Viviamo in un’epoca affascinata dalla possibilità di trasformare l’essere umano. La medicina può sostituire organi, correggere malattie genetiche, impiantare dispositivi elettronici nel corpo umano, prolungare considerevolmente la vita e modificare determinate funzioni biologiche. L’intelligenza artificiale comincia a essere integrata in attività che fino a poco tempo fa sembravano riservate esclusivamente all’uomo. L’ingegneria genetica permette di intervenire sul DNA. Le neurotecnologie cercano di collegare il cervello alle macchine. La robotica sviluppa protesi sempre più sofisticate. E alcuni ricercatori, filosofi e imprenditori parlano già di superare i limiti biologici della nostra specie.
In questo contesto è nata una corrente di pensiero chiamata transumanesimo.
In termini generali, il transumanesimo sostiene che l’uomo non debba necessariamente accettare passivamente i propri attuali limiti biologici. L’invecchiamento, la malattia, alcune disabilità, il deterioramento fisico e persino — nelle sue forme più radicali — la morte vengono considerati problemi che potrebbero essere risolti attraverso la scienza e la tecnologia.
A prima vista, alcuni di questi obiettivi possono sembrare profondamente umani. Chi potrebbe essere contrario alla cura di una malattia? Chi sceglierebbe volontariamente di mantenere una disabilità che può essere trattata? Chi non sarebbe grato per una medicina capace di alleviare il dolore?
La Chiesa cattolica non è contraria alla scienza, alla medicina o al progresso tecnologico. Al contrario, la tradizione cristiana ha sempre riconosciuto il valore della ragione umana e la sua capacità di conoscere, ordinare e trasformare il mondo.
Il problema nasce quando la tecnologia non viene più considerata uno strumento al servizio della persona, ma diventa una filosofia su ciò che l’uomo è e su ciò che dovrebbe diventare.
A quel punto la questione non è più soltanto scientifica.
Diventa una questione antropologica.
E, in ultima analisi, una questione teologica.
Perché dietro la domanda: «Che cosa possiamo fare dell’uomo?» se ne nasconde un’altra, molto più profonda:
«Chi è l’uomo?»
E dietro questa domanda ne appare un’altra ancora più fondamentale:
«Chi possiede l’autorità di decidere che cosa l’uomo dovrebbe essere?»
La risposta cristiana comincia proprio qui: l’uomo non si è creato da solo.
È una creatura.
Ed essere creatura non significa essere inferiore, disprezzabile o incapace. Significa che la nostra esistenza è un dono ricevuto da Dio, che la nostra natura possiede un ordine oggettivo e che la nostra perfezione non consiste nel trasformarci nei nostri stessi dèi.
1. Il grande problema del transumanesimo: non ogni limite è un’ingiustizia
Una delle intuizioni fondamentali del transumanesimo consiste nell’interpretare molti limiti umani come difetti che dovrebbero essere eliminati.
Alcune limitazioni sono effettivamente conseguenze del peccato, della malattia o dell’attuale disordine di un mondo decaduto. Combatterle è un’opera profondamente umana e compatibile con la fede cristiana.
Ma qui appare una distinzione decisiva.
Non ogni limite umano è necessariamente un difetto che deve essere eliminato.
L’uomo è limitato perché è una creatura.
Non siamo onniscienti.
Non siamo onnipotenti.
Non siamo immortali per natura.
Non possiamo essere contemporaneamente ovunque.
Non possiamo controllare completamente il nostro corpo.
Non possiamo impedire tutte le malattie.
Non possiamo impedire indefinitamente l’invecchiamento.
Non possiamo sfuggire alla morte con le nostre sole forze.
Queste caratteristiche non sono necessariamente casualità che la tecnologia dovrebbe eliminare.
Alcune appartengono precisamente alla nostra esistenza creaturale.
Il cristianesimo comincia dal riconoscimento di una verità che la mentalità moderna fatica ad accettare:
l’uomo non è Dio.
Il libro della Genesi presenta questa verità già nelle prime pagine della Sacra Scrittura. Dio crea l’uomo non come un essere autonomo e autosufficiente, ma come una creatura che dipende dal suo Creatore.
«Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza”» (Gen 1,26).
L’uomo possiede una dignità straordinaria perché è stato creato a immagine di Dio.
Ma proprio per questo la sua dignità non deriva dal fatto che egli si sia creato da solo.
Siamo degni perché Dio ci ha voluti.
Qui appare una differenza fondamentale tra l’antropologia cristiana e alcune forme di transumanesimo.
Per il cristianesimo, la dignità precede la nostra capacità tecnologica.
Per alcune correnti transumaniste, invece, esiste il rischio che la dignità finisca per essere legata alla capacità di modificare, migliorare o ampliare le proprie capacità.
Allora nasce una domanda inquietante:
Che cosa accade all’uomo che non può migliorarsi?
Se la società cominciasse a valutare gli esseri umani in base alla loro capacità cognitiva, alla loro prestazione biologica, alla durata della loro vita, alla loro produttività o al loro livello di ottimizzazione tecnologica, l’uomo vulnerabile potrebbe finire per essere considerato un essere inferiore.
L’anziano.
Il malato.
La persona con disabilità.
L’embrione.
Il povero.
La persona che non può permettersi determinate tecnologie.
La persona che semplicemente desidera rimanere così com’è.
La logica cristiana funziona esattamente al contrario.
L’uomo più debole non possiede meno dignità.
Proprio perché la sua dignità non dipende dalla sua capacità produttiva.
2. Dall’orgoglio di Babele al sogno tecnologico contemporaneo
La tentazione di superare i limiti umani attraverso la conoscenza e il potere non è iniziata con i computer, l’intelligenza artificiale o l’ingegneria genetica.
È molto più antica.
La troviamo simbolicamente nel racconto della Torre di Babele:
«Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo» (Gen 11,4).
Babele rappresenta, tra le altre cose, la pretesa umana di raggiungere con le proprie forze ciò che appartiene a Dio.
Il problema non è costruire.
Il problema non è utilizzare la ragione.
Il problema non è sviluppare la tecnologia.
Il problema consiste nel trasformare la capacità tecnica in una forma di autosufficienza spirituale.
L’uomo può costruire una torre.
Ma non può costruire se stesso per diventare Dio.
Questa distinzione è essenziale.
La Bibbia non presenta il lavoro umano come qualcosa di malvagio. Già nella Genesi l’uomo riceve il compito di coltivare e custodire la creazione. La ragione umana partecipa, in modo limitato, all’azione ordinatrice della Provvidenza sul mondo.
La tecnologia può essere buona.
La medicina può essere buona.
La chirurgia può essere buona.
La ricerca genetica può essere buona.
L’intelligenza artificiale può avere applicazioni utili.
