali e interrogarsi sul significato della propria esistenza.
Può anche riconoscere che determinate azioni sono buone o cattive, persino quando le loro conseguenze immediate sembrano sfavorevoli.
La fede cattolica sostiene che l’anima spirituale è creata direttamente da Dio ed è immortale. Il Catechismo lo spiega al numero 366.
Questa verità ha conseguenze decisive per la nostra concezione della morte, della responsabilità morale e del destino eterno dell’uomo.
Se l’essere umano fosse esclusivamente materia, la sua esistenza sarebbe ridotta a un processo biologico temporaneo. Ma se possiede un’anima spirituale immortale, la sua vita ha una dimensione che trascende la morte corporale.
10.2. Contro il transumanesimo: la dignità umana non dipende dalla perfezione tecnica
Lo sviluppo scientifico e tecnologico pone domande sempre più importanti sulla natura umana.
L’intelligenza artificiale, l’ingegneria genetica, le tecnologie di modificazione del corpo e le ricerche legate al prolungamento della vita ci obbligano a riflettere su che cosa significhi essere uomini.
La questione fondamentale non consiste nel rifiutare indiscriminatamente il progresso scientifico. La scienza e la tecnica possono apportare grandi benefici quando vengono messe al servizio della persona e del bene comune.
Il problema sorge quando la natura umana viene considerata una realtà difettosa che deve essere superata attraverso qualsiasi intervento tecnologico, oppure quando il valore di una persona viene identificato con le sue prestazioni, le sue capacità intellettuali o la sua perfezione fisica.
Dal punto di vista dell’antropologia cattolica, il corpo non è un oggetto del quale possiamo disporre senza limiti. Fa parte della nostra identità personale.
Il Catechismo, nei numeri 2288-2291, stabilisce principi morali relativi al rispetto della salute, dell’integrità corporea e della dignità della persona.
La tecnica deve essere al servizio dell’uomo, non l’uomo sottomesso a una concezione illimitata del progresso tecnologico.
Non abbiamo bisogno di diventare qualcosa di diverso da ciò che siamo per scoprire la nostra vera dignità: abbiamo bisogno di comprendere la nostra natura e orientarla verso il bene per il quale siamo stati creati.
10.3. Contro l’ecologismo disordinato: rispettare la creazione senza confondere le sue nature
La gerarchia ontologica ci permette anche di comprendere correttamente il rapporto tra l’uomo e il resto della creazione.
La Chiesa insegna che l’essere umano occupa una posizione singolare nel mondo visibile e che ha ricevuto una responsabilità speciale nei suoi confronti.
In Genesi 1,28 troviamo il comando di Dio all’uomo di dominare la terra ed esercitare autorità sugli esseri viventi.
Ma questo dominio non significa che possa distruggere, sfruttare o utilizzare irresponsabilmente tutto ciò che esiste.
Il Catechismo, nei numeri 2415-2418, spiega che il dominio umano sulla creazione è sottoposto a esigenze morali e che gli animali devono essere trattati con rispetto.
Bisogna evitare due errori opposti.
Il primo consiste nel considerare la natura una realtà priva di valore proprio, destinata esclusivamente a soddisfare i desideri umani.
Il secondo consiste nel collocare l’uomo come un elemento qualsiasi della natura, senza riconoscere la sua singolare dignità e responsabilità.
La visione cristiana mantiene entrambe le verità: l’uomo è superiore alle altre creature materiali per la sua natura razionale e spirituale, ma proprio per questo ha una responsabilità morale maggiore nei confronti del mondo che ha ricevuto.
Non siamo proprietari assoluti della creazione. Siamo amministratori responsabili davanti a Dio.
11. L’ordine della creazione e l’ordine morale
La gerarchia ontologica è anche collegata alla legge naturale.
Se ogni essere possiede una natura determinata, questa natura implica determinate inclinazioni e finalità proprie.
L’essere umano, mediante la ragione, può riconoscere alcuni beni fondamentali: conservare la vita, cercare la verità, vivere in società, formare una famiglia e orientare la propria esistenza verso Dio.
La morale cristiana non considera il bene e il male come semplici opinioni mutevoli.
Esiste una relazione tra ciò che l’uomo è e ciò che gli permette di raggiungere la propria vera perfezione.
Per esempio, l’intelligenza umana è ordinata alla verità. Quando una persona utilizza deliberatamente la propria intelligenza per ingannare, non agisce secondo il fine proprio di questa facoltà.
La volontà è ordinata al bene. Quando l’uomo sceglie volontariamente il male, disordina la propria condotta e danneggia la propria perfezione morale.