La questione morale non consiste mai semplicemente nel chiedere:
«Possiamo farlo?»
La domanda corretta è:
«Dobbiamo farlo?»
E ancora più profondamente:
«Rispetta ciò che l’uomo è?»
Perché la possibilità tecnica non crea automaticamente un diritto morale.
Il fatto che qualcosa possa essere realizzato non significa necessariamente che debba essere realizzato.
3. La tecnologia è uno strumento; non deve diventare il padrone
La tradizione cristiana considera la creazione come qualcosa affidato all’uomo.
L’uomo riceve la ragione per conoscere.
Riceve la volontà per scegliere.
Riceve le mani per lavorare.
Riceve la creatività per costruire.
Ma nessuna di queste capacità rende l’uomo proprietario assoluto della realtà.
L’uomo è amministratore.
Non è il padrone assoluto.
Questa distinzione ha conseguenze profonde.
Un medico che utilizza una protesi per restituire a una persona la capacità di camminare utilizza la tecnologia per ripristinare una funzione fisica.
Un chirurgo che sostituisce una valvola cardiaca tratta una malattia.
Una terapia genica che corregge una patologia può rappresentare un risultato straordinario della medicina.
Ma è completamente diverso affermare:
«Poiché possiamo intervenire tecnicamente sull’organismo umano, possiamo ridisegnare liberamente la natura umana secondo i nostri desideri».
Qui si verifica un salto filosofico che l’antropologia cristiana non può accettare.
Curare non è la stessa cosa che ridisegnare.
Ripristinare non è la stessa cosa che fabbricare.
Sostenere non è la stessa cosa che dominare.
Migliorare una funzione malata non significa necessariamente creare una nuova natura umana.
Tradizionalmente la medicina cerca di curare i malati.
Il transumanesimo, nelle sue forme più radicali, può arrivare invece a perseguire la creazione di un altro tipo di essere umano.
E questa distinzione è fondamentale.
4. Che cosa significa che l’uomo possiede una natura?
L’antropologia cristiana afferma che l’uomo possiede una natura.
Questa affermazione può sembrare strana in un’epoca nella quale sentiamo parlare continuamente di identità, autonomia e autodeterminazione.
Ma essa costituisce uno dei fondamenti della morale cristiana.
L’uomo non è materia completamente neutra sulla quale ogni individuo potrebbe scrivere qualsiasi progetto desideri.
Non siamo un prodotto finito che abbiamo fabbricato noi stessi.
Siamo un’unità di corpo e anima.
La tradizione filosofica e teologica cristiana, in particolare attraverso san Tommaso d’Aquino, insegna che l’anima spirituale è la forma del corpo umano.
Per questo il corpo non è semplicemente un contenitore casuale dell’«io».
Il corpo appartiene a ciò che siamo.
Questa verità assume un’importanza straordinaria davanti ad alcune concezioni contemporanee che tendono a separare radicalmente l’identità personale dal corpo.
La visione cristiana non disprezza il corpo.
Al contrario.
Il corpo appartiene alla persona.
E proprio per questo merita rispetto.
Ma rispettare il corpo non significa trasformarlo in un oggetto che può essere manipolato senza limiti.
Il corpo umano possiede una struttura e una finalità.
Possiede un ordine.
E la morale cristiana riconosce che esiste una differenza tra rispettare tale ordine e tentare arbitrariamente di abolirlo.
5. Il peccato originale: la ferita che il transumanesimo non può guarire
Qui arriviamo al cuore teologico della questione.
Perché l’antropologia cristiana considera insufficiente qualsiasi progetto che cerchi di salvare l’uomo esclusivamente attraverso la tecnologia?
Perché il problema principale dell’uomo non è tecnologico.
È spirituale.
L’umanità non ha bisogno soltanto di macchine migliori.
Ha bisogno della redenzione.
Il libro della Genesi presenta la caduta proprio sotto il segno del tentativo di emanciparsi da Dio:
«Sarete come Dio» (Gen 3,5).
Questa frase è una delle chiavi per comprendere la storia dell’umanità.
Il peccato originale non consiste semplicemente nel mangiare un frutto proibito.
È una ribellione contro l’ordine stabilito da Dio.
L’uomo vuole decidere autonomamente il bene e il male.
Vuole smettere di ricevere la propria esistenza come un dono.
Vuole diventare il criterio ultimo della realtà.
In altre parole:
vuole essere indipendente da Dio.
Questa tentazione continua a esistere.
E può assumere forme religiose, politiche, filosofiche o tecnologiche.
Il transumanesimo radicale può diventare una manifestazione moderna di un’antica tentazione: la ricerca di una salvezza creata dall’uomo stesso.
Un tempo si cercava l’immortalità attraverso i miti.
Poi attraverso le filosofie.
Oggi si può cercarla attraverso la biotecnologia, l’intelligenza artificiale, la crioconservazione, la manipolazione genetica o la connessione tra cervello e macchina.
Il linguaggio cambia.
La tentazione rimane.
6. Il peccato originale non significa che l’uomo sia naturalmente cattivo
È necessaria qui un’importante precisazione.
La dottrina del peccato originale non insegna che l’uomo sia fondamentalmente una creatura malvagia.
La Chiesa insegna esattamente il contrario.
Dio ha creato l’uomo buono.
«Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31).
Il peccato originale ha introdotto una profonda ferita nella natura umana.
Non ha distrutto completamente la natura.
Ma l’ha lasciata ferita.
La ragione è oscurata.
La volontà è indebolita.
Le passioni sono disordinate.
Rimane l’inclinazione al peccato.
La morte è entrata nell’esistenza umana.
Per questo l’uomo sperimenta dentro di sé una contraddizione che nessuna tecnologia può risolvere completamente.
San Paolo esprime questa esperienza con straordinaria forza:
«Infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Rm 7,19).
Possiamo sviluppare tecnologie straordinarie e continuare a essere capaci di odio.
Possiamo prolungare la vita e continuare a essere egoisti.
Possiamo ampliare la memoria e continuare a essere superbi.
Possiamo aumentare le capacità cognitive e continuare a essere incapaci di amare veramente.
Possiamo costruire macchine sempre più intelligenti e continuare a essere incapaci di rendere più santo il cuore umano.
Qui appare una verità fondamentale:
il progresso tecnico non equivale automaticamente al progresso morale.
7. L’uomo può cambiare molte cose senza cambiare il proprio cuore
La storia moderna mostra questo paradosso.
L’umanità ha raggiunto progressi scientifici straordinari.
Ma la conoscenza scientifica non ha eliminato la guerra.
La tecnologia non ha eliminato l’ingiustizia.
La comunicazione istantanea non ha eliminato la solitudine.
I social network non hanno eliminato l’isolamento.
La medicina avanzata non ha eliminato la paura della morte.
Il benessere materiale non ha eliminato l’angoscia.
L’istruzione non ha eliminato il male.
Questo dimostra che il problema umano non può essere ridotto a una questione di capacità.
L’uomo non deve soltanto poter fare di più.
Deve imparare ad amare meglio.
E questo cambia completamente la prospettiva.
Un uomo può possedere una memoria straordinaria e usarla per ingannare.
Può possedere un’intelligenza straordinaria e usarla per manipolare.
Può possedere una forza fisica superiore e usarla per dominare gli altri.
Può possedere strumenti tecnologici straordinari e usarli per distruggere.
La domanda cristiana, dunque, non è:
«Come rendere l’uomo più potente?»
Ma:
«Come rendere l’uomo migliore?»
E la risposta cristiana non è una tecnologia.
È la grazia.
8. La vera trasformazione cristiana
Questo è particolarmente interessante perché anche il cristianesimo parla di una radicale trasformazione dell’uomo.
Ma non si tratta della trasformazione transumanista.
San Paolo scrive:
«Lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare» (Rm 12,2).
La trasformazione cristiana comincia dall’interno.
Non consiste nel sostituire il corpo umano con una macchina.
Consiste nel permettere alla grazia di guarire ed elevare l’uomo.
Non cerca di fabbricare un «superuomo».
Cerca di trasformare il peccatore in un santo.
La differenza è enorme.
Il transumanesimo cerca di superare la condizione umana attraverso il potere tecnologico.
Il cristianesimo cerca di permettere all’uomo, attraverso la grazia di Dio, di raggiungere la sua vera pienezza.
Il transumanesimo può sognare di superare la morte attraverso la biologia.
Il cristianesimo annuncia la risurrezione della carne.
Il transumanesimo può cercare un’umanità tecnologicamente potenziata.
Il cristianesimo annuncia un’umanità redenta e glorificata.
E qui incontriamo uno degli aspetti più belli della fede cristiana.
La risposta di Dio al problema dell’uomo non consiste nel distruggere la natura umana, ma nell’assumerla, guarirla ed elevarla.
9. L’Incarnazione distrugge il falso contrasto tra corpo e spirito
Il centro del cristianesimo è l’Incarnazione.
«E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).
Questa affermazione possiede conseguenze antropologiche enormi.
Dio non salva l’uomo disprezzando il suo corpo.
Il Figlio di Dio ha assunto una vera natura umana.
È nato.
È cresciuto.
Ha lavorato.
Ha avuto fame.
Ha avuto sete.
Si è stancato.
Ha pianto.
Ha sofferto.
È morto.
Ed è risorto corporalmente.
La materia non è cattiva.
Il corpo non è una prigione dalla quale dovremmo fuggire.
La creazione non è un errore che dovremmo correggere attraverso una tecnologia superiore.
La creazione è buona perché viene da Dio.
Ma è ferita dal peccato e attende la sua restaurazione definitiva.
Per questo la speranza cristiana non consiste nell’abbandonare il corpo.
Consiste nella risurrezione della carne.
Il Credo non dice semplicemente: «Credo nell’immortalità dell’anima».
La fede cattolica proclama:
«Credo nella risurrezione della carne».
Questa verità è profondamente controcorrente.
Il cristianesimo non promette di trasformarci in esseri digitali.
Non promette un’eternità prodotta in laboratorio.
Promette qualcosa di infinitamente più grande:
che Dio stesso risusciterà l’uomo.
10. La differenza tra immortalità tecnologica e vita eterna
Questo punto merita particolare attenzione.
Supponiamo, ipoteticamente, che la scienza possa un giorno prolungare la vita umana per centinaia di anni.
Sarebbe qualcosa di straordinario.
Ma non risolverebbe il problema fondamentale.
Perché una vita indefinitamente prolungata non sarebbe ancora la vita eterna cristiana.
La vita eterna non consiste semplicemente nell’avere più tempo.
Consiste nel partecipare alla vita di Dio.
Gesù Cristo dice:
«Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3).
L’eternità cristiana non è semplicemente una durata infinita.
È comunione con Dio.
Per questo nessuna tecnologia può produrla.
Possiamo modificare i tessuti.
Possiamo sostituire gli organi.
Possiamo modificare i geni.
Possiamo migliorare determinate capacità.
Ma non possiamo produrre la grazia santificante.
Non possiamo produrre la filiazione divina.
Non possiamo produrre la visione beatifica.
Non possiamo produrre il cielo.
La salvezza non è un prodotto tecnologico.
È un dono di Dio.
11. La tecnologia può diventare una nuova forma di idolatria
L’idolatria non consiste soltanto nell’inginocchiarsi davanti a una statua.
Può consistere anche nell’attribuire a una creatura ciò che appartiene soltanto a Dio.
La tecnologia è una creazione umana.
È frutto della ragione che Dio ha dato all’uomo.
Ma quando la tecnologia riceve una fiducia assoluta, può diventare un idolo.
Questo accade quando ci aspettiamo da essa ciò che soltanto Dio può dare.
Quando ci aspettiamo che elimini ogni malattia.
Ogni sofferenza.
La morte.
Che determini il bene e il male.
Che risolva la solitudine.
Che dia senso alla vita.
Che decida chi può vivere.
Che stabilisca che cosa significhi essere uomo.
A quel punto la tecnologia smette di essere uno strumento.
Diventa una sorta di salvatore secolare.
E la storia dell’umanità conosce abbastanza bene i pericoli dei falsi salvatori.
12. Il paradosso di voler superare la morte senza accettare la vita come dono
Esiste anche una profonda contraddizione spirituale.
L’uomo moderno può considerare la morte un’assurdità assoluta e contemporaneamente cercare di eliminarla attraverso la tecnologia.
La fede cristiana insegna invece che la morte è realmente un nemico, anche se non possiede l’ultima parola.
San Paolo dice:
«L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte» (1 Cor 15,26).
Il cristianesimo non glorifica la morte.
Cristo stesso pianse davanti alla tomba di Lazzaro.
La Chiesa accompagna i malati.
Prega per i morenti.
Amministra l’Unzione degli infermi.
Incoraggia la medicina.
Difende la vita.
Ma non promette che la medicina possa trasformare la nostra esistenza terrena in un’esistenza indefinitamente prolungata.
La morte ricorda all’uomo che non è Dio.
E proprio perché non siamo Dio, abbiamo bisogno di Dio.
13. Invecchiamento: nemico assoluto o richiamo alla speranza?
Una delle speranze del transumanesimo consiste nel sconfiggere l’invecchiamento.
Dal punto di vista medico è legittimo e desiderabile combattere le malattie legate all’età.