La libertà, pertanto, non consiste nel poter fare qualsiasi cosa senza restrizioni.
Consiste nell’avere la capacità di scegliere responsabilmente e orientare le proprie azioni verso il bene.
Il Catechismo, al numero 1954, presenta la legge naturale come partecipazione della creatura razionale alla legge eterna.
Questa dottrina permette di comprendere che la morale non è un’imposizione arbitraria della religione, ma possiede fondamenti legati alla stessa natura umana.
Il peccato, da questa prospettiva, può essere compreso anche come una rottura dell’ordine dovuto: l’uomo colloca i beni inferiori al di sopra di quelli superiori, oppure utilizza in modo disordinato ciò che dovrebbe condurlo verso il suo vero fine.
Un esempio quotidiano è il rapporto con i beni materiali.
Il denaro è un bene strumentale, ma non può diventare il fine ultimo dell’esistenza. Il piacere ha il suo posto legittimo, ma non può occupare il posto della virtù. Il riconoscimento sociale può essere piacevole, ma non deve sostituire la ricerca della verità e della santità.
Quando i beni inferiori occupano il posto di quelli superiori, l’uomo perde l’orientamento della propria vita.
12. Come vivere secondo l’ordine dell’essere?
La gerarchia ontologica non è soltanto una teoria filosofica. Può diventare anche un orientamento pratico per la vita spirituale.
Comprendere che nella creazione esiste un ordine ci invita a ordinare la nostra stessa esistenza.
12.1. Mettere Dio al primo posto
Se Dio è il fondamento di tutto ciò che esiste e il fine ultimo della creazione, la nostra vita deve essere orientata verso di Lui.
Non possiamo costruire un’esistenza veramente ordinata se trasformiamo qualsiasi realtà temporale nel centro assoluto delle nostre decisioni.
Il lavoro, la famiglia, le responsabilità, i progetti e i beni materiali hanno tutti la loro importanza, ma nessuno può sostituire Dio.
Cristo lo esprime chiaramente:
«Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia» (Matteo 6,33).
Questo significa restituire il giusto posto alla preghiera, alla partecipazione alla Santa Messa, alla ricezione dei sacramenti e alla formazione dottrinale.
Non si tratta di abbandonare le nostre responsabilità terrene, ma di viverle da una prospettiva soprannaturale.
12.2. Ordinare le nostre passioni attraverso la virtù
L’uomo non è soltanto intelligenza e volontà. Possiede anche passioni, desideri, emozioni e inclinazioni sensibili.
Queste realtà non sono cattive in se stesse. Fanno parte della natura umana.
Tuttavia, hanno bisogno di essere ordinate dalla ragione e orientate verso il bene.
La temperanza, la fortezza, la giustizia e la prudenza permettono all’uomo di vivere secondo la propria natura razionale.
Una persona dominata dai propri impulsi perde progressivamente il dominio di sé.
Al contrario, chi impara a ordinare i propri desideri attraverso la virtù raggiunge una libertà più profonda.
La tradizione spirituale cristiana ha sempre attribuito grande importanza a questa formazione interiore.
Il digiuno, la mortificazione, la preghiera e l’esame di coscienza non sono pratiche destinate a disprezzare il corpo, ma mezzi per educare i desideri e orientare la vita verso Dio.
12.3. Recuperare l’ordine all’interno della famiglia
La famiglia è un altro ambito nel quale si manifesta l’importanza dell’ordine naturale.
La dottrina cattolica considera il matrimonio come una comunità di vita e di amore tra l’uomo e la donna, fondata sulla loro reciproca donazione e aperta alla trasmissione della vita.
L’autorità dei genitori non deve essere intesa come un esercizio arbitrario del potere, ma come una responsabilità orientata all’educazione e al bene dei figli.
I figli, da parte loro, sono chiamati a onorare e rispettare i propri genitori.
Il quarto comandamento esprime questa relazione fondamentale.
Una famiglia ha bisogno di ordine, responsabilità, autorità legittima, sacrificio e amore. Quando ogni membro comprende i propri doveri e li vive con generosità, la convivenza familiare si rafforza.
La gerarchia non deve diventare una scusa per la tirannia, ma una struttura di servizio e responsabilità.
12.4. Recuperare il silenzio e la contemplazione
La mentalità contemporanea tende spesso a identificare il valore di una persona con la sua attività, la sua produttività e la quantità di informazioni che consuma.
Tuttavia, l’uomo ha bisogno di qualcosa di più che produrre e ricevere stimoli.
Ha bisogno di contemplare.
Contemplare significa fermarsi davanti alla realtà, riconoscerne il significato ed elevare l’intelligenza verso la verità.