Ma dal punto di vista dell’antropologia cristiana dobbiamo distinguere tra il trattamento della malattia e la considerazione fondamentale della mortalità umana come un errore che la tecnologia dovrebbe eliminare.
La vecchiaia possiede anche una dimensione spirituale.
L’anziano ricorda alla società che l’uomo non possiede valore in base alla sua produttività.
Ricorda che la vita umana non può essere misurata esclusivamente in termini economici.
Ricorda che abbiamo bisogno gli uni degli altri.
E ci ricorda qualcosa che la nostra cultura cerca di nascondere:
siamo mortali.
Questa consapevolezza può essere profondamente salutare.
La morte non deve diventare un’ossessione, ma la consapevolezza della nostra mortalità può aiutarci a ordinare la nostra vita.
«Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (Sal 90,12).
14. La tecnologia può alleviare la sofferenza, ma non può spiegarne il significato
Un’altra differenza fondamentale riguarda la sofferenza.
La medicina deve combattere la sofferenza evitabile.
Il cristianesimo non insegna mai che dobbiamo cercare il dolore per il dolore.
Ma non afferma neppure che ogni sofferenza sia priva di senso.
Qui incontriamo uno dei grandi misteri della fede.
Cristo non ha immediatamente eliminato ogni sofferenza dal mondo.
È entrato nella sofferenza.
L’ha accolta.
L’ha redenta dall’interno.
La Croce è la risposta cristiana alla sofferenza.
Questo non significa che dobbiamo rifiutare i progressi medici.
Significa che la persona conserva la propria dignità anche quando la medicina non può guarire.
Ed è una verità fondamentale in una società che rischia di identificare la dignità con la salute, l’autonomia o la capacità produttiva.
Il cristianesimo proclama qualcosa di radicale:
l’uomo malato rimane pienamente uomo.
15. Che cosa accade quando la perfezione diventa un obbligo?
Il transumanesimo solleva anche un problema sociale.
Se determinate tecnologie possono aumentare le capacità umane, potrebbe sorgere una nuova forma di disuguaglianza.
Immaginiamo una società nella quale diventano possibili determinati miglioramenti genetici, cognitivi o neurologici.
Saranno volontari?
Saranno accessibili a tutti?
I genitori potranno rifiutare determinati interventi sui propri figli?
Potrebbe arrivare il momento in cui qualcuno sarà considerato irresponsabile perché non ha «migliorato» tecnologicamente i propri figli?
Queste domande non appartengono esclusivamente alla fantascienza.
La logica dell’efficienza potrebbe infine generare una nuova forma di pressione sociale.
Un tempo si diceva alle persone:
«Dovete essere più ricche».
Poi:
«Dovete essere più produttive».
Ora potrebbe apparire un nuovo messaggio:
«Dovete essere biologicamente superiori».
L’umanità potrebbe allora creare una nuova aristocrazia: fondata non soltanto sulla ricchezza, ma anche sull’accesso alle tecnologie di miglioramento umano.
Il cristianesimo deve ricordarci sempre che nessuna capacità aggiuntiva crea maggiore dignità.
Un bambino con disabilità non possiede meno valore di un atleta.
Una persona anziana non possiede meno valore di una persona giovane.
Una persona malata non possiede meno valore di una persona sana.
Una persona con minori capacità intellettuali non possiede meno valore di uno scienziato.
La dignità non può essere acquistata.
Non può essere programmata.
Non può essere impiantata.
Non può essere scaricata.
Non può essere aumentata.
È ricevuta da Dio.
16. Il pericolo di un’umanità divisa tra «potenziati» e «non potenziati»
Se la logica transumanista dovesse radicalizzarsi, potrebbe nascere una distinzione tra esseri umani «potenziati» ed esseri umani «naturali».
Questo solleverebbe una grave questione morale.
Sarebbero ancora uguali?
Avrebbero gli stessi diritti?
Coloro che rifiutassero determinate tecnologie sarebbero considerati inferiori?
La capacità tecnologica diventerebbe un criterio di selezione sociale?
La storia ci insegna che le conseguenze possono essere devastanti quando una società comincia a classificare gli esseri umani in base al loro valore.
La dottrina cristiana offre un criterio radicalmente diverso:
ogni essere umano possiede una dignità inviolabile perché è stato creato a immagine di Dio.
Questa dignità non aumenta con l’intelligenza.
Non diminuisce a causa della malattia.
Non scompare con l’età.
Non dipende dall’autonomia.
Non dipende dalla produttività.
Non dipende dal livello di sviluppo tecnologico.
17. Il corpo come oggetto di consumo
Un altro pericolo consiste nel trasformare il corpo in un prodotto di consumo.
Oggi cambio i miei vestiti.
Domani cambio il mio corpo.
Oggi modifico il mio aspetto.
Domani modifico le mie capacità.
La logica del mercato può penetrare nella dimensione più intima della persona.
Il corpo smette di essere ricevuto come parte della propria identità e diventa una piattaforma configurabile.
L’antropologia cristiana insegna invece che io non sono semplicemente un utente che possiede un corpo.
Sono una persona corporea.
Il mio corpo appartiene al mio essere.
Questo non significa che ogni modificazione corporale sia moralmente inammissibile. Esistono interventi medici legittimi e trattamenti necessari.
Significa che il corpo non può essere considerato materia moralmente neutra, che possiamo manipolare arbitrariamente senza riferimento alla verità sulla persona.
18. La libertà non significa poter fare tutto
Qui appare un altro punto centrale.
Una delle parole più utilizzate nella nostra cultura è «libertà».
Ma la libertà cristiana non significa:
«Posso fare tutto ciò che voglio».
Significa:
«Sono capace di scegliere il bene».
Un uomo può essere tecnicamente straordinariamente libero e moralmente profondamente schiavo.
Può possedere infinite possibilità e tuttavia essere incapace di dominare le proprie passioni.
Può avere accesso a innumerevoli tecnologie e tuttavia non sapere perché vive.
Può controllare le macchine e non riuscire a controllare la propria ira.
Può modificare il proprio corpo e non sapere chi è.
La vera libertà richiede la verità.
Cristo dice:
«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,32).
Perciò la libertà umana ha bisogno di una verità sull’uomo.
Se non sappiamo che cos’è l’uomo, non possiamo sapere neppure che cosa significhi rispettarlo.
19. Il vero progresso: perfezionare la persona, non fabbricare un prodotto
La Chiesa non è chiamata a rifiutare ogni progresso.
È chiamata a discernere.
Il cristiano può gioire sinceramente dei progressi scientifici che curano le malattie, alleviano le sofferenze e aiutano le persone.
Ma deve ricordare che esiste una differenza tra:
progresso tecnico
e
progresso umano.
Il primo amplia le nostre capacità.
Il secondo migliora il modo in cui le utilizziamo.
Possiamo avere più tecnologia e meno sapienza.
Più informazioni e meno verità.
Più comunicazione e meno comunità.
Più possibilità di intervento e meno prudenza.
Più potere e meno virtù.
Per questo la domanda autenticamente cristiana davanti al progresso scientifico non è:
«Dobbiamo fermare il progresso?»
Ma:
«Quale tipo di progresso vogliamo?»
20. La virtù della prudenza davanti al fascino tecnologico
La tradizione cattolica offre uno strumento straordinario per valutare queste questioni: la prudenza.
La prudenza non è paura.
Non è rifiuto irrazionale del nuovo.
Non significa tornare al passato.
La prudenza significa riflettere correttamente su come raggiungere un vero bene.
Davanti a una nuova tecnologia il cristiano dovrebbe chiedersi:
A che cosa serve?
A chi giova?
Chi potrebbe danneggiare?
Rispetta la dignità umana?
Rispetta l’integrità fisica?
Rispetta la vita?
Creerà nuove forme di disuguaglianza?
Favorisce la virtù o alimenta la vanità?
Aiuta l’uomo a compiere la propria vocazione o lo trasforma in un oggetto?
Promuove il servizio o il dominio?
Viene utilizzata per curare o per soddisfare un’ossessione di controllo?
Queste domande sono molto più importanti del fascino suscitato da una nuova tecnologia.
21. Il cristiano non deve avere paura della scienza
È importante dirlo chiaramente.
La fede cattolica non ha motivo di temere la scienza.
La scienza studia la creazione.
E la creazione appartiene a Dio.
Anche la ragione umana è un dono di Dio.
Per questo la ricerca scientifica può essere una forma di servizio al prossimo.
Un medico che studia una malattia cerca di alleviare la sofferenza.
Un ricercatore che sviluppa una terapia può compiere un’opera di misericordia.
Un ingegnere che sviluppa una protesi può restituire a una persona la propria autonomia.
Uno scienziato che studia una malattia genetica può aiutare molte famiglie.
Tutto questo può essere buono.
Il problema nasce quando la tecnologia perde l’umiltà e comincia a presentarsi come una filosofia completa della vita.
La scienza può dirci come funziona una realtà.
Ma da sola non può dirci quale sia il significato ultimo della nostra esistenza.
Può descrivere il cervello.
Non può dimostrare che l’uomo sia soltanto un cervello.
Può descrivere il DNA.
Non può ridurre la persona a una sequenza genetica.
Può misurare i processi neuronali.
Non può ridurre adeguatamente l’amore, la libertà, la coscienza morale e la dignità a semplici oggetti quantificabili senza perdere una parte essenziale della realtà umana.
22. Il mistero dell’anima umana
L’antropologia cristiana afferma che l’uomo possiede un’anima spirituale e immortale.
Questo significa che la persona non può essere ridotta alla materia.
Sebbene esistano correlazioni estremamente importanti tra attività cerebrale e pensiero, da ciò non deriva che il pensiero sia semplicemente una macchina biologica.
L’uomo possiede ragione e volontà.
Può conoscere la verità.
Può amare.
Può donarsi.
Può sacrificarsi per un altro.
Può riconoscere un obbligo morale anche quando nessuno lo osserva.
Può cercare Dio.
Queste dimensioni rimandano a una realtà che una prospettiva puramente meccanicistica non riesce a comprendere adeguatamente.
L’uomo, dunque, non è semplicemente una macchina estremamente complessa.
È una persona.
23. Una macchina può avere un’anima?
Questa domanda diventerà sempre più frequente.
L’intelligenza artificiale può generare testi, immagini, suoni e risposte straordinariamente sofisticate.
Ma produrre risposte intelligenti non significa necessariamente possedere un’intelligenza spirituale.
Una macchina può elaborare informazioni.
L’uomo conosce.
Una macchina può imitare il linguaggio.
L’uomo cerca la verità.
Una macchina può generare una risposta morale appropriata.
L’uomo sperimenta l’obbligo morale.
Una macchina può riprodurre espressioni di affetto.
L’uomo ama realmente.
La questione non può essere risolta semplicemente osservando il comportamento esteriore.
L’antropologia cristiana considera la persona umana portatrice di una dimensione spirituale che non può essere ridotta all’elaborazione delle informazioni.
Perciò sarebbe teologicamente errato pensare che possiamo trasferire la nostra anima in una macchina caricando su di essa una quantità sufficiente di informazioni.
L’anima umana non è un file.
La persona non è un software.
La risurrezione non è un backup.
24. Il sogno di «caricare» la coscienza
Alcune forme di transumanesimo immaginano che in futuro possa essere possibile copiare la struttura del cervello di una persona e trasferirla su un altro supporto.
Anche se una simile tecnologia potesse un giorno riprodurre determinati schemi neuronali con straordinaria precisione, rimarrebbe una domanda fondamentale:
Quella copia sarebbe davvero la stessa persona?
Dal punto di vista dell’antropologia cristiana, la persona non si identifica semplicemente con un insieme di dati.
L’identità personale possiede un’unità corporea e spirituale.
L’anima non può essere trasferita come un file.
La vita umana non è un programma informatico.
Per questo il cristianesimo offre una speranza infinitamente più profonda della «immortalità digitale».
Dio conosce ogni persona.
Dio non ha bisogno di copiarla.
Dio può risuscitarla.
25. Il mistero della risurrezione: la vera risposta cristiana al transumanesimo
La dottrina della risurrezione della carne è forse la risposta più profonda della Chiesa al sogno di sconfiggere tecnologicamente la morte.
San Paolo proclama:
«Si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale» (1 Cor 15,44).
La speranza cristiana non consiste nel fuggire dalla corporeità.
Consiste nel fatto che Dio condurrà il corpo umano a una pienezza che supera infinitamente ogni possibilità tecnologica.
Il corpo glorioso non sarà una macchina.
Non sarà una versione artificialmente migliorata.
Sarà il corpo umano trasformato dalla potenza di Dio.
Qui sta la differenza tra progetto tecnologico di auto-salvezza e redenzione cristiana.
Il primo dice:
«Ce la faremo a superare noi stessi».
Il secondo proclama:
«Dio ci salverà».
Il primo nasce dall’autosufficienza.
Il secondo dalla grazia.
26. Il pericolo spirituale dell’orgoglio tecnologico
La tecnologia può favorire una forma particolarmente sottile di orgoglio.
L’uomo moderno può arrivare a pensare:
«Se posso farlo, non devo accettare alcun limite».
Ma un limite non è sempre il nemico della libertà.
A volte manifesta la nostra condizione creaturale.
Un bambino deve ricevere.
Una persona malata ha bisogno di aiuto.