La bellezza di un paesaggio, la lettura della Sacra Scrittura, il silenzio davanti al Santissimo Sacramento o la contemplazione della natura possono diventare occasioni per riconoscere la presenza e la grandezza del Creatore.
Il Salmo 19 comincia con un’affermazione straordinaria:
«I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annuncia il firmamento» (Salmo 19,2).
L’universo può diventare un invito permanente all’adorazione.
Non perché la natura sia Dio, ma perché le sue perfezioni ci rimandano al suo Autore.
12.5. Comprendere che il nostro obiettivo non è dominare, ma raggiungere la santità
Infine, la gerarchia ontologica ci ricorda che la vera grandezza dell’uomo non consiste nell’accumulare potere, conoscenza o ricchezze.
Consiste nel raggiungere la pienezza per la quale è stato creato.
La santità non significa acquisire una natura diversa da quella umana, ma permettere alla grazia di trasformare la nostra vita e di conformarci a Gesù Cristo.
L’uomo che vive nel peccato può possedere grandi capacità naturali e tuttavia trovarsi spiritualmente disordinato.
Al contrario, una persona semplice, che vive umilmente la carità, può trovarsi molto più vicina al fine soprannaturale per il quale Dio l’ha creata.
La santità costituisce, in questo senso, la vera pienezza della vita cristiana.
13. Una creazione ordinata che trova il proprio compimento in Dio
La gerarchia ontologica dell’essere ci offre una visione straordinariamente ricca della realtà.
Ci insegna che l’esistenza è un dono, che la creazione possiede un ordine oggettivo e che ogni creatura manifesta, secondo la propria natura e le proprie capacità, qualche perfezione che proviene da Dio.
Dalla materia inanimata agli esseri spirituali, troviamo differenti gradi di perfezione. L’uomo occupa un posto singolare nel mondo visibile perché è stato creato a immagine di Dio e possiede un’anima spirituale immortale.
Gli angeli manifestano la ricchezza del mondo invisibile, mentre Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, costituisce il centro di tutta la creazione e della storia della salvezza.
Ma questa visione ci ricorda anche che non dobbiamo confondere l’ordine naturale con quello soprannaturale, la perfezione ontologica con la dignità morale, né le differenze tra le creature con una presunta disuguaglianza di dignità tra gli esseri umani.
Tutto proviene da Dio e tutto è chiamato a glorificarlo.
La creazione non è una realtà caotica né un insieme di elementi privi di finalità. È un’opera della sapienza divina la cui diversità riflette, in modo limitato, la ricchezza infinita del suo Creatore.
San Paolo riassume questa verità con parole che contengono una delle affermazioni più profonde di tutta la teologia cristiana:
«Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen» (Romani 11,36).
Questa è, in definitiva, la chiave per comprendere la gerarchia ontologica: Dio è il principio di ogni essere, il fondamento di ogni perfezione e il fine ultimo di tutta la creazione.
L’uomo trova il proprio vero posto quando smette di considerarsi il padrone assoluto della realtà e riconosce umilmente di aver ricevuto da Dio la propria esistenza.
E quando comprende questa verità, comprende anche qualcosa di essenziale per la propria vita spirituale: non è stato creato per vivere voltando le spalle al suo Creatore, ma per conoscerlo, amarlo, servirlo e goderne eternamente.
Perché la più grande perfezione a cui l’uomo possa aspirare non consiste nell’innalzarsi al di sopra delle altre creature mediante il proprio potere, ma nel raggiungere, attraverso la grazia di Gesù Cristo, l’unione eterna con Dio.
Questo è il vero ordine dell’essere. E questo è anche il destino soprannaturale al quale siamo chiamati.
Fonti dottrinali e teologiche per approfondire
- Sacra Scrittura: Genesi 1-2; Esodo 3,14; Salmo 19; Salmo 104; Colossesi 1,15-20; Romani 11,33-36; Ebrei 1,1-14.
- Catechismo della Chiesa Cattolica: numeri 295-301 (la creazione); 328-336 (gli angeli); 337-354 (il mondo visibile e la gerarchia delle creature); 355-368 (l’uomo); 1954-1960 (la legge naturale); 1996-2005 (la grazia); 2415-2418 (il rispetto della creazione).
- San Tommaso d’Aquino: Somma Teologica, Prima Parte, questioni 3, 44, 47, 50-64, 75-76 e 90-93.
- Pseudo-Dionigi Areopagita: La gerarchia celeste, opera fondamentale per comprendere lo sviluppo storico della dottrina teologica riguardante gli ordini angelici.
- Concilio di Calcedonia (451): definizione cristologica riguardante l’unità della Persona e le due nature di Gesù Cristo.