Un anziano ha bisogno di assistenza.
L’uomo ha bisogno di riposo.
Tutti abbiamo bisogno di perdono.
Tutti abbiamo bisogno di amare ed essere amati.
Tutti abbiamo bisogno di Dio.
La cultura dell’autosufficienza considera queste dipendenze come difetti.
L’antropologia cristiana può considerarle anche possibilità di comunione.
L’uomo non è stato creato per essere autosufficiente.
È stato creato per Dio e per gli altri.
27. La grazia non distrugge la natura: la perfeziona
Una delle grandi affermazioni della tradizione cattolica è che la grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona.
Questo è fondamentale.
La risposta cristiana al transumanesimo non consiste nel disprezzare la natura umana.
Consiste nel riconoscere che la natura umana possiede la propria perfezione e, oltre a ciò, è chiamata a un’elevazione soprannaturale.
L’uomo è creato per qualcosa di più grande di un’esistenza biologica indefinitamente prolungata.
È creato per Dio.
La vocazione umana supera infinitamente ogni progetto di miglioramento tecnologico.
Il fine dell’uomo non è diventare un essere tecnologicamente superiore.
È diventare, attraverso la grazia, figlio di Dio e partecipare alla sua vita.
28. La santità è il vero «perfezionamento» dell’uomo
Possiamo usare qui una formulazione provocatoria:
Anche la Chiesa crede nella perfezione dell’uomo.
Ma la chiama santità.
Un santo non è qualcuno biologicamente superiore.
È qualcuno la cui volontà si è conformata a Dio.
San Francesco d’Assisi non aveva bisogno di un’intelligenza potenziata.
Santa Teresa d’Avila non aveva bisogno di impianti neuronali.
San Giuseppe non aveva bisogno di prolungare artificialmente la propria vita.
I martiri non avevano bisogno di eliminare la sofferenza.
La grandezza cristiana non consiste nel possedere più potere.
Consiste nell’amare di più.
La santità è quindi una critica radicale all’ideale transumanista quando esso viene inteso come auto-superamento assoluto.
Il santo non dice:
«Mi renderò perfetto da solo».
Dice:
«Signore, rendimi santo».
29. Che cosa deve fare un cattolico davanti al transumanesimo?
Non basta criticare intellettualmente il transumanesimo.
Il cristiano deve vivere concretamente.
Innanzitutto deve avere un rapporto sano con la tecnologia.
Non demonizzarla.
Ma neppure idolatrarla.
Usarla.
Non servirla.
In secondo luogo deve riscoprire il senso di essere creatura.
Essere grato per la vita.
Grato per il corpo.
Grato per la salute.
Grato per la ragione.
Ma anche riconoscere i propri limiti.
In terzo luogo deve riscoprire la virtù della temperanza.
Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è necessario.
Non tutto ciò che è nuovo è migliore.
Non ogni comodità migliora la vita.
Non ogni ottimizzazione porta felicità.
In quarto luogo deve riscoprire la vita sacramentale.
Perché nessun dispositivo può conferire la grazia santificante.
Nessuna intelligenza artificiale può perdonare i peccati.
Nessuna tecnologia può consacrare l’Eucaristia.
Nessuna macchina può sostituire l’incontro soprannaturale con Cristo.
30. L’Eucaristia davanti al sogno dell’immortalità tecnologica
Qui esiste un contrasto profondamente bello.
Il transumanesimo sogna di conservare la vita.
La Chiesa offre all’uomo il Pane della vita.
Cristo dice:
«Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame» (Gv 6,35).
La tecnologia può tentare di prolungare la nostra esistenza biologica.
Cristo offre la vita eterna.
La differenza è infinita.
L’Eucaristia non rende magicamente il corpo biologicamente immortale.
Ma unisce il cristiano a Cristo e orienta tutta la sua esistenza verso la risurrezione.
Il cristiano non deve inventare una tecnologia per sfuggire alla morte.
Deve vivere unito a Colui che ha sconfitto la morte.
31. La confessione davanti al sogno della perfezione artificiale
Esiste anche un contrasto tra la logica transumanista e il sacramento della Penitenza.
Il transumanesimo può dire:
«Elimina i tuoi difetti».
Il Vangelo dice:
«Convertiti».
La differenza è profonda.
Il peccato non è semplicemente un errore di programmazione.
Non è un difetto biologico.
Non è un’anomalia che possa essere corretta attraverso l’ingegneria.
È una rottura della relazione con Dio.
Per questo richiede pentimento.
Richiede grazia.
Richiede misericordia.
Richiede redenzione.
Una modificazione genetica non può perdonare un peccato.
Un’interfaccia cerebrale non può ristabilire l’amicizia con Dio.
Una macchina non può sostituire il sacramento della Riconciliazione.
L’uomo ha bisogno di qualcosa che nessuna tecnologia può produrre:
il perdono.
32. La famiglia davanti al laboratorio
Anche la famiglia deve riscoprire la propria missione.
In una cultura ossessionata dalla progettazione della vita umana, esiste il rischio che persino i figli vengano considerati dei progetti.
«Come voglio che sia mio figlio?»
«Quali capacità voglio che possieda?»
«Quali caratteristiche voglio scegliere?»
Ma un figlio non è un prodotto.
È un dono.
I genitori ricevono una persona che non appartiene loro in modo assoluto.
Non sono fabbricanti di esseri umani.
Sono custodi.
La paternità e la maternità sono essenzialmente atti di accoglienza.
In questo modo la famiglia cristiana può diventare uno dei luoghi nei quali viene custodita una verità che la cultura tecnologica potrebbe dimenticare:
un essere umano non deve essere stato progettato per essere amato.
33. Educare i figli in una cultura tecnologica
I genitori cattolici hanno qui una responsabilità enorme.
Non basta vietare determinate tecnologie.
I figli devono imparare a giudicarle.
Devono comprendere che uno schermo non è un nemico.
Ma neppure un amico.
L’intelligenza artificiale può essere utile.
Ma non può sostituire la coscienza.
Un social network può mettere in contatto le persone.
Ma non può sostituire la vera amicizia.
Uno strumento tecnologico può aiutare nello studio.
Ma non può sostituire lo sforzo personale.
Un’applicazione può ricordarci di pregare.
Ma non può amare Dio al nostro posto.
La tecnologia deve occupare il proprio posto:
uno strumento, mai un padrone.
34. La vita cristiana come scuola della dipendenza
Forse una delle maggiori sfide spirituali del transumanesimo consiste nel riscoprire il valore della dipendenza.
Dipendiamo da Dio.
Dipendiamo dai nostri genitori.
Dipendiamo dalla nostra famiglia.
Dipendiamo dai nostri amici.
Dipendiamo da coloro che si prendono cura di noi quando ci ammaliamo.
E, in ultima analisi, dipendiamo completamente da Dio per la nostra salvezza.
La cultura contemporanea interpreta spesso la dipendenza come un’umiliazione.
Il cristianesimo può mostrare che ricevere è anche una forma di amore.
Il bambino riceve.
Il malato riceve.
L’anziano riceve.
Il povero riceve.
E anche noi riceviamo continuamente.
L’esistenza stessa è ricevuta.
35. L’uomo non deve diventare Dio, perché Dio si è fatto uomo
Qui troviamo forse la risposta più bella all’intera questione.
L’uomo moderno può sognare di diventare divino attraverso la tecnologia.
Il cristianesimo proclama qualcosa di infinitamente più sorprendente:
Dio si è fatto uomo.
Non è stato l’uomo a salire verso Dio.
È stato Dio a scendere verso l’uomo.
Non dobbiamo fabbricare la nostra divinità.
Dio ci ha offerto di partecipare alla sua vita.
La tradizione cristiana chiama questo processo divinizzazione o partecipazione alla vita divina mediante la grazia.
San Pietro parla della possibilità di diventare «partecipi della natura divina» (2 Pt 1,4).
Questa divinizzazione non significa però che diventiamo dèi per natura.
Significa che, attraverso la grazia, partecipiamo alla vita di Dio.
La differenza è assoluta.
Il transumanesimo radicale può dire:
«Diventeremo come dèi attraverso le nostre capacità».
Il cristianesimo dice:
«Dio ci rende suoi figli attraverso la grazia».
L’una è autosufficienza.
L’altra è dono.
36. L’umiltà come virtù tecnologica
Forse una delle virtù di cui abbiamo maggiormente bisogno nel XXI secolo è l’umiltà.
Non una falsa umiltà che disprezza la ragione.
Ma la vera umiltà che riconosce la verità.
La tecnologia può fare cose straordinarie.
Ma non può rispondere al posto nostro alle domande ultime:
Da dove vengo?
Perché esisto?
Che cos’è il bene?
Perché devo amare?
Perché devo perdonare?
Che cosa accade dopo la morte?
Perché esiste qualcosa invece del nulla?
Chi è Dio?
Che cos’è la felicità?
Nessuna macchina può risolvere da sola queste domande.
L’uomo ha bisogno della scienza.
Ma ha bisogno anche della filosofia.
Ha bisogno della morale.
Ha bisogno della religione.
E ha bisogno della Rivelazione.
37. La Chiesa davanti al futuro: né tecnofobia né tecnolatria
La posizione cattolica non deve cadere in nessuno dei due estremi.
Da una parte la tecnofobia, che considera sospetta ogni innovazione.
Dall’altra la tecnolatria, che considera ogni innovazione come progresso morale.
Entrambe le posizioni sono insufficienti.
Il cristiano deve seguire una terza via:
il discernimento.
Accogliere il bene.
Rifiutare il male.
Correggere ciò che è pericoloso.
Regolare ciò che necessita di limiti.
Promuovere una ricerca orientata al vero bene umano.
E ricordare sempre che la tecnologia deve essere subordinata alla persona.
38. La grande domanda del nostro tempo
La domanda decisiva non sarà semplicemente quanto potrà fare la tecnologia.
Probabilmente potrà fare moltissimo.
La domanda sarà:
«Che cosa faremo con questo potere?»
Un coltello può servire per preparare il cibo oppure per uccidere.
L’ingegneria genetica può curare oppure essere utilizzata per selezionare ed eliminare esseri umani.
L’intelligenza artificiale può aiutare oppure manipolare.
La neurotecnologia può riabilitare oppure controllare.
La biotecnologia può curare oppure diventare uno strumento di discriminazione.
Il futuro dell’umanità non dipenderà quindi soltanto da scienziati brillanti.
Dipenderà anche da persone virtuose.
Avremo bisogno della scienza.
Ma avremo ancora più bisogno della sapienza.
39. Il vero nemico non è la macchina, ma il peccato
Questa affermazione merita di essere impressa nella nostra mente.
Il problema fondamentale non consiste nel fatto che le macchine diventino troppo potenti.
Il problema è che il cuore umano continua a essere ferito dal peccato.
Una tecnologia potente nelle mani di un uomo virtuoso può diventare uno strumento di bene.
Una tecnologia potente nelle mani di un uomo dominato dall’orgoglio può diventare uno strumento di distruzione.
Il cristianesimo, dunque, non propone soltanto di migliorare gli strumenti.
Propone di convertire il cuore.
«Crea in me, o Dio, un cuore puro» (Sal 51,12).
Questa preghiera continuerà a essere necessaria anche quando l’umanità possiederà tecnologie inimmaginabili.
40. Il futuro non appartiene all’uomo che controlla tutto
La mentalità moderna può suggerire che l’uomo ideale sarà colui che controlla completamente il proprio corpo, il proprio ambiente, la propria intelligenza, la propria durata di vita e infine la propria esistenza.
L’antropologia cristiana offre un’immagine completamente diversa.
Il vero uomo grande non è colui che controlla tutto.
È colui che impara a donarsi.
Cristo stesso è il modello supremo.
Non salva il mondo attraverso l’autosufficienza.
Lo salva attraverso l’obbedienza e l’amore.
«Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,8).
Qui troviamo la completa inversione di Babele.
Babele dice:
«Saliamo fino al cielo».
Cristo dice:
«Sia fatta la tua volontà».
Babele rappresenta l’orgoglio.
Cristo rappresenta l’obbedienza.
Babele vuole conquistare.
Cristo si dona.
Babele vuole diventare grande con le proprie forze.
Cristo si fa piccolo per salvare.
Ed è qui che troviamo la vera risposta cristiana all’orgoglio tecnologico.
41. Non abbiamo bisogno di un «superuomo»: abbiamo bisogno di santi
La società contemporanea può sognare uomini più veloci, più intelligenti, più resistenti, più longevi e dotati di maggiori capacità.
La Chiesa sogna qualcosa di diverso.
Uomini santi.
Donne sante.
Padri santi.
Madri sante.
Sacerdoti santi.
Giovani santi.
Anziani santi.
Scienziati santi.
Medici santi.
Ingegneri santi.
Programmatori santi.
Imprenditori santi.
Perché un uomo straordinariamente intelligente ma moralmente corrotto può causare danni enormi.
Uno scienziato, invece, che ama realmente Dio e il prossimo può utilizzare la propria conoscenza come servizio.
La questione non consiste soltanto nell’aumentare le capacità.
Si tratta di orientare queste capacità verso il bene.
42. Una regola semplice per valutare la tecnologia
Davanti a qualsiasi innovazione futura, il cattolico può porsi cinque domande:
Primo: protegge o compromette la dignità umana?
Secondo: serve la persona o trasforma la persona in un oggetto?
Terzo: cura una malattia o cerca arbitrariamente di ridefinire ciò che significa essere uomo?
Quarto: promuove il bene comune o crea nuove forme di dominio?
Quinto: mi aiuta a vivere meglio la mia vocazione o alimenta il mio orgoglio?
Queste domande non risolveranno tutti i problemi scientifici.
Ma ci aiuteranno a mantenere il giusto orizzonte.
43. La risposta pastorale: formare le coscienze, non generare paura
La Chiesa possiede anche una responsabilità pastorale.
Non può limitarsi a dire:
«La tecnologia è pericolosa».
Deve formare coscienze capaci di discernere.
I cattolici devono conoscere l’antropologia cristiana.
Devono comprendere che cos’è la persona.
Che cos’è il corpo.
Che cos’è l’anima.
Che cos’è la libertà.
Che cos’è la coscienza.
Che cos’è il peccato.
Che cos’è la grazia.
Che cos’è la redenzione.
Che cos’è la risurrezione.
Senza queste basi, il dibattito sulla tecnologia si riduce a semplici opinioni.
Con esse possiamo compiere un vero discernimento morale.
44. La pastorale in un’epoca tecnologica
Le parrocchie e le comunità cattoliche dovrebbero parlare sempre più di queste questioni.
Non soltanto in modo difensivo.
Ma anche in modo positivo.
I giovani devono imparare che il loro valore non dipende dai «like».
Che la loro intelligenza non determina la loro dignità.
Che il loro corpo non è un oggetto di consumo.
Che la malattia non li rende persone inferiori.
Che la morte non significa che la loro vita sia stata un fallimento.
Che la tecnologia può essere utilizzata senza trasformarsi in una religione.
Che la preghiera rimane necessaria anche quando le macchine possono rispondere alle domande.
Che la confessione rimane necessaria anche quando le applicazioni possono aiutare a migliorare determinate abitudini.
Che l’Eucaristia rimane il centro della vita cristiana anche quando il mondo può connettersi digitalmente in pochi secondi.
E che nessuna macchina potrà mai sostituire Cristo.
45. La vera rivoluzione: ritrovare il senso dell’essere creatura
Forse il grande compito spirituale del nostro tempo consiste nel riscoprire una parola che mette a disagio la modernità:
creatura.
Siamo creature.
Ed è una buona notizia.
Significa che non dobbiamo inventare da soli il nostro fondamento.
Non dobbiamo giustificare da soli la nostra esistenza.
Non dobbiamo trasformarci in dèi.
Non dobbiamo dimostrare continuamente il nostro valore.
Dio ci ha voluti.
Dio ci sostiene.
Dio ci chiama.
Dio ci redime.
Dio ci attende.
Essere creatura non è un’umiliazione.
È la radice della gratitudine.
Conclusione: dall’orgoglio di Babele all’umiltà di Cristo
Il transumanesimo pone alcune delle domande più importanti con cui l’umanità dovrà confrontarsi nei prossimi decenni.
Che cosa possiamo cambiare?
Che cosa dovremmo cambiare?
Che cosa significa migliorare l’essere umano?
Quali limiti esistono?
Chi li stabilisce?
Quale rapporto deve esistere tra tecnologia e dignità?
Che cosa accadrà quando potremo intervenire profondamente sulla biologia umana?
Queste domande non possono essere risolte soltanto nei laboratori.
Hanno bisogno della filosofia.
Hanno bisogno dell’etica.
Hanno bisogno del diritto.
E soprattutto hanno bisogno di una vera antropologia.
L’antropologia cristiana comincia con un’affermazione semplice, ma rivoluzionaria:
L’uomo è una creatura.
Non è Dio.
Ma è stato creato a immagine di Dio.
Non è perfetto.
Ma è stato creato per la perfezione.
Non è immortale per natura.
Ma è chiamato alla vita eterna.
È ferito dal peccato.
Ma può essere guarito dalla grazia.
Il suo corpo è mortale.
Ma è destinato alla risurrezione.
Non può salvarsi da solo.
Ma è stato redento da Cristo.
Questa è la differenza fondamentale.
Il transumanesimo, quando diventa un’ideologia di auto-superamento assoluto, sogna di superare l’uomo attraverso la forza dell’uomo stesso.
Il cristianesimo proclama che l’uomo raggiunge la propria vera grandezza quando smette di pretendere di essere Dio e accetta umilmente di ricevere da Dio ciò che non potrebbe mai darsi da solo.
La tecnologia può offrirci strumenti straordinari.
Può curare.
Può aiutare.
Può alleviare.
Può migliorare molte condizioni della nostra vita.
Per questo dobbiamo esserne grati e utilizzarla responsabilmente.
Ma non dobbiamo mai confondere uno strumento con un salvatore.
Perché nessuna macchina può redimere dal peccato.
Nessun algoritmo può conferire la grazia.
Nessun impianto può produrre la santità.
Nessun laboratorio può fabbricare la vita eterna.
Nessuna intelligenza artificiale può prendere il posto di Dio.
E nessuna tecnologia potrà mai rispondere alla domanda più profonda del cuore umano:
«Per che cosa sono stato creato?»
La risposta cristiana rimane immutata:
«Sei stato creato per Dio».
Sant’Agostino lo ha espresso con parole che hanno attraversato i secoli:
«Ci hai fatti per Te, Signore, e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te».
Questo è il punto che nessuna rivoluzione tecnologica può cambiare.
L’uomo può trasformare il mondo.
Può costruire macchine.
Può esplorare l’universo.
Può modificare alcuni aspetti del proprio organismo.
Può sviluppare strumenti straordinari.
Ma non smetterà mai di essere una creatura.
E proprio perché è una creatura, la sua grandezza non consiste nel controllare tutto.
Consiste nel riconoscere umilmente da chi ha ricevuto la propria esistenza.
La vera domanda del futuro non sarà se saremo capaci di diventare qualcosa di più che umani.
Sarà se impareremo finalmente a essere veramente umani.
E per il cristiano essere veramente umano significa vivere secondo la verità della propria natura, riconoscere la ferita del peccato, accogliere la grazia, amare Dio sopra ogni cosa, amare il prossimo e camminare verso il fine per il quale siamo stati creati:
la comunione eterna con Dio.
Non dobbiamo fabbricare un uomo nuovo.
Abbiamo bisogno di Cristo, che fa nuove tutte le cose.
«Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5).
Questa è la vera futuro dell’uomo.
Non l’orgoglio di Babele.
Non l’illusione di una salvezza costruita dalle nostre mani.
Ma Cristo.
La grazia.
La redenzione.
La risurrezione.
E la vita eterna